Diventare franchisor: AZ risponde

Cosa significa diventare Franchisor?

Diventare franchisor significa scegliere di sviluppare e diffondere, con la collaborazione di altri imprenditori, la propria intuizione di business.Vuol dire quindi coinvolgere persone spesso senza esperienza, motivate dal desiderio di cambiare vita lavorativa, spinte dalle forti aspettative che un lavoro in proprio può generare, visti anche gli in-
vestimenti economici che richiede, rispetto a un lavoro dipendente. Il franchisor, insomma, si assume una buona dose di responsabilità nei confronti dei propri franchisee, che restano comunque imprenditori e dunque sono esposti al rischio di impresa, ma che spesso si affidano a lui per condividere un progetto che non è solo di business, ma anche di vita.

Che cos’è il Manuale Operativo?

Il Manuale Operativo è la sintesi del know-how. Il vantaggio competitivo della franchise è sintetizzato in questo volume, che può cambiare nel corso della vita dell’insegna. Gli affiliati stessi, infatti, possono essere portatori di valore aggiunto. Il Manuale Operativo, dunque, si rivela un utile strumento non solo per il neo franchisee, che entra in un sistema di cui deve imparare alla perfezione il funzionamento ma anche per il franchisor, per il quale rappresenta lo strumento da utilizzare per il passaggio del know-how agli affiliati.

Quale legge regola il contratto di franchising?

Legge 6 maggio 2004, n. 129 Norme per la disciplina dell’affiliazione commercialepubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 120 del 24 maggio 2004

La legge n. 129 non impone obblighi sul contenuto del contratto, ma fornisce delle indicazioni sugli aspetti che esso deve contenere, a pena di nullità del contratto stesso. Oltre alla forma scritta, la normativa italiana in materia richiede che nel testo del contratto sia innanzitutto indicato l’ammontare dell’investimento iniziale che l’affiliato dovrebbe sostenere per l’avvio dell’attività. Oltre a questo aspetto, nel contratto si deve specificare l’esistenza di eventuali royalties, le specifiche del know-how fornito dall’affiliante, i servizi da esso resi in termini di assistenza tecnica e commerciale.

Come seleziono i franchisee?

Il momento del recruiting deve essere pianificato e condotto con pazienza e metodo. Alla base di una rete di successo, c’è l’incontro riuscito tra franchisor e franchisee “ideali” (l’uno per l’altro). Il franchisor dovrà procedere a una scrematura secondo la definizione dei requisiti minimi del candidato, che dovranno essere prima definiti correttamente – no alla generica “capacità commerciale” – e poi applicati in modo oggettivo. Per esempio: un livello di investimento molto alto per affiliarsi consentirà di “scartare” l’affiliando che non dispone di tale capacità economica. Per far ciò è necessario essere condotti nella ricerca da un principio di trasparenza.

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Diventare franchisee: rispondiamo ad alcuni quesiti

Posso aprire un’attività qualsiasi?

Il franchising è una formula commerciale che si adatta a qualsiasi settore. Ci sono reti in franchising di abbigliamento, catene di centri estetici, network di agenzie di viaggio. Con questa formula, si possono aprire asili nido, palestre e persino industrie. Quindi, la FRANCHISE DI DISTRIBUZIONE riguarda la vendita di prodotti:
negozi di scarpe, abbigliamento, supermercati, etc. La FRANCHISE DI SERVIZI concerne l’erogazione di servizi, appunto: parrucchieri, agenzie di viaggio, agenzie immobiliari, etc. Si parla di FRANCHISE INDUSTRIALE quando l’oggetto dell’accordo riguarda la fabbricazione di beni e poi, generalmente, la loro commercializzazione (in tal caso, si parla di franchise mista industriale/commerciale). Sapevate, per esempio, che Coca Cola ha accordi di franchising con gli “imbottigliatori”, ovvero con i partner che forniscono supporto per imbottigliare e distribuire la bevanda nel mondo?

PER LEGGE: “L’affiliazione commerciale (franchising) è il contratto, comunque denominato, fra due soggetti giuridici, economicamente e giuridicamente indipendenti, in base al quale una parte concede la disponibilità all’altra, verso corrispettivo, di un insieme di diritti di proprietà industriale o intellettuale relativi a marchi, de-
nominazioni commerciali, insegne, modelli di utilità, disegni, diritti di autore, know-how, brevetti, assistenza o consulenza tecnica e commerciale, inserendo l’affiliato in un sistema costituito da una pluralità di affiliati distribuiti sul territorio, allo scopo di commercializzare determinati beni o servizi” (art. 1, legge 6 maggio 2004, n. 129).

Perchè mi conviene diventare franchisee?

  • Diventa imprenditore con un rischio calcolato
  • È amministratore di se stesso con un’attività indipendente, imparando magari un nuovo mestiere.

Quanto mi serve per partire?

Per aprire un’attività, anche in franchising, serve un capitale iniziale, meglio se già nella disponibilità dell’affiliato per evitare i costi legati alla richiesta di un prestito. L’investimento iniziale indicato dal franchising, però, non esaurisce le somme necessarie prima dell’apertura e nei mesi successivi. Il capitale deve coprire tutti gli investimenti richiesti dal franchisor: diritti di entrata, spese per l’arredamento, prima fornitura, contributo per formazione, etc. E poi, le spese legate alla pre-apertura: acquisto o affitto del locale, utenze, costituzione società, hardware e software, etc. Dall’apertura, si dovranno contemplare costi per il personale o per la gestione in generale.

Quanto spendo, quanto guadagno?
Il secondo passo è la redazione di un conto economico, l’elenco di tutti i ricavi e tutte le spese, anno per anno e mese per mese. Serve avere un orizzonte temporale di 3-5 anni, anche se molto dipende dal settore di attività dell’affiliato: alcuni richiedono almeno 2- 3 anni per generare utili interessanti ma magari non ancora sufficienti per coprire gli investimenti. Due le questioni da considerare:

  • Determinazione ipotetica dei ricavi: sarà l’affiliante a dare un’ indicazione di massima all’affiliato circa l’incasso medio annuale ottenuto in base alle statistiche di vendita degli altri franchisee. Un dato di partenza da perfezionare secondo le condizioni locali (concorrenza, location, etc.).
  • Determinazione ipotetica dei costi (fissi e variabili): ci saranno costi tipici di gestione che il franchisor dovrebbe possedere e comunicare all’affiliato e costi tipicamente locali (mercato immobiliare). Inoltre, alcuni costi sono variabili nel senso che cambiano, per esempio, al variare del fatturato, dalle royalties ai contributi pubblicitari.

Il primo conto economico sarà previsionale: mentre i costi sono tutto sommato identificabili, i ricavi sono una vera e propria incognita perché il franchisor farà facilmente riferimento a una media tra gli affiliati già operativi, che, tra l’altro, non può considerare la specifica realtà locale del nuovo franchisee. Potrà essere utile anche chiedere di avere stime di incasso nelle fasi di avvio dell’attività. Poi, tra i costi va considerato – si spera – il compenso che il franchisee ricava per se stesso e, non meno importante, la voce “Iva e tasse”: per fare un esempio, l’affiliato paga subito l’Iva sulla prima fornitura e in un secondo momento la recupera. Questo significa e sottolinea, ancor di più, la necessità di avere una liquidità per gestire un’impresa.

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Marketing sociale: una nuova strategia di branding per le imprese

La responsabilità sociale non è un fenomeno passeggero legato ad una moda culturale, ma qualcosa di permanente che consente al brand di guadagnare in termini di immagine e reputazione agli occhi dei consumatori

di Stefania Giuseppetti

Con il diffondersi di una cultura sensibile al benessere della collettività, è sempre più frequente che le aziende sentano la necessità di intraprendere un cammino di maggiore responsabilità sociale, un’azione puramente volontaria di impegno etico che va oltre il semplice profitto.

Philip Kotler – uno dei pionieri del marketing sociale – già nel 1991 proponeva all’impresa l’ottica di marketing sociale: un orientamento di gestione in cui si riconosce che lo scopo prioritario dell’organizzazione è quello di studiare i bisogni ed i desideri dei mercati con cui si entra in contatto, cercando di soddisfarli meglio rispetto alla concorrenza, ma tentando di preservare o migliorare il benessere dei consumatori e della collettività.

Un’impresa che si assume delle responsabilità sociali, può favorire il cambiamento positivo di atteggiamenti collettivi e, addirittura, facendo fronte a quelle esigenze sulle quali il governo fa fatica ad avvicinarsi, può diventare autrice di una società migliore.

LE PERSONE SEMPRE DI PIÙ SCELGONO I BRAND IN CUI SI RICONOSCONO

La responsabilità sociale non è un fenomeno passeggero legato ad una moda culturale, ma qualcosa di permanente che consente al brand di guadagnare in termini di immagine e reputazione agli occhi dei consumatori, i quali, più sensibili a determinate tematiche, potrebbero iniziare a preferirne i prodotti/servizi rispetto alla concorrenza. Infatti, le persone sempre di più scelgono i brand in cui si riconoscono e non semplicemente per il vantaggio delle offerte che propongono.

UNA STRATEGIA DI BRANDING

Anche in questa situazione di pandemia che stiamo attraversando, in cui il distanziamento obbligatorio è uno dei termini più ricorrenti nel panorama comunicativo, le imprese hanno l’occasione per mostrare con azioni concrete la loro forza e i loro valori, al fine di instaurare una relazione duratura con i loro clienti.

E proprio con l’obiettivo di ricordare e sottolineare l’importanza del distanziamento fisico per prevenire possibili contagi, alcuni marchi hanno modificato, momentaneamente, la loro identità visiva, elaborando una strategia di branding capace di influenzare i comportamenti e sensibilizzare le scelte del loro pubblico.

ALCUNI ESEMPI DI IMPORTANTI BRAND

Lo ha fatto il marchio sportivo Kappa, con la campagna “Uniti più che mai, anche se distanti”, in cui ha allontanato i due omini seduti del suo iconico logo, tradizionalmente appoggiati l’uno alla schiena dell’altro.

E lo ha fatto Coca-Cola, a New York, mostrando il logo con le lettere ben lontane tra loro su un cartellone digitale in una deserta Times Square, accompagnato dal messaggio “Stay apart is the best way to stay united” – “Restare distanti è il miglior modo di restare uniti”.

E ancora, McDonald’s, in Brasile, ha allontanato i due archi gialli che compongono la celebre “M” del marchio, con il messaggio: “Separated for a moment so that we can always be together” – “Separati per un momento per stare sempre insieme”.

Dal famoso logo delle banane “Miss Chiquita” con il cesto di frutta in testa, è rimasta a casa e lo annuncia sul canale Instagram ufficiale: I’m already home. Please do the same and protect yourself. #stayhome (https://www.instagram.com/p/B-E7kQjIj1D/).

Audi, la casa automobilistica tedesca, con “Keep distance. Stay together” – “Mantenere le distanze. Stare insieme” – ha separato i 4 noti anelli uniti, così come la Volkswagen con “Thanks for keeping your social distance” – “Grazie per mantenere la distanza sociale” – ha distanziato la V dalla W, ed anche la Mercedes, che ha staccato i due elementi del suo marchio, ovvero la stella a tre punte dal cerchio.

Tutti gesti che vogliono simboleggiare l’idea di una distanza fisica ma che vogliono anche rafforzare l’unione tra le persone e le persone e il brand.

Il “sociale” diventa un elemento sempre più presente nella vita dell’individuo e sempre di più alle proposte di consumo si collegano messaggi sociali. La figura del consumatore non corrisponde più a quella del ricettore passivo del prodotto/servizio che gli vengono proposti, ma, con le sue decisioni di acquisto e i suoi comportamenti, partecipa attivamente a “costruire” l’offerta di quei beni e servizi di cui, sul mercato, fa domanda.

Retail Innovations 16: 4 aree chiave per vincere le sfide del nuovo mondo

Si è appena concluso con successo ‘Retail Innovations 16’, il webinar organizzato da Kiki Lab–Ebeltoft Italy con la presentazione della nuova edizione della ricerca mondiale realizzata con il consorzio Ebeltoft Group, un’analisi delle principali tendenze e numerosi casi internazionali.

L’evento è stato arricchito dalle testimonianze di Librerie Feltrinelli, Promotica, Coop Lombardia, Mondo Convenienza, VivoGreen, Decathlon, P&G, Rinascente, Würth, Isinnova, Bata/The Loft con i loro casi di innovazione e di successo.

Fabrizio Valente, fondatore e amministratore di Kiki LabEbeltoft Italy, ha approfondito 4 aree chiave per vincere le sfide del nuovo mondo: Omni Experience, Emotional Experience, Rational Experience e Sustainable Experience, illustrate con una selezione di casi da tutto il mondo. ‘Rendere i negozi empatici e digitali e i canali digitali fluidi e umani sono strategie che devono svi­lupparsi in parallelo e integrarsi per il suc­cesso nel retail.’ – ha spiegato Valente.

Omni Experience

I percorsi decisionali dei clienti sono infiniti e in continua evoluzione: è quindi fondamentale focalizzarsi sulla loro esperienza complessiva cross-canale. Progettando in modo iperflessibile e ‘liquido’ le diverse opzioni e rafforzando il drive-to-store sui canali digitali e il drive-to-digital nei canali fisici.

  • CVS Health Hub (USA) è un nuovo concept di farmacia integrata omni-canale con il 20% dello spazio dedicato ai servizi. Una farmacia trasformata in luogo di ascolto, anche perché, con l’acquisizione di una compagnia assicurativa e l’uso evoluto dei big data è possibile comportarsi in modo proattivo con i clienti, suggerendo ad esempio analisi con il giusto timing.

Emotional Experience

In uno scenario sempre più multi-canale, i negozi hanno il vantaggio di poter contare sulla fisicità delle interazioni con i prodotti e le persone per generare emozioni positive e possibilmente sorprendenti. Il digital, inoltre, consente ai negozi di coinvolgere i clienti grazie alla creazione di scenografie ‘grammable’.

  • Gucci è stato fra i primissimo ad usare il gaming come canale di branding e relazione con i clienti. L’ultima sua iniziativa è nata da una partnership col videogioco per mobile Tennis Clash dedicato al mondo del tennis: un grande successo.

Rational Experience

Progettare customer journey fluidi, facilitare l’orientamento in negozio e i processi decisionali, valorizzare il tempo dei clienti e snellire i processi di pagamento diventano elementi sempre più importanti, il visual merchandising e la comunicazione in-store possono inoltre contribuire a generare ‘store that talk’.

  • La Petite Epicerie (CH), convenience store di 60 mq, propone un assortimento basato su prodotti locali e biologici con un processo tutto a self-service e luso di QR code per le informazioni sui prodotti e dell’app per i pagamenti.

Sustainable Experience

Sempre più spesso i consumatori si mostrano pronti a premiare Brand e Retailer che sposano valori globali (come il rifiuto del lavoro minorile) con buone pratiche locali, come il supporto alle comunità e ai territori locali. La sostenibilità va perseguita con continuità, senza dimenticare che alcuni aspetti legati a questo tema, come il risparmio energetico, impattano positivamente sui conti economici.

  • Bocage (FR), brand francese dell’eccellenza nelle scarpe artigianali, con una catena di 137 negozi, da un lato lancia un servizio di abbonamento per cambiare frequentemente i modelli da indossare, dall’altro crea un canale di vendita dell’usato con un modello di economia circolare a tutto tondo.

I prossimi eventi di/con Kiki Lab

  • Torino 15 giugno: Ki-Life. Brand e Retail per un futuro presente sostenibile
  • Roma 28-30 settembre: World Retail Congress (Kiki Lab partner italiano in Giuria per gli Award)
  • Milano 21 ottobre: Innova Retail Award e Ki-Best 2021

 

Diventare franchisor: le 10 domande a cui devi saper rispondere

Articolo a cura dell’Avvocato Alessandra Sonnati – Frignani Virano e Associati Studio Legale

Aumenta l’interesse per il franchising, soprattutto da parte di coloro che sono alla ricerca di possibilità di impiego alternative. Come fare allora a capire se ci sono i presupposti per espandere la propria attività attraverso il franchising?

10 interrogativi per capire se sussistono i presupposti per espandere la propria attività attraverso il franchising

  1. La mia idea di business è valida?

Per capire se la propria idea di business “funziona” meglio di quella di un altro sarà opportuno affidarsi ad un’indagine di mercato, per analizzare il mercato di riferimento, le aree ed i settori ancora scoperti, gli operatori che in tale mercato già operano e così via. Altrettando opportuno sarà redigere uno studio di fattibilità economico-finanziaria.

  1. Conosco la normativa sul franchising?

Per chiunque voglia intraprendere un’attività in franchising è fondamentale conoscere la normativa di riferimento. In Italia il franchising è regolato dalla legge 129/2004, che definisce il contratto di franchising, regola i contenuti minimi del contratto e prevede specifici obblighi di informativa in capo all’affiliante. Le previsioni di cui alla legge sul franchising dovranno poi essere integrate con la specifica normativa che regolamenta il settore di riferimento.

  1. Qual è il know-how che posso offrire agli affiliati? Cosa distingue la mia attività da quella degli altri concorrenti?

Il know-how è essenziale per realizzare lo schema economico sul quale si basa lo sviluppo del franchising. Nel caso in cui un imprenditore consideri di scegliere il franchising come sistema per espandere la propria attività, questi deve quindi innanzitutto poter contare su un patrimonio di conoscenze pratiche derivanti da esperienze e da prove eseguite, che le abbia caratteristiche di originalità e differenziazione rispetto alla concorrenza, non solo in termini di offerta ma anche in termini di metodi commerciali e procedure.

  1. Ho già definito il Manuale Operativo?

Il know-how viene normalmente racchiuso nel Manuale Operativo, che è lo strumento che consente ai franchisee di “replicare” la formula in maniera uniforme. Per essere replicato il know-how deve essere individuato e codificato: l’aspirante franchisor dovrà quindi considerare come i franchisees potranno mettere in pratica il know-how e quali processi, metodi e procedure includere nel Manuale Operativo.

  1. Qual è l’immagine che desidero abbiano i miei punti vendita?

L’aspirante franchisor dovrà inoltre definire gli aspetti legati all’immagine dei punti vendita: lo stile dell’arredamento, i colori, le decorazioni.

  1. Quale marchio utilizzerò? Il mio marchio è registrato?

La realizzazione di una rete in franchising non può poi prescindere dalla disponibilità di un segno distintivo (da utilizzarsi come marchio e come insegna) e dalla registrazione dello stesso. La registrazione infatti attribuisce al titolare del marchio registrato il diritto di a terzi A l’uso.

  1. Quali servizi dovrò fornire all’inizio e durante il rapporto? Quali cambi devo apportare alla mia struttura organizzativa per avviare una rete in franchising?

Si tratta di un aspetto questo spesso sottovalutato nella fase di avvio di una rete in franchising. L’aspirante franchisor dovrà aver bene a mente i servizi che dovrà prestare agli affiliati, sia in termini di fornitura di prodotti (elemento questo presente non solo nel franchising di distribuzione di beni ma anche nel franchising di servizi, in quanto quasi sempre l’erogazione dei servizi è accompagnata da beni strumentali che l’affiliato deve acquistare) che in termini di  formazione ed assistenza tecnica e commerciale.

  1. Ho sperimentato sul mercato la mia formula commerciale?

La legge richiede che l’aspirante franchisor debba sperimentare sul mercato la propria formula commerciale prima di avviare una rete in franchising.

  1. Qual è il profilo ideale dei miei franchisees?

Opportuno è poi definire preventivamente qual è il profilo del franchisee ideale per gestire l’attività che si vuole sviluppare in franchising.

  1. I miei consulenti di fiducia possono assistermi?

Da ultimo sarà importante farsi assistere da consulenti (avvocati, commercialisti o consulenti di impresa) che abbiano una specifica esperienza in materia di franchising, sia per quanto riguarda agli aspetti legali (inclusa la redazione del contratto di franchising), che per quanto riguarda gli aspetti finanziari.

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ARTICOLO COMPLETO NEL NUMERO DI OTTOBRE DI AZ FRANCHISING

 

Centro Studi retail Confimprese: piccoli spiragli di ottimismo

Centro studi retail Confimprese sui piani di apertura di nuovi esercizi commerciali mostra qualche segnale di ottimismo con una stima di 882 punti vendita in arrivo a fronte di 496 chiusure

A un anno dallo scoppio della pandemia, il Centro studi retail Confimprese traccia il bilancio dell’andamento degli esercizi commerciali, piegati dalla recessione e dalle ristrettezze imposte dall’emergenza sanitaria.

Nel 2021 le imprese associate prevedono di chiudere 496 punti vendita in flessione di -3,8% vs 2020, ma stimano 882 aperture di nuovi esercizi commerciali (+6,7% vs 2020), di cui 320 diretti e 562 in franchising, che si conferma la formula distributiva maggiormente apprezzata dagli operatori retail. Considerando le previsioni relative al numero di punti vendita in chiusura emerge uno scenario cautamente ottimistico.

«La crisi pandemica si è portata via il 50% delle aperture – afferma Mario Resca, presidente Confimprese –. Le misure restrittive adottate sinora nel corso dell’emergenza significano 117 giornate di chiusura e si sono tradotte in una contrazione del fatturato per ciascuna azienda nell’ordine del -40% rispetto al 2019, con una conseguente diminuzione del fatturato annuo complessivo pari a 55,64 miliardi e una perdita proporzionale del gettito tributario stimabile in 11-12 miliardi di euro. Tuttavia, la buona notizia c’è ed è confermata dall’arrivo di 882 nuovi punti vendita, segno che il retail ha voglia di ripartire e di intercettare il desiderio di ritorno alla normalità degli italiani».

Aperture: analisi per settori merceologici

L’abbigliamento è al primo posto per nuove aperture con un totale di 238. Segue la ristorazione con una stima prevista di 191 nuovi locali. Il comparto casa e complementi d’arredo ha buone prospettive di crescita, dovute anche alla necessità imposta da un anno di pandemia di lavorare in smart working e alla ritrovata voglia di abbellire gli ambienti domestici. Il settore prevede 133 aperture.

Nel comparto salute e benessere apriranno 38 punti vendita, i nuovi store nell’elettronica di consumo sono 37, nei servizi 33, nell’entertainment 29, altro non food (immobiliare e bricolage) 183.

Quanto alla divisione tra aperture dirette e in franchising, il quadro è netto: nei settori abbigliamento e accessori, casa e complementi di arredo e immobiliare prevale la formula franchising, mentre nella ristorazione si aprono punti vendita diretti.

Aperture: analisi per aree geografiche

Un ultimo segnale di rilievo sui piani di apertura/chiusura arriva dall’analisi per aree geografiche, in cui si evidenzia un forte divario tra il Nord e il resto dell’Italia. Un’evidenza della forbice che da sempre divide il Paese anche nello sviluppo delle reti distributive.

Il 46,4% dei nuovi negozi in arrivo è concentrato al Nord, il 27,2% al Centro e il 26,3% al Sud e Isole. Analogamente in termini di chiusure la metà pari al 51,1% si sono registrate al Nord, il 27,4% al Sud e Isole e il 21,5% al Centro.

Benchmark totale mercato 2021 vs 5 anni precedenti

Il Rapporto 2021 di Confimprese fa il punto non solo sull’anno appena terminato, che ha influenzato pesantemente i consumi, ma traccia il benchmark sugli ultimi 5 anni. La curva delle aperture dal 2015 al 2019 è sempre stata incrementale – 735 nel 2015, 928 nel 2016, 1100 nel 2017, 1000 nel 2018 – e ha guadagnato su base annua sempre qualche punto percentuale per subire una battuta d’arresto nel 2019 (822 aperture) quando, con la flessione dei consumi già in atto soprattutto nel secondo semestre, si è registrata una flessione del -20% vs 2018.

Consumatori: per 2 famiglie su 3 l’impatto della crisi sul reddito si conferma negativo

Le rilevazioni sul fronte consumatori del Termometro Innovation Team-Cerved per Confimprese segnalano persistenti conseguenze dell’emergenza sanitaria sull’economia familiare: per 2 famiglie su 3 l’impatto della crisi sul reddito si conferma negativo o drammatico, dato che si è mantenuto pressochè stabile negli ultimi mesi.

Rimane elevato anche il pessimismo sui prossimi mesi: il 38,7% si dichiara più sfiduciato rispetto a un mese fa mentre si allontana sempre di più la prospettiva di un ritorno alla normalità in tempi brevi. Solo il 18,9% si aspetta che questo accada entro la fine dell’anno mentre per 6 su 10 una vita simile a quella pre pandemica ci sarà non prima del 2022.

Cambiano le abitudini dei consumatori

Dall’inizio della pandemia è calata in maniera importante la frequentazione dei punti di vendita fisici: 1 su 3 non è mai andato al ristorante e non ha fatto acquisti di beni durevoli mentre circa il 20% non ha mai fatto acquisti di abbigliamento o altri beni non durevoli in negozio. Il calo dei consumi è in parte attutito dal ricorso all’online, soprattutto per abbigliamento e accessori, ristoranti ma anche mobili ed elettronica.

Inoltre, il 72,9% trascorre meno tempo di prima nei negozi e solo il 18,5% ha mantenuto le abitudini precedenti. La sensazione di sicurezza e il rispetto delle norme anti Covid emergono come driver importanti nella scelta di dove fare gli acquisti, affiancandosi al più tradizionale rapporto qualità prezzo.

10 spunti per interfacciarsi meglio con il sistema creditizio

Dieci consigli utili per instaurare un buon rapporto con gli istituti di credito

*a cura di Roberto Colavecchio – Ratinglab srl – www.ratinglab.eu

  1. Partite dai dati oggettivi interrogando le principali banche dati circa la vostra azienda. Richiedete loro la reportistica più completa, non è raro infatti che possiate venire a conoscenza di cose che non sapevate o non ricordavate. Analizzate anche il vostro settore di appartenenza ed il numero di richieste sulla vostra posizione effettuate da banche e finanziarie.
  2. Richiedete e controllate la vostra Centrale Rischi verificando la correttezza dei dati riportati e nell’eventualità provvedete alla rettifica delle errate segnalazioni fornendo comunicazione delle stesse alle altre banche affidanti. In ipotesi di negatività datene spiegazioni a tutti gli istituti.
  3. Rianalizzate i vostri bilanci valutandoli come veicolo negoziale con gli istituti di credito. Predisponete e fornite alle controparti bancarie una reportistica esplicativa della reale situazione reddituale, finanziaria e patrimoniale dell’azienda
  4. Assunti i dati presentati nei tre punti precedenti tentate in modo critico di autovalutarvi. Attraverso tale procedura potrete rendervi conto della vostra reale capacità negoziale e sarete in grado di gestir al meglio il vostro rating. Infine, sarete in grado di predisporre al meglio la reportistica integrativa cui al precedente punto
  5.  Ciclicamente ed ogni caso al verificarsi di eventi significativi per l’azienda mettete a parte il sistema creditizio della vostra situazione e dei piani di sviluppo.
  6. Controllate con cadenza almeno trimestrale la vostra centrale rischi, il rating attribuitovi dalle banche, l’esistenza e la relativa scadenza delle eventuali linee temporanee, le eventuali rate/canoni che risultassero scaduti e impagati (nel caso ve ne fossero chiederne il dettaglio: la data di scadenza e l’importo) e le condizioni economiche applicate per ogni singola linea
  7. In ipotesi di richiesta di nuovi finanziamenti valutate la vostra effettiva capacità di rimborso. La marginalità è sufficiente a garantire il rimborso dei debiti?
  8. Qualora fosse necessario aprire nuovi rapporti bancari ponderate la scelta della controparte e predisponete una presentazione aziendale contenente la storia dell’attività, il curriculum vitae dei soci dell’imprenditore e del management ed un business plan sia discorsivo che numerico sui futuri e futuribili piani di sviluppo.
  9. Vagliate a sussistenza delle garanzie a supporto dell’indebitamento bancario e ponderate se sia necessario o comunque vantaggioso integrarle con ulteriori strumenti quali i consorzi fidi o il fondo di garanzia.
  10. Ultimo, ma sicuramente non per importanza, valutate la patrimonialità dell’azienda ponderandola con l’indebitamento, con il totale del passivo e confrontandola con le immobilizzazioni per capirne il reale grado di copertura, tenendo presente che il patrimonio netto ha una forte valenza sul Capitale Circolante Netto. Rammentate sempre che questo dato rappresenta il “Biglietto da Visita” dell’azienda.

Articolo completo nell’ultimo numero di AZ Franchising

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Il social media non è uno scherzo

di Mattia Nicoletti – Creative marketing strategist and producer – Dreamcatchers Entertainment

Per i social media il 2020 è stato un anno d’oro. Essere impossibilitati ad avere relazioni sociali e dover trascorrere molto tempo fra le mura di casa ha infatti aumentato l’utilizzo di Facebook e Instagram (nei mesi di gennaio-aprile Facebook aveva comunicato un aumento del tempo trascorso sui social del 70%). E questo discorso è valido anche per il mondo business. Purtroppo, ancora molto di frequente, alcune aziende approcciano i social senza una strategia, un’idea, un piano editoriale ben definito non sfruttando appieno le potenzialità del mezzo.
Quali sono quindi gli elementi oggi che bisogna tenere in considerazione se si vogliono utilizzare i social per comunicare al proprio target?

Pensare social prima di agire social
Oggi essere sui social è la normalità. Non c’è azienda o brand che non sia presente almeno su Facebook, Instagram e Linkedin (Twitter e TikTok sono utilizzati più per business specifici). La presenza tuttavia non garantisce visibilità. E’ un segnaposto, un semplice “ci devo essere”. Se tuttavia si vuole utilizzarli con efficacia prima di tutto bisogna stabilire un obiettivo. Ad esempio Facebook può essere utilizzato come servizio post-vendita o come strumento di informazione per il mondo o universo di riferimento. Instagram invece, essendo visivo, può essere utilizzato per i tutorial o per mostrare il “backstage” di un certo prodotto o servizio. Stabilito l’obiettivo si dovrà pensare a come e cosa comunicare.

L’importanza di Investire sui social
Se solo qualche anno fa la reach organica dei post, ovvero il numero di persone che leggono un post non sponsorizzato di una pagina Facebook era del 5% oggi è del 2%! (significa che un post di un account con una pagina con 100 Like è visibile solo a 2 persone). Questo per dire che un piano editoriale è importante ma è anche importante sponsorizzare alcuni dei contenuti che ottengono i migliori risultati per renderli più visibili e per acquisire Like alla pagina e follower (nel caso di Instagram).

Utilizzare Facebook Business Manager per pianificare contenuti e promozioni
Per utilizzare al meglio Facebook in ottica business, il social media mette a disposizione uno strumento, il business manager, che consente una gestione organizzata di contenuti e promozioni (compresa la gestione di più account pubblicitari per addebitare la spesa a diversi centri di costo) e la gestione di più pagine da una stessa intefaccia. In questo modo è possibile fare un’analisi dei risultati delle diverse campagne e gestire con semplicità i diversi target di pubblico.

Valorizzare il sito coi social quando è strategico per l’azienda
Se il sito web aziendale non è una semplice vetrina ed è presente una vendita di prodotti o servizi, l’utilizzo del “pixel”, il codice univo fornito da Facebook per raccogliere dati sulle campagne promozionali è fondamentale.

La professionalità prima di tutto
Credere che gestire i social sia semplice solo perché quotidianamente li si usa per ragioni personali è un grosso errore. Per comprenderlo è sufficiente provare a fare una campagna su un prodotto e farne sviluppare una parallela da chi il social media manager lo fa di lavoro. Inoltre l’evoluzione rapida dei social media comporta un aggiornamento continuo e uno studio approfondito che solo chi conosce bene i social può massimizzare. Il social media manager deve poi avere competenze creative, di scrittura, di marketing e di comunicazione che vanno oltre il conoscere alla perfezione la propria azienda (elemento comunque importante) i prodotti/servizi e il target di riferimento.

BURGER KING® cambia look: il primo rebranding completo in oltre 20 anni

La solidità del format e la forza del brand hanno permesso e permetteranno in futuro di emergere in un mercato, in questo particolare momento storico, sicuramente difficile. Stiamo parlando di Burger King, marchio sul mercato dal 1954 e oggi pronto a fare un salto di qualità introducendo un design visivo completamente nuovo che sarà presente in tutti i touchpoint che segnano l’esperienza del cliente. Ispirato ad alimenti reali e deliziosi, la modernizzazione del marchio rappresenta il primo rebranding completo in oltre 20 anni e rappresenterà in modo ancora più autentico i valori di Burger King.

Oggi più che mai, Burger King, si impegna a garantire che gli ospiti si sentano a proprio agio con il cibo che produce, e questo si riflette nel design visivo, in quello del ristorante e in tutta l’esperienza digitale. Il marchio è completamente rinnovato: nuovo logo, packaging, merchandising, menù, divise del personale, segnaletica e design del ristorante, nuovi visual social, digital e negli asset di marketing e pubblicità. Il risultato è un nuovo look che rivela fiducia nel futuro, pur rimanendo fedele alla tradizione e a ciò che i clienti amano di Burger King®.

Più omnicanalità e servizi

Oltre a questi asset strategici il brand punta molto sulla qualità del food, la sostenibilità e su un percorso di forte digitalizzazione attraverso una strategia di diversificazione multicanale intrapresa ormai da tempo e che è stato oggetto di una forte accelerazione. In particolare è potenziato il servizio di asporto, di delivery e drive thru, importanti canali che hanno consentito ai clienti l’accesso ai servizi e prodotti in totale sicurezza. In particolare il drive thru, che permette un servizio completamente contact less, è un canale di vendita sul quale il marchio punta da anni, ed essendo tra i pochi operatori ad offrirlo sul mercato italiano pone l’azienda di ristorazione in una posizione di chiaro vantaggio. Inoltre il canale delivery ha permesso di diversificare ulteriormente sfruttando un canale che fino a qualche anno fa non esisteva e che si è dimostrato strategico durante questi mesi. L’App Burger King si è evoluta e permette un’esperienza totalmente contactless, ordinando da casa, in movimento o al ristorante sia per il take away sia per il consumo in loco (ove consentito) addirittura con servizio di prenotazione al tavolo che per primi hanno inserito nel settore QSR. Il tutto integrato con sistemi di loyalty e CRM evoluti che consentono al cliente un’esperienza di consumo personalizzata.

I kiosk interattivi

Burger King non ha solo investito nella app, che comunque rappresenta il fiore all’occhiello della Digital User Experience, ma anche sui kiosk rendendoli più sofisticati e allo stesso tempo user friendly, interattivi e, capaci, grazie all’Intelligenza Artificiale, di assecondare i bisogni del cliente e proporre offerte e menù anticipandone i gusti a seconda del momento della giornata. Inoltre è stata resa ancora più moderna la piattaforma di software che permette alla cucina di dialogare con il front end. Ma non finisce qui, perché per il 2021, si sta lavorando molto nel mondo digitale per ricercare un miglioramento continuo dell’esperienza del cliente e ricercare importanti efficienze.

Un’offerta localizzata e integrata nella filiera italiana

L’offerta di Burger King è sempre più localizzata e integrata nella filiera italiana con prodotti che integrano l’eccellenza del food italiano nel creare varianti di prodotto. Già oggi la maggioranza della materia prima è acquistata in Italia, a partire dalla carne, il pane e l’insalata.  La continua focalizzazione sullo sviluppo del marchio riprenderà nel 2021 offrendo opportunità di lavoro sia a nuovi collaboratori, oggi oltre 5000, sia a nuovi partners, lungo tutta la penisola.

La nuova visual identity di Burger King®

Combinando gusto e qualità grazie al design, ogni elemento è stato intenzionalmente ripensato per rispecchiare al meglio la nuova esperienza gastronomica di Burger King. I principi del design acquisiscono le caratteristiche uniche del marchio Burger King: Delizioso, Grande&Grosso, Giocosamente Irriverente e Orgogliosamente Autentico.

  • Logo. Il reale mondo di BK – fatto da alimenti veri, semplici e deliziosi. Dal lancio dell’attuale logo nel 1999, si è passati a un design più moderno e digitale. Il nuovo logo minimalista mostra in modo fluido l’evoluzione del marchio negli anni e rende omaggio alla tradizione del brand, con un design raffinato, sicuro di sé, semplice e divertente.
  • Colori: I colori selezionati sono ricchi e audaci, ispirati all’iconico processo di cottura alla fiamma e agli ingredienti freschi che caratterizzano Burger King. La nuova fotografia è iper-testurizzata e comunica l’aspetto sensoriale degli alimenti.
  • Font. Il nuovo font di proprietà di Burger King è (appropriatamente) chiamato “Flame”. Il font si ispira alle forme del cibo BK – arrotondate, audaci, gustose – e alla personalità irriverente del marchio.

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Smart Money: l’incentivo per le nuove start up innovative

A cura della Dott.ssa Francesca Paleari – Founder & General Manager Obiettivo Sviluppo*

La misura SMART MONEY nasce con il principale obiettivo di facilitare l’incontro tra startup innovative e la rete degli incubatori e degli altri soggetti abilitati, per rafforzare la presenza delle startup in Italia e supportare le potenzialità delle imprese innovative in difficoltà nell’affrontare l’emergenza epidemiologica da COV1D-19.

È riservata sia a start up innovative attive da meno di 24 mesi, di piccole dimensioni, ed aventi sede in Italia, sia a persone fisiche che si impegnino a costituire la società entro 30 giorni dall’eventuale ammissione alle agevolazioni.

L’incentivo prevede due tipologie di sostegno:

  • Linea di intervento 1: contributo a fondo perduto per acquistare i servizi specialistici offerti dai rappresentanti dell’ecosistema dell’innovazione quali incubatori certificati ed acceleratori, innovation hub ed organismi di ricerca. Nello specifico, potranno essere acquistati servizi inerenti alla consulenza organizzativa, gestione della proprietà intellettuale, prototipazione, supporto nell’autovalutazione della maturità digitale, sviluppo e scouting di tecnologie e lavori preparatori per campagne di crowfunding.

I progetti dovranno contenere una soluzione innovativa, essere nella fase di individuazione del mercato o vicini alla fase di test del mercato, con lo sviluppo di un prototipo o con la prima sperimentazione del prodotto o servizio per misurare il gradimento dei potenziali clienti e/o investitori. Dovranno inoltre avere durata minima di almeno 12 mesi.

L’agevolazione prevede un contributo a fondo perduto per un importo massimo di 10.000 euro che può coprire fino all’80% delle spese ammissibili.

Il contributo è riconosciuto ai sensi del “de minimis”.

  • Linea di intervento 2: questa forma di sostegno è riservata alle start up innovative che hanno portato a termine il piano di attività previsto dalla linea di intervento 1. Si tratta di un contributo a fondo perduto che viene concesso qualora l’impresa abbia ottenuto capitali di rischio da parte di enti abilitati, investitori qualificati o business angels per finanziare i loro piani di sviluppo. L’operazione in questione dovrà essere in equity e di importo superiore a 10.000 Euro. Non dovrà raggiungere la quota di maggioranza del capitale sociale e garantire una permanenza di almeno 18 mesi. Il contributo è pari al 100% dell’investimento, con una soglia massima di 30.000 Euro. 

Con successivo provvedimento saranno comunicati tempi e modi per poter presentare la domanda.

RIPRODUZIONE RISERVATA – Articolo completo nell’ultimo numero di AZ Franchising

  • Obiettivo Sviluppo nasce per dare una risposta concreta alle esigenze degli imprenditori italiani che negli anni si sono sempre avvicinati al mondo delle agevolazioni pubbliche, dei mercati globali, delle partnership, senza riuscire a fare il next step : dall’idea all’execution. Con il progetto UP, il team entra nel vivo di questi argomenti, liberando imprenditori e manager dall’operatività di queste azioni, lasciandoli liberi di fare il loro lavoro e sviluppare il loro core business. I campi di azioni sono: Finanza agevolata, internazionalizzazione, networking. Settori di intervento: agricoltura, agroindustria/agroalimentare, artigianato, commercio, cultura, industria, pubblico, servizi/No Profit, turismo. francesca@obiettivosviluppo.com