BKE, la piattaforma A.I made in italy

BKE, una opportunità unica per chi vuole investire nel futuro.

Si chiama BKE ed è una A.I. capace di analizzare il comportamento del consumatore in spazi digitali e fisici, definendo cosa farà, che cosa acquisterà, quando, come e dove

Dalla ricerca dell’Osservatorio Artificial Intelligence della School of Management del Politecnico di Milano si evidenzia un mercato dinamico ma caratterizzato da una scarsa consapevolezza da parte delle imprese delle opportunità dell’Artificial Intelligence.

Il mercato dell’A.I. è agli albori in Italia, con una spesa per lo sviluppo di algoritmi di intelligenza artificiale di appena 85 milioni di euro nel 2018, ma ci sono delle enormi prospettive. Al contrario in Usa l’ultimo report di CGInsights evidenzia un importante aumento degli investimenti in aziende specializzate in soluzioni di Intelligenza Artificial. Esempi concreti di questo trend sono l’acquisizione di Looker da parte di Google per $2.6B e l’acquisizione di Tableau da parte di Salesforce per $15B.

La più nota piattaforma di intelligence conferma anche che i brand nel retail e nel food & beverage continuano a sviluppare esperienze personalizzate da offrire ai consumatori. Ma se finora la sfida è stata raccogliere i dati, il prossimo step è prevedere il futuro, attraverso modelli di Analisi Predittiva, in grado di anticipare quello che saranno i comportamenti di acquisto dei propri clienti.

Ed è qui che si posiziona DCG (DCG.net), come uno dei precursori tecnologici con la sua piattaforma SaaS “BKE” (Behavioural Knowledge Ecosystem). La società, creata nel 2009 da Tommaso Chiorino, ha sempre operato in ambito digital e negli ultimi anni, individuata la necessità del mercato di una soluzione disruptive che permettesse di capitalizzare i dati prodotti dagli utenti trasformandoli in solide predizioni, si è concentrata nella realizzazione di una soluzione proprietaria facile da utilizzare e dall’alto rendimento in termini di conversione verso gli obiettivi di business. La piattaforma proprietaria di DCG, BKE, è una A.I. capace di analizzare il comportamento del consumatore in spazi digitali e fisici, definendo cosa farà, che cosa acquisterà, quando, come e dove accadrà. Per esempio, dall’Italia DCG è già in grado di predire: qual è la postazione più “profittevole” per un taxi a Dubai, geolocalizzando il bisogno degli utenti; anticipare quali saranno i trend di acquisto dei consumatori dei maggiori retailers in Asia e Medioriente; riconoscere i comportamenti delle persone attraverso indicatori biometrici che permetteranno di ottenere caratteristiche distintive e misurabili.

BKE, intelligenza artificiale e retail. 

In ambito retail la piattaforma è stata utilizzata, ad esempio, dalla conglomerata emiratina Al- Tayer, che distribuisce e rivende circa 1080 marchi di lusso nella regione. Con l’obiettivo di aumentare il basket medio dei clienti in negozio, DCG ha configurato il suo BKE per dotare i commessi di uno strumento che suggerisse, per ognuno dei visitatori identificati, prodotti aggiuntivi che non fossero mai stati acquistati in precedenza, da proporre durante le viste ai negozi. Il risultato è stato un incremento di fatturato del 15% su base mensile, grazie all’aumento medio del 25% del valore del basket di acquisto del 20% dei clienti che hanno ricevuto un suggerimento.

La stessa piattaforma è stata utilizzata dal gigante Malesiano del TeaLive, per ottimizzare le vendite e la gestione dello stock prodotti in 300 negozi nella regione, ed è in fase di collaudo in Italia presso una catena di pizzerie top secret per massimizzare sia la resa dei ristoranti che la conversione delle campagne di marketing per l’aumento della clientela.

@Redazione AZ Franchising

Fashion business: le top 15 della moda italiana per fatturato

Il settore della moda è uno dei più dinamici, caratterizzato, però,  da un’intrinseca difficoltà nel prevederne i trend futuri vista la variabilità dei gusti dei consumatori

L’export è la più grande ricchezza. Nel franchising è uno dei settori più dinamici.

Il settore della moda italiana cresce ed è leader in Europa per numero di aziende – un terzo – ma a livello di fatturato è più piccolo delle cugine d’oltralpe, le francesi, che pur essendo di meno hanno un fatturato aggregato pari al 30,3% del totale delle big europee contro il 13,4% delle aziende tricolore. E’ questa la fotografia scattata da Mediobanca R&S sulla moda. La prima considerazione è che le 163 società italiane che fatturato oltre 100 milioni l’anno hanno visto crescere il giro d’affari del 28,9% dal 2013, a quota 70,4 miliardi. Inoltre sono molto votate all’export (il 60% del fatturato è oltreconfine) e sono generalmente solide: l’incidenza del debito finanziario sui mezzi propri è pari solo al 33,7%. Complessivamente, hanno generato 22 miliardi di valore aggiunto e ormai rappresentano l’1,3% del pil (contro l’1,1% del 2013). In crescita anche gli utili netti, che a livello cumulato 2013-2017 hanno segnato un risultato di 15,8 miliardi, in costante progressione nei cinque anni: solo nel 2017 gli utili medi giornalieri per azienda sono stati pari a 63 mila euro, contro una media di 38 mila nel 2013.

QUANTO VALE IL SETTORE DELLA MODA E QUANTO PESA SUL PIL ITALIANO

Il fatturato aggregato del settore della moda in Italia vale circa 22 miliardi di euro, ovvero l’1,3% del Pil del 2017. Questo fatturato deriva principalmente dal comparto abbigliamento che ammonta al 40,5%, seguito dalla pelletteria per il 20,9% e dall’occhialeria per il 16,2%.

LE CARATTERISTICHE DEL FASHION BUSINESS

Il settore della moda è uno dei più dinamici, caratterizzato da un’intrinseca difficoltà nel prevederne i trend futuri vista la variabilità dei gusti dei consumatori. Un’errata previsione può comportare non pochi danni al bilancio delle imprese, basta pensare ad una tardiva reazione del pubblico che può comportare un rigetto da parte del mercato. In Italia le imprese che hanno un fatturato superiore ai 100 milioni sono 163, questo viene riportato dall’area studi Mediobanca nel febbraio 2019, bisogna però precisare che, come in altri settori, le eccellenze italiane sono spesso prede di acquisizioni estere. Dei 22 miliardi di euro di fatturato del settore moda italiano, il 34% è stato prodotto da società che nonostante operino in Italia, sono sotto la direzione e il coordinamento di gruppo esteri. In particolare quando parliamo di moda non possiamo non parlare di Francia: delle 163 imprese citate ben 26 sono sotto il diretto controllo francese.  Solo LVMH e Kering, entrambe grandissime holding con sede a Parigi, detengono insieme il 9% del fatturato italiano. Troviamo infatti nella partecipazioni di LVMH imprese come Bulgari, Fendi, Loro Piana e Acqua di Parma, invece troviamo in Kering nomi come Gucci, Brioni, Pomellato e Bottega Veneta.

L’EXPORT: FONTE DI RICCHEZZA

L’export è la più grande ricchezza del settore moda. I prodotti italiani sono molto apprezzati soprattutto in Asia, una dipendenza che può governare il mercato. La variazione dell’export aggregato dal 2013-2017 è del +22,9%, secondo i dati riportati dall’indagine di Mediobanca del 13 febbraio 2019 per ogni 10 euro di fatturato 6 euro provengono dall’estero.

LE TOP 15 DELLA MODA ITALIANA

In Europa sono presenti ben 43 gruppi nel settore moda con fatturato superiore ai 900 milioni di questi 15 (ovvero il 34,9%) sono italiani, in ordine di fatturato abbiamo:

Luxottica Group: a fine 2017 possedeva 8.913 negozi in tutto il mondo di cui 7.102 di proprietà e 1.811 in franchising. Nell’ottobre 2018, dalla combinazione con la francese Essilor, è nata la nuova holding EssilorLuxottica (con sede in Francia, quotata), il cui pacchetto di maggioranza fa capo alla famiglia Del Vecchio.

Prada: dispone di 659 negozi di cui il 91% all’estero. Quotata a Hong Kong, gli azionisti di controllo sono Patrizio Bertelli e la famiglia Prada.

Giorgio Armani: fondata nel 1975 da Giorgio Armani e Sergio Galeotti produce abbigliamento e accessori. Ha 524 punti vendita di cui il 78% al di fuori dell’Europa. La proprietà è di Giorgio Armani.

Calzedonia Holding: fondata nel 1986 da Sandro Veronesi, ha 4.454 negozi monomarca in 50 Paesi (1.530 a gestione diretta), di cui 2.758 all’estero. La proprietà fa capo alla famiglia Veronesi.

Max Mara Fashion Group: fondata nel 1951 da Achille Maramotti, la distribuzione avviene attraverso 2.500 punti vendita gestiti direttamente e in franchising, di cui il 71% all’estero. La proprietà fa capo alla famiglia Maramotti.

Otb: Renzo Rosso creò il brand Diesel nel 1978, fondando l’omonima società nel 1985. Nel 2002 la Only The Brave s.r.l. (poi Otb) ne prese il controllo. La proprietà è della famiglia Rosso.

Salvatore Ferragamo: fondata nel 1927 da Salvatore Ferragamo, dispone di 685 punti vendita (75% fuori Europa), di cui 410 gestiti direttamente. Quotata a Milano, l’azionista di maggioranza è la famiglia Ferragamo.

D&G: nel 1982, a Milano, Domenico Dolce e Stefano Gabbana aprirono il loro studio stilistico. I punti di vendita monomarca sono oggi 345 (oltre il 90% all’estero), di cui 182 diretti e 163 indiretti e in franchising. Dispone inoltre di 30 outlet gestiti direttamente. La proprietà è equamente divisa fra i due stilisti.

Valentino: nel 1960 fu fondata da Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti. È presente in 100 Paesi con 186 negozi a gestione diretta. La proprietà è della Mfi Luxury s.r.l. facente capo alla Mayhoola for Investments.

Moncler: fondata nel 1952 dagli artigiani di montagna René Ramillon e André Vincent a Monestier de Clermont. Ha 201 negozi monomarca a gestione diretta e 59 punti di vendita monomarca gestiti da terzi e spazi in punti vendita multimarca. Quotata a Milano, il principale azionista è la Ruffini Partecipazioni s.r.l. facente capo a Remo Ruffini.

Ermenegildo Zegna Holditalia: la società trae origine dall’attività artigianale nel settore tessile intrapresa da Angelo Zegna a Trivero (Bi) alla fine del 1800. Ha 504 punti di vendita (93% all’estero) di cui 272 di proprietà, 57 in franchising e 175 corners presso esercizi commerciali di terzi. La proprietà fa capo alle famiglie Zegna.

Safilo Group: l’attività di produzione di lenti e montature fu avviata dai fratelli Frescura e Angelo Lozza nel 1878 a Calalzo di Cadore (Bl) e nel 1934 l’attività venne acquisita dalla Safilo della famiglia Tabacchi. La rete distributiva si avvale, oltre che di proprie filiali e centri di assistenza, di agenti e concessionari distributori esclusivisti indipendenti che riforniscono circa 100mila punti di vendita in circa 130 Paesi. Quotata a Milano, il principale azionista, a partire dal 2009, è l’olandese Hal Holding N.V., attraverso la Multibrands Italy B.V.

Lir: le origini del Gruppo risalgono al 1992 quando Mario Moretti Polegato fondò la Geox a Biadene di Montebelluna (Tv). Dispone di circa 10mila punti vendita multimarca e 1.095 negozi monomarca (di cui il 72% all’estero). Lir è una holding di partecipazioni interamente posseduta dalla famiglia Moretti Polegato, azionista di maggioranza di Geox, quotata a Milano.

Benetton Group: le origini del Gruppo risalgono al 1965 quando Luciano Benetton decise di rimodernare il classico maglione di lana (allora disponibile nei soli colori base) proponendolo in diversi colori e a prezzi ridotti e fondò con i fratelli la Maglificio di Ponzano Veneto dei F.lli Benetton (poi Benetton). Ha una rete commerciale di circa 5.000 negozi in tutto il mondo. La proprietà è di Edizione s.r.l., holding delle famiglie Benetton.

Tod’s: le origini dell’attività industriale risalgono ai primi del ‘900, quando Filippo Della Valle avviò una piccola produzione di pantofole. La rete di vendita si avvale di 285 negozi a gestione diretta (di cui il 45% in Cina) e 122 in franchising, oltre a punti vendita indipendenti multimarca. Quotata in Borsa italiana, il principale azionista è Diego Della Valle.

@Redazione AZ Franchising

Perché alcune imprese scelgono il franchising?

Chi intende considerare di mettersi in proprio con la formula del franchising ha necessità di sapere esattamente cosa sia e in che modo differisce dalle altre modalità di esercizio di impresa.

di Mirco Comparini

Molti sostengono che un “business in franchising” sia un’operazione di nicchia, inteso nel senso che si tratta di formule commerciali progettate, predisposte, create e sviluppate da un numero ridotto di imprenditori: la replica di una formula di successo (in teoria).

La creazione di un sistema di franchising è un processo aziendale molto lungo e complesso e lo si ottiene con il supporto di consulenti in franchising specializzati nella progettazione e non, come molti credono, con quelli specializzati in sviluppo. Possiamo sintetizzare in quanto segue gli elementi essenziali, con invito a considerare tale elenco non esaustivo:

Sperimentazione – la fase di sperimentazione è l’essenza e la fase più importante della progettazione necessaria, sia in termini legali, sia in termini aziendali. Solo da tale fase è possibile comprendere l’effettiva possibilità di replicabilità e, non di meno, di potenziale successo.

Modulistica e specifica documentazione dell’attività in franchising – per la replicabilità ed il trasferimento a terzi delle conoscenze e del know how presenti nel sistema di franchising è necessaria moltissima documentazione al fine di standardizzare tutti i processi gestionali e operativi, ma anche di carattere legale e giuridico (contratti, manuali operativi, manuali di formazione, ecc.).

Formazione – un dettagliato e ben strutturato piano di formazione e aggiornamento, sia iniziale, che continuativa, costituisce un aspetto di estrema importanza per coloro che intendono investire nel sistema di franchising (franchisee), ma anche per le risorse umane che gli stessi franchisee hanno la necessità di impiegare.

Supporto e assistenza – sin dalla progettazione si rende necessario impostare forme di assistenza e supporto alle imprese che faranno parte della rete di franchising, una attività estremamente importante anche per il controllo della rete, quindi, una duplice utilità, sia per l’affiliante, sia per l’affiliato.

Perché alcune imprese scelgono di svilupparsi in franchising?

Ecco alcuni dei motivi principali.

Partner e non dipendenti – la crescita con il franchising è attuata reclutando imprenditori indipendenti e non risorse umane alle proprie dipendenze da inserire in una filiale o succursale. Ciò, oltre a ridurre i costi generali di ogni struttura, è caratterizzato anche dal fatto che il ruolo di investitore è assunto dallo stesso affiliato determinando così una partnership con l’affiliante per la gestire con profitto il business.

Opportunità di crescita rapida – il franchising offre possibilità di crescita e sviluppo alquanto rapide, ma ciò dipende dalle capacità del franchisor (per molti aspetti). Ovviamente sono molti i fattori variabili da questo punto di vista, ma nella sostanza tale affermazione ha fondate basi.

Raccolta di capitali – come noto, il franchising genera flussi di denaro a seguito dell’investimento (una parte) effettuato dall’affiliato al momento in cui aderisce alla rete. Ma l’aspetto da non trascurare è che al momento in cui la rete è in grado di dimostrare l’alta redditività degli aderenti e una efficace gestione manageriale, la stessa rete può presentarsi agli operatori finanziari con una maggiore affidabilità in modo da poter attingere a ulteriori risorse da parte di tutti gli aderenti consentendo loro ulteriori crescite e forme espansive.

Dai tratti essenziali sopra descritti, è facilmente comprensibile che chi aderisce ad una rete di franchising ha la necessità di riconoscere e valutare l’impostazione che il franchisor ha predisposto per il sistema di franchising oggetto di interesse.

Una attività non facile se non si è assistiti da professionisti specializzati e, soprattutto, se non si è opportunamente formati circa la conoscenza dello stesso franchising, delle sue caratteristiche, dinamiche, rischi, ma anche opportunità e prospettive.

Le aziende in franchising hanno generalmente un tasso di successo molto più alto rispetto ad altre start-up aziendali o “non franchising”, ma occorre anche considerare che il numero degli operatori economici di tale settore è molto ridotto rispetto all’intero panorama.

Investire in un sistema franchising (acquistare un sistema di franchising) significa accettare di seguire tutte le impostazioni di tale sistema attuando quanto predisposto nella documentazione con la quale il franchisor ha codificato l’intera gestione dell’attività.

Ovviamente si tratta di un processo di due diligence specifico che parte anche da aspetti attitudinali e personali del soggetto che intende aderire ad una rete di franchising.

Tutto questo determina una complessità generale che fa del franchising un ottimo strumento di crescita e sviluppo aziendale da approcciare con la massima accortezza.

 

Obiettivo sviluppo: dove vanno i mercati

Gli strumenti ci sono, anche se migliorabili. Si tratta finalmente di fare sistema ed iniziare a sfruttare al meglio quanto già è a disposizione.

La galassia dei fondi europei è immensa, e spazia dalle politiche di supporto all’internazionalizzazione delle imprese a tutta una serie di agevolazioni, a fondo perduto o a tasso agevolato, per attività di Ricerca & Sviluppo. Ecco come muoversi.

 

Dott.ssa Francesca Paleari*

C’era un tempo in cui il mondo si divideva in sistemi economici capitalistici e sistemi socialisti; poi, un’economista francese, coniò il termine “terzo mondo”, per indicare tutti gli altri paesi in via di sviluppo “non allineati”. Il “Secolo breve” finì prematuramente, e ci consegnò un mondo dominato dalla mono-potenza americana e dalle economie occidentali del G7 (Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito, Stati Uniti d’America e Canada). Arrivarono le Tigri asiatiche, e con esse la incalzante supremazia cinese.

Sembrano secoli fa, ma dalla tragica fine della seconda guerra mondiale ad oggi, sono passati neanche 100 anni. Se analizziamo la classifica dei primi 10 paesi al mondo per Prodotto Interno Lordo, delle gloriose potenze occidentali rimane ben poco. Cina e India dominano prepotentemente questa graduatoria, lasciando agli Stati Uniti l’ultimo gradito del podio. Scorrendo l’elenco incontriamo nomi eterogenei: paesi storici (Giappone e Germania, rispettivamente al nono ed ultimo posto); paesi che erano già giovani promesse all’inizio degli anni 2000 (Brasile e Russia, rispettivamente al sesto ed ottavo posto); paesi emergenti su cui forse bisognava prestare maggiore attenzione (Indonesia, Turchia ed Egitto, rispettivamente al quarto, quinto e settimo posto).

Fortunatamente, a dispetto del titolo di questo articolo, abbiamo ancora un decennio per capire dove si stanno muovendo i mercati (inclusi i capitali) ed attuare strategie di internazionalizzazione adeguate.

Il nostro tessuto industriale, la struttura dimensionale e sottocapitalizzata delle nostre imprese, la carenza di manager esperti in processi di internazionalizzazione, la mancanza di cultura e di studi di geopolitica mondiale (e aggiungerei della storia, non solo economica, in generale), alimentano un GAP per le aziende italiane, soprattutto PMI, che è difficile da recuperare, quantomeno nel breve periodo, rispetto alle nostre colleghe tedesche o francesi, per non parlare di quelle americane.

I mercati del far east (sarà questo, il secolo asiatico?) offrono opportunità enormi in termini di investimenti, crescita, esportazioni. I mercati interni di quei Paesi, e non solo, sono pronti a recepire beni e servizi “occidentali” creando così una forte domanda che potrebbe aiutare (salvare?) ed alimentare le produzioni delle nostre aziende e delle nostre economie, in perenne stagnazione se non addirittura in recessione.

Gli strumenti ci sono, anche se migliorabili. Si tratta finalmente di fare sistema (politiche di governo + imprenditorialità privata + mondo della scuola) ed iniziare a sfruttare al meglio quanto già è a disposizione.

Penso ad esempio a tutti i progetti (quindi soldi) che i Programmi di sviluppo dell’Unione Europea mettono a disposizione del nostro Paese ogni anno e che, inspiegabilmente, non vengono neanche utilizzati.

Le cause sono molteplici. Da una diffusa carente cultura in termini di finanza agevolata e project management, ad una Pubblica Amministrazione che non è ancora efficiente nell’offrire la giusta e mirata assistenza; dalla mancanza quasi totale di figure esperte in Europrogettazione, alla totale impreparazione della classe politica.

La galassia dei fondi europei è immensa, e spazia dalle politiche di supporto all’internazionalizzazione delle imprese (Temporary Export Manager, Credito di Imposta per le fiere all’estero, Missioni imprenditoriali, Focus di approfondimento sui Paesi) a tutta una serie di agevolazioni (a fondo perduto o a tasso agevolato) per attività di Ricerca & Sviluppo, o altresì a supporto della registrazione e mantenimento di Marchi e Brevetti, solo per fare qualche esempio.

I settori interessati sono vari e coprono pressoché qualsiasi attività, incluse le start-up o addirittura, in alcuni casi, gli aspiranti imprenditori. E’ importante quindi cercare di capire, attraverso i partner giusti, quali sono le opportunità già disponibili, o che lo saranno in futuro, per cercare di ottimizzare al meglio anche questi strumenti che, in ogni caso, possono e sono un ulteriore supporto ai piani di sviluppo di qualsiasi realtà imprenditoriale.

“Ogni grande viaggio, inizia sempre dal primo passo”.

 

* Founder & General Manager Obiettivo Sviluppo

FINANZA AGEVOLATA, INTERNAZIONALIZZAZIONE, NETWORKING

Obiettivo Sviluppo nasce per dare una risposta concreta alle esigenze degli imprenditori italiani che negli anni si sono sempre avvicinati al mondo delle agevolazioni pubbliche, dei mercati globali, delle partnership, senza riuscire a fare il next step : dall’idea all’execution. Con il progetto UP, il team entra nel vivo di questi argomenti, liberando imprenditori e manager dall’operatività di queste azioni, lasciandoli liberi di fare il loro lavoro e sviluppare il loro core business. I campi di azioni sono: Finanza agevolata, internazionalizzazione, networking. Settori di intervento: agricoltura, agroindustria/agroalimentare, artigianato, commercio, cultura, industria, pubblico, servizi/No Profit, turismo.

Del Mare 1911: un business franchising di qualità

Nata più di 100 anni fa nel centro di Torino, oggi “Del Mare 1911”, si imposta sul mercato come un’azienda di grande propensione stilistica e qualitativa nell’abbigliamento maschile.

Intervista a Armando Del Mare, proprietario del brand.

Nasce a Torino da famiglia di imprenditori tessili, da cui trae la passione per la drapperia ed il mondo dell’abbigliamento. Fin da piccolissimo viene attirato e ne diventa conoscitore delle qualità della lana tessuta e delle varie disegnature classiche di impronta maschile. Ha vissuto nella prima infanzia e nell’adolescenza in Piemonte soprattutto nel biellese, dove ha toccato con mano, sotto l’assistenza di suo padre, il mondo produttivo e commerciale di questo settore, successivamente si è trasferito con la famiglia a Milano dove ha sviluppato una filiera commerciale di negozi che porteranno il nome ed il marchio Del Mare. Nata più di 100 anni fa nel centro di Torino, la Del Mare, ha spostato, quindi, i propri laboratori sartoriali a Milano nel 1968, dove grazie ad un forte sviluppo del retail, si è imposta come protagonista di stile nell’abbigliamento maschile. Oggi, la famiglia, seguendo l’indole tradizionale, ha voluto rielaborare attraverso la sua struttura quelle che sono le peculiarità che sempre l’hanno contraddistinta. Così con il suo attuale marchio “Del Mare 1911”, si imposta sul mercato come un’azienda di grande propensione stilistica e qualitativa.

Ma da piccolo cosa voleva fare?
“Forse proprio quello che faccio oggi”.

La sua azienda è una realtà consolidata, sul mercato da molti anni. Parliamo della sua storia professionale?
“La mia azienda che nasce in proprio, col nostro nome addirittura da metà ottocento, ha assorbito quasi totalmente la mia realtà professionale e di imprenditore. Finita la scuola ed il servizio militare negli alpini, ho tastato, nel tentativo di comprendere meglio il mondo commerciale esterno, alcuni settori ricchi degli anni “60 come la pellicceria e la gioielleria, come collaboratore o responsabile, ottenendo anche lusinghieri risultati”.

E arriviamo quindi a Del Mare. Ci parli della sua realtà industriale?
“Oggi, dopo tanti anni di grandi esperienze nel dettaglio ed in minor parte nel mercato estero ci siamo resi conto che tale know-how poteva avere forte sviluppo anche se non gestito direttamente, visto che la struttura ormai consolidata sia nella produzione e sia nell’indirizzo stilistico, può provvedere tranquillamente a forniture in franchising od in wholesale”.

Qual è la peculiarità dei vostri prodotti e quali le ragioni del successo?
“Considerando il riscontro estremamente positivo che l’azienda ha sul mercato da sempre, viene spontaneo chiedersi quali siano le ragioni peculiari di tale successo. Semplice! Un prodotto sempre corretto in tutte le sue sfaccettature. Qualità, sia nei prodotti utilizzati, che nella lavorazione e vestibilità, ottimale nei vari drop e nelle relative conformazioni, slim, regolari o conformate. Scelta stilistica, con un occhio attento sempre al classico, ma all’avanguardia, innovativa e sempre raffinata, vuoi nel formale più elegante che nello sportivo/tempo libero più disinvolto”.

L’abbigliamento è un settore sicuramente molto competitivo. Quali sono le vostre politiche di Marketing per l’affermazione del vostro brand e per posizionarsi da leader quali siete?
“Non è difficile comprendere che in un momento storico così complesso e difficile commercialmente, soprattutto nell’abbigliamento, pochissimi valori fondamentali sono risolutivi per prevalere e superare in competitività. Uno l’affidabilità, due, il riconoscimento di una vasta clientela conquistata negli anni, famiglia per famiglia, da padre in figlio. Poi valgono soprattutto i nostri collaboratori addetti alle vendite, che sanno rappresentarci al meglio nell’offerta dei nostri prodotti, pubblicizzandoli ed illustrandoli sotto tutti gli aspetti, qualitativi e di immagine. Oltre a ciò vale molto la loro professionalità, la loro gentilezza e la loro assoluta preparazione. Ovviamente ottenuta con corsi di formazione periodici e l’attento e costante controllo di personale addetto. Non voglio parlare della programmata pubblicità esterna o redazionale che comunque spesso gioca il suo ruolo importante”.

Cosa rappresenta oggi la sua azienda nel mercato del business?
“Essendo azienda storica e consolidata rappresenta un esempio trainante nel business di qualità”.

La sua azienda è abbastanza matura per essere un business format franchising?
“Come detto precedentemente un insieme di fattori concomitanti ci permettono di auto-valutarci impresa completa ed in qualche modo sotto regime per la nostra totale ed efficace autonomia di scelta e di produzione, caratteristica esclusiva e di successo. La scelta di espansione, sotto forma di franchising, è la logica conseguenza di una politica di studio ed analisi del gusto e delle esigenze che, anche se sviluppate soprattutto in Lombardia, possono trovare consensi pure in altre regioni a maggior ragione e con efficacia”.

Che cosa rappresenta per la sua azienda il franchising?
“Rappresenta un test ed uno stimolo al confronto ed alla ricerca”.

Organizzarsi in rete rappresenta un vantaggio per l’azienda. Se si, quali sono i vantaggi del franchising Del Mare 1911?
“Ovviamente senza vantaggi non si farebbe nulla! I vantaggi potrebbero essere per tutti, sia per noi per le ragioni suddette, sia per l’affiliato che attingerebbe quasi senza rischi dai benefici logici di un’azienda di successo”.

Ad un potenziale affiliato perché consiglierebbe di scegliere il suo brand?
“Prima di consigliare il mio brand vorrei valutare se l’eventuale affiliato possa corrispondere ed essere adatto al nostro genere di business, pur considerando la redditività dell’iniziativa, il nostro prodotto presenta aspetti che esigono una certa predisposizione ed anche una passione precisa verso l’abbigliamento maschile, soprattutto quello classicheggiante e d’elite”.

Qual è la sua più grande paura?
“Sempre nel franchising il non rispetto ad una formazione più che accurata e la difficoltà di scelta e di comunicazione con la casa madre”.

Il più grande rimpianto?
“Di non aver fatto prima queste scelte”.

Ha un sogno nel cassetto ancora da realizzare?
“Trovare un riconoscimento giusto nel mondo della moda, anche a livello internazionale”.

Per concludere: qual è la lezione più importante che la vita le ha insegnato?
“Il rispetto e l’umiltà verso quelli che dietro le quinte o di fronte hanno contribuito a questo percorso”.

@Redazione AZ Franchising

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