La protezione dei dati personali nelle reti di franchising

di Alessio Molinarolli – Avvocato

 

Il concetto stesso di rete implica un collegamento e, in modo praticamente inevitabile, una qualche forma di comunicazione. Non che le reti di franchising e la rete internet siano la stessa cosa, ma la struttura di una rete, di qualunque rete, si può ridurre, con buona approssimazione, a quest’idea basilare.

Se si accetta questo presupposto, poi, ne va in qualche modo accettato un corollario: ogni forma di comunicazione richiede la presenza di informazioni, di dati che si muovono da una parte all’altra, da un soggetto all’altro.

Quando si parla di informazioni, peraltro, è possibile riferirsi a quelle, si potrebbe dire, pure e semplici, come un dato di mercato, una ricetta o lo stesso know-how, oppure ad altre, più particolari, di valore forse maggiore: i dati personali, vale a dire quelle informazioni che si riferiscono ad una persona identificata o identificabile.

Sul valore occorre intendersi: che i dati personali siano il nuovo petrolio è affermazione talmente diffusa e condivisa che risulterebbe persino noioso argomentare ulteriormente. Di sicuro, poi, le reti di franchising non sono immuni al “fascino” (e all’efficacia) di campagne di lead, del marketing diretto, magari abbinato a più o meno sofisticate tecniche di profilazione, delle tessere punti o fedeltà, di tutto ciò che, in breve, trova il proprio fondamento nella raccolta e nell’utilizzo di informazioni sulle persone, potenziali clienti più facilmente e comodamente raggiungibili grazie a queste tecniche e all’uso della tecnologia.

Se tutto questo sembra logico, desta non poco stupore, quanto meno a chi scrive, che non si sia sviluppato un particolare dibattito intorno al tema del trattamento dei dati personali, cioè, tanto per capirsi, alla vecchia privacy, all’interno delle reti di franchising, neppure dopo l’entrato in vigore del Regolamento UE 2016/679 (l’ormai famoso – o famosa – GDPR)

E’ evidente che in queste reti non solo ci si trova di fronte ad innumerevoli trattamenti di dati personali ma si assiste anche a caratteristiche davvero peculiari, se non uniche, di questi trattamenti dovute proprio alla presenza di più soggetti, collegati “in rete”, che comunicano tra loro e, sempre più spesso, contemporaneamente con i “clienti”.

I diritti degli interessati e le “domande chiave”

L’affermazione relativa al dibattito poco sviluppato in materia di franchising e protezione dei dati merita una precisazione.

Si è affrontato cioè il problema solo dal punto di vista tecnico-informatico e del sistema di gestione.

In molti casi, anche fuori dall’orbita del franchising, si è ritenuto infatti che la questione fosse di pertinenza esclusivamente tecnico informatica, commettendo così, a parere di chi scrive, un errore grave e grossolano: tralasciare l’aspetto giuridico, quello, per dirla in modo netto, che regola il confine tra lecito e illecito.

Non è detto, infatti, che un’impresa dotata dei migliori strumenti di protezione (tecnologica) delle proprie reti, stia trattando i dati personali in modo lecito (e questo senza ovviamente nulla togliere alla fondamentale importanza del profilo della sicurezza informatica).

Per comprendere questo è necessario considerare che la disciplina in questione non fa proprio un concetto ampio di “privacy”, intesa come qualcosa di simile alla riservatezza, ma consacra un principio forse più realistico, quello della protezione dei dati personali.

Anche qui, occorre fare attenzione alle parole utilizzate, perché la protezione di cui si parla non è sinonimo di difesa ma di un diritto dell’interessato – della persona cioè alla quale si riferiscono i dati – al controllo degli stessi, a sapere cioè che cosa viene fatto degli stessi, da chi e con quali modalità.

Ora, questo “diritto”, che si può manifestare attraverso una serie di specifiche “facoltà” (come il diritto di accesso, di rettifica, di opposizione eccetera) implica che l’interessato possa in primo luogo ricevere risposta alcune semplici domande: “Chi tratta i miei dati? Perché? Su quale base giuridica? Con quali strumenti? Per quanto tempo? A chi vengono comunicati miei dati?”.  

Ovviamente a queste domande occorrerebbe dare una risposta “interna” alle imprese, in un processo di preventiva autoanalisi, prima che la mancanza di risposta (entro il termine di trenta giorni) o una risposta il cui contenuto non sia conforme alla legge, generi pesanti sanzioni pecuniarie o si traduca addirittura in illeciti penali.

La definizione dei ruoli privacy e delle basi giuridiche: un buon inizio

Tra i soggetti coinvolti nelle operazioni di trattamento spicca la figura del Titolare. Spesso si travisa l’espressione, pensando alla titolarità come a qualcosa di equivalente alla proprietà, credendo di poter stabilire in un contratto chi è il titolare e chi non lo è e finendo per cadere prigionieri di un set di convinzioni molto lontane dalle previsioni legali.

Primo punto. Il Titolare è chi decide le finalità di e le modalità di trattamento. Non si è proprietari di nulla, perché non c’è nulla di cui essere proprietari, dal lato GDPR. Non solo. Il titolare è colui che effettivamente decide le finalità e le modalità del trattamento, indipendentemente da cosa si stabilisca in contratti di vario genere.

Per comprendere questo aspetto è fondamentale passare al secondo punto: ogni trattamento deve avere una adeguata base giuridica. Fino a ieri per ogni attività era prevista la firma di un consenso; dal 2018 (anno di entrata in vigore del Regolamento) il consenso rappresenta una base giuridica residuale, da utilizzare solo quando non ve ne siano altre disponibili (senza contare che la gestione dei consensi comporta molti, anzi moltissimi, oneri pratici in capo al Titolare).

In ambito privato la base giuridica più corretta è il più delle volte quella che riguarda “l’esecuzione di un contratto”.

 

Non si vive di solo Facebook

di Mattia Nicoletti – Creative marketing strategist and producer – Dreamcatchers Entertainment

 

Spesso l’universo del social media viene semplificato. Si parla tantissimo di Facebook, Instagram, Twitter, Linkedin, Tik Tok, perché tutti conoscono bene (o pensano di conoscere) queste piattaforme anche perché ne utilizzano quotidianamente almeno una. Tuttavia se si allarga lo sguardo e possibile rendersi conto di quanto il social sia rappresentato da molto altro. Dal più noto Youtube (che non tutti considerano social) a Twitch, prevalentemente dedicato al gaming (ma non solo), da Pinterest a Snapchat, da Telegram (che non è un semplice strumento di messaging) a Clubhouse. Per non citare poi Parler, NextDoor e Vero. Naturalmente alcuni dei social citati nel tempo potranno estinguersi o avere un’audience ristretta, ma il ragionamento da fare alla base di tutto è quello di cercare di comprendere dove si muove il target di riferimento di un’azienda. Semplificare dichiarando quindi che il cliente in ogni caso sarà su Facebook non è una risposta sufficiente e investire su un mezzo popolare può essere efficace a metà, perché si rischia di dover investire molto di più in promozione con risultati non del tutto soddisfacenti.

Il mondo digital ha una caratteristica fondamentale: non si ferma mai, è sempre in evoluzione. Quello che vale oggi non è detto che sarà valido domani. E’ importante di conseguenza continuare ad aggiornarsi e a studiare. Per continuare il discorso iniziato sulla molteplicità delle piattaforme social e dell’importanza di non limitarsi a comunicare su Facebook, Instagram e Twitter (che è comunque già un social con un’audience specifica) è possibile fare un parallelo con i canali televisivi. Negli anni 80’ esistevano le tre Rai, le tre Mediaset e i canali locali. Oggi esistono milioni di canali, e anche se i principali poi sono sempre Rai, Mediaset e Sky, i canali tematici rappresentano la vera opportunità perché hanno audience più piccole ma molto specifiche, da Gambero Rosso a Real Time, ognuno di essi nasconde un’opportunità. Lo stesso si può dire dei social.

L’approccio necessario nell’individuazione delle piattaforme social da utilizzare deve essere analitico e pratico, e deve prevedere uno studio approfondito delle piattaforme e un continuo aggiornamento professionale. Per questa ragione quando si pensa che chiunque possa gestire i social aziendali solo perché li utilizza ogni giorno e ha dei feedback positivi è un errore. Per padroneggiare i social e comprenderne tutte le potenzialità e i tecnicismi è necessario molto tempo.

Premesso questo la chiave principale per comprendere se una piattaforma social può essere efficace ai fini di comunicare un brand, un prodotto o un servizio è quello di conoscere se il target specifico a cui si è interessati è presente sulla piattaforma e in che percentuale. Su Facebook, infatti, proprio per l’audience trasversale dei suoi utenti, è probabile che il pubblico di interesse sia fra i suoi utilizzatori, ma questo non significa che sia facile e a basso costo raggiungerlo. Al contrario avere un account Pinterest (che ha un numero molto inferiore di utenti attivi in Italia rispetto a Facebook o Instagram) può essere molto più efficace se il target di interesse lo utilizza.

Il primo passo che si può compiere una volta individuata la presenza di un certo target è quello di comprendere come funziona una piattaforma social, quali sono i meccanismi di interazione, quali i contenuti che hanno più successo, quale la frequenza di pubblicazione, quale il tempo necessario per produrre un contenuto. In questo modo qualora si decidesse di sfruttare quella piattaforma per fare comunicazione si potranno conoscere in anticipo le sue principali caratteristiche e criticità.

Il digitale ha reso accessibile molte professionalità e ha semplificato le modalità di comunicazione, ciò non toglie che per essere un bravo fotografo bisogna conoscere la teoria, come gestire la luce, come funziona la focale e avere fatto esperienza su diversi tipi di soggetti prima di realizzare una foto professionale e ineccepibile anche con uno smartphone. Lo stesso ragionamento è applicabile ai social: esserci non significa conoscerli.

Il vantaggio di appartenere alla CCIS

La CCIS esiste in Svizzera dal 1909 ed opera sulle 3 aree linguistiche più importanti e su tre piazze commerciali di primo piano: Zurigo, Ginevra e Lugano. Farne parte significa per chi opera regolarmente in Svizzera accedere ad un network multisettoriale in grado di velocizzare tramite l’introduzione della Camera, i processi di espansione aziendale su questo difficile mercato. Intervista a Fabrizio Macrì, Segretario Generale Camera Commercio Italiana in Svizzera. 

Quali sono i principali servizi che la CCIS offre alle imprese e alle istituzioni?

“La Camera ha una forte vocazione all’internazionalizzazione. Questa vocazione si sostanzia nell’offerta di due categorie di servizi:

– servizi di consulenza fiscale, giuslavoristica e societaria per le imprese che abbiano operazioni attive sul mercato svizzero e abbiano bisogno del nostro supporto per agire in modo conforme alla legge svizzera ed efficace;

– servizi di sviluppo commerciale e di supporto all’export con attività non solo promozionali ma anche di ricerca attiva e diretta di clienti nei vari settori traino del Made in Italy”.

Quanto e quale fetta di mercato occupa il Franchising nell’intero comparto economico?

“Purtroppo non esistono statistiche recenti riferite in modo specifico al tema del franchising. Qualche anno fa l’associazione si è sciolta confluendo in una più ampia organizzazione che si occupa di dettaglio: “Swiss distribution”. Si stima che circa il 25% delle iniziative in franchising sia nel settore del commercio (alimentare, arredo e leasing di personale); intorno al 20% si attesta il settore alberghiero e della ristorazione. L’ultima rilevazione ufficiale risale al 2016 e faceva registrare 300 sistemi di franchising attivi in Svizzera: triplicati rispetto al 2.000”.

Quali sono i settori dal punto di vista remunerativo più vantaggiosi per le aziende italiane che vogliono fare business in svizzera?

“La Svizzera è un mercato maturo difficile da conquistare nella fase iniziale, ma una volta conquistato, offre interessanti margini e un alto livello di fidelizzazione del cliente. A momento sono in forte crescita i settori collegati alla sostenibilità alimentare (bio, green e prodotti per il wellness). Sono molto apprezzate soluzioni tecnologiche digitali: il Paese è molto sensibile al tema dell’innovazione ed investe anche molto in R&S. Nicchie di mercato più ampie che altrove si riscontrano nei beni di lusso, per l’alta concentrazione di individui ad altissimo potere d’acquisto, e nella sartoria su misura. Infine degno di nota il settore vitivinicolo in dinamica crescita da anni con una sempre maggiore affermazione dei vini italiani anche sui diretti concorrenti francesi. Ci sono settori più combattuti come l’arredo, il food e la meccanica di base, ma più che il settore conta l’approccio che deve essere a lungo termine e prevedere se possibile una presenza in loco con personale madrelingua: questo genera fiducia e ritorni commerciali sensibili.Per questo il franchising può rivelarsi una formula vincente, anche se bisogna tenere coto degli alti costi di affitto, delle forniture e del personale che questo mercato comporta”.

Quale consiglio darebbe a un imprenditore italiano che vuole allargare la propria rete di affiliazione in franchising in svizzera?

“Di investire in una ricerca di mercato sul campo che gli consenta di cogliere il “respiro del mercato” e capire se questo sia alla ricerca dei prodotti o delle soluzioni da lui offerte. Un nuovo concetto di Made in italy sostenibile che coniughi le tradizioni del made in italy del food, del design o della moda con materiali, processi o tecnologia innovativi tali da rendere il prodotto green ed allo stesso tempo “cool” e appetibile è ancora assente dal mercato”.

Dal punto di vista burocratico quali sono i passaggi da fare?

“Un’attività di franchising in Svizzera è stabilita tra un franchisor e un franchisee nell’ambito di un accordo di franchising. Per creare un’attività in franchising in Svizzera, le parti devono seguire le disposizioni del Codice di condotta dell’Associazione svizzera del franchising, che fornisce alcune regole per questo tipo di attività. Non sussistono dunque ulteriori passaggi burocratici rispetto all’apertura di una normale società in Svizzera, poiché l’industria del franchising non è regolata da una norma giuridica specifica. Tuttavia, quando si avvia la procedura di registrazione della società in Svizzera, ci sono alcune norme giuridiche che sono applicabili anche a un accordo di franchising in questo caso, come segue:

– Il Codice delle obbligazioni svizzero;

– Il Codice civile svizzero;

– Le leggi svizzere sulla protezione della proprietà intellettuale;

– La legge svizzera contro la concorrenza sleale;

– La legge federale sui cartelli e altre restrizioni della concorrenza”.