INVITALIA: IO RESTO AL SUD!

*Dott.ssa Francesca Paleari – Founder & General Manager Obiettivo Sviluppo

In una situazione oramai di stallo dell’economia, con l’incertezza COVID che primeggia tra gli operatori del settore, non è certo facile pensare a nuovi investimenti o addirittura a creare nuovi business. Oggi, però, analizziamo insieme una grande opportunità rivolta a tanti giovani del mezzogiorno che non hanno ancora perso la voglia di intraprendere, nonostante tutto.

“Resto al Sud” è l’incentivo che sostiene la nascita e lo sviluppo di nuove attività imprenditoriali o libero professionali nelle regioni del Mezzogiorno e nelle aree del Centro Italia colpite dai terremoti del 2016 e 2017.

Questa misura è finanziata e gestita da Invitalia, l’Agenzia nazionale per lo sviluppo, di proprietà del Ministero dell’Economia. Mission di Invitalia è dare impulso alla crescita economica del Paese, puntando sui settori strategici per lo sviluppo e l’occupazione, ed impegnandosi nel rilancio delle aree di crisi, soprattutto nel Mezzogiorno. Gestisce tutti gli incentivi nazionali che favoriscono la nascita di nuove imprese e le startup innovative. Finanzia i progetti grandi e piccoli, rivolgendosi agli imprenditori con concreti piani di sviluppo, soprattutto nei settori innovativi e ad alto valore aggiunto. Offre servizi alla Pubblica Amministrazione per accelerare la spesa dei fondi comunitari e nazionali e per la valorizzazione dei beni culturali. È Centrale di Committenza e Stazione Appaltante per la realizzazione di interventi strategici sul territorio.

La vision di Invitalia è stata centrata in pieno, basti vedere alcuni “numbers”:

Dati aggiornati al 1 settembre 2020

  • 169        Grandi investimenti finanziati
  • 1.024    Startup innovative finanziate
  • 4 mld    Investimenti attivati con l’Autoimpiego

Focalizzandoci sul bando RESTO AL SUD, specificatamente, gli incentivi previsti sono:

  • 15.000 euro per le attività svolte in forma di ditta individuale o di libera professione esercitata in forma individuale;
  • 10.000 euro per ogni socio, fino ad un massimo di 40.000 euro, per le attività esercitate in forma societaria.

É possibile ricevere il contributo a condizione di aver completato il programma di spesa ammesso alle agevolazioni e di essere in regola con il pagamento delle rate del finanziamento bancario e con gli adempimenti previsti dalla normativa.

Buone notizie anche in riferimento al recente Decreto Rilancio:

per le sole imprese esercitate in forma individuale (con un solo soggetto proponente) il massimale di spesa è stato elevato a 60.000 euro;

  • per tutte le iniziative imprenditoriali il nuovo mix di agevolazioni, sempre pari al 100% del programma di spesa ammesso, prevede il 50% di contributo a fondo perduto e il 50% di finanziamento bancario agevolato.
  • Queste novità si applicano alle domande presentate dopo il 19 luglio 2020.

Nello specifico, vediamo i “numbers” (altrettanto positivi) di questo bando:

Dati aggiornati al 31 agosto 2020

  • 6.215                  Iniziative finanziate
  • 202 mln              Agevolazioni concesse
  • 23.029                Posti di lavoro creati

Resto al Sud sostiene la nascita e lo sviluppo di nuove attività imprenditoriali e libero professionali in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna, Sicilia e nelle aree del cratere sismico del Centro Italia (Lazio, Marche, Umbria). L’incentivo è destinato a chi ha un’età compresa tra i 18 e i 45 anni.

Vediamo nel concreto cosa finanzia:

–             attività produttive nei settori industria, artigianato, trasformazione dei prodotti agricoli, pesca e acquacoltura

–             fornitura di servizi alle imprese e alle persone

–             turismo

–             attività libero professionali (sia in forma individuale che societaria)

Sono escluse le attività agricole e il commercio.

Resto al Sud copre fino al 100% delle spese, con un finanziamento massimo di 50.000 euro per ogni richiedente, che può arrivare fino a 200.000 euro nel caso di società composte da quattro soci.

I fondi disponibili ammontano a 1 miliardo e 250 milioni di euro.

Non ci sono bandi, scadenze o graduatorie: le domande vengono valutate in base all’ordine cronologico di arrivo.

Come funzionano le agevolazioni

Le agevolazioni coprono il 100% delle spese ammissibili e sono cosi composte:

  • 50% di contributo a fondo perduto;
  • 50% di finanziamento bancario garantito dal Fondo di Garanzia per le PMI. Gli interessi sono interamente a carico di Invitalia.

Questo nuovo mix di agevolazioni si applica alle domande presentate dopo il 19 luglio 2020.

Nota di merito (lodevole): a partire dal’11 aprile 2020, anche per le imprese Resto al Sud con sede in Abruzzo e nei comuni del cratere sismico della regione Marche, il finanziamento bancario potrà essere direttamente coperto dalla garanzia del Fondo per le PMI, senza che sia necessario l’intervento di un Confidi autorizzato e con un conseguente vantaggio per i beneficiari in termini di costi e tempo.

Le agevolazioni sono rivolte agli under 46 che al momento della presentazione della domanda sono residenti nelle regioni del mezzogiorno precedentemente elencate, o nei 116 Comuni compresi nell’area del cratere sismico del Centro Italia (Lazio, Marche Umbria), oppure che trasferiscano la residenza nelle suddette aree entro 60 giorni (120 se residenti all’estero) dall’esito positivo dell’istruttoria.

Ulteriori requisiti richiesti:

  • non siano già titolari di altre attività d’impresa in esercizio alla data del 21/06/2017;
  • non abbiano ricevuto altre agevolazioni nazionali per l’autoimprenditorialità nell’ultimo triennio;
  • non abbiano un lavoro a tempo indeterminato e si impegnino a non averlo per tutta la durata del finanziamento.

L’incentivo si rivolge a:

  • imprese costituite dopo il 21/06/2017;
  • imprese costituende (la costituzione deve avvenire entro 60 giorni – o 120 giorni in caso di residenza all’estero – dall’esito positivo dell’istruttoria).

Questa è una grande opportunità per una parte del paese che è ricca di risorse umane e professionalità, e dove l’eventuale disponibilità di contributi può fare la differenza. Obiettivo Sviluppo c’è.

La tutelabilità del concept store come opera creativa

La Corte di Cassazione conferma: uno strumento di protezione in più per i franchisors

di Alessandra Sonnati – Avvocato, Frignani Virano e Associati Studio Legale

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 8433 del 30 aprile 2020, si è pronunciata sulla vicenda che da alcuni anni vedeva contrapposte Kiko e Wycon in merito all’asserita riproduzione da parte di quest’ultima del concept store caratterizzante i punti vendita della catena di prodotti di make-up Kiko, in violazione dei diritti di utilizzazione economica del progetto ed ingenerando nei consumatori una indebita confusione.

Il progetto, di stile minimalista, era costituito da “un ingresso open space, con ai lati due grandi grafiche retroilluminate; su interni aventi espositori laterali consistenti in strutture continue e inclinate aventi pareti caratterizzate da alloggi in plexiglass trasparente traforati nei quali sono inseriti i prodotti; su “isole” a bordo curvilineo posizionate al centro dei negozi per contenere i prodotti o fornire piani di appoggio; sulla presenza di numerosi schermi TV incassati negli espositori inclinati; sull’utilizzazione di combinazioni dei medesimi colori (bianco, nero, rosa/viola) e di luci ad effetto discoteca”.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello avevano riconosciuto la tutela autoriale del concept store in quanto la scelta, la combinazione, il coordinamento e la conformazione complessiva degli elementi utilizzati per l’arredamento dei negozi Kiko, espressi in un progetto di architettura di interni realizzato da uno studio di architettura su commissione della stessa Kiko presentavano sufficienti “elementi di creatività” e non costituivano una soluzione imposta da problemi tecnici o funzionali.

Per quanto concerne la tutelabilità del concept store come opera creativa la Cassazione ha confermato che “in tema di diritto d’autore, un progetto o un’opera di arredamento di interni, nel quale ricorra una progettazione unitaria, con l’adozione di uno schema in sé definito e visivamente apprezzabile, che riveli una chiara “chiave stilistica”, di componenti organizzate e coordinate per rendere l’ambiente funzionale ed armonico, ovvero l’impronta personale dell’autore, è proteggibile quale opera dell’architettura, ai sensi dell’art. 5, n. 2 L.A. (“i disegni e le opere dell’architettura”), non rilevando il requisito dell’inscindibile incorporazione degli elementi di arredo con l’immobile o il fatto che gli elementi singoli di arredo che lo costituiscano siano o meno semplici ovvero comuni e già utilizzati nel settore dell’arredamento di interni, purché si tratti di un risultato di combinazione originale, non imposto dalla volontà di dare soluzione ad un problema tecnico-funzionale da parte dell’autore”.

I franchisors possono quindi ora contare su uno strumento di protezione in più per meglio tutelare l’immagine dei propri punti vendita e per opporsi all’utilizzo da parte di soggetti concorrenti di un concept store confondibile.

Diventare franchisor: le 10 domande a cui devi saper rispondere

Aumenta l’interesse per il franchising, soprattutto da parte di coloro che sono alla ricerca di possibilità di impiego alternative. Come fare allora a capire se ci sono i presupposti per espandere la propria attività attraverso il franchising?

10 interrogativi per capire se sussistono i presupposti per espandere la propria attività attraverso il franchising

Avvocato Alessandra Sonnati – Frignani Virano e Associati Studio Legale

  1. La mia idea di business è valida?

Per capire se la propria idea di business “funziona” meglio di quella di un altro sarà opportuno affidarsi ad un’indagine di mercato, per analizzare il mercato di riferimento, le aree ed i settori ancora scoperti, gli operatori che in tale mercato già operano e così via. Altrettando opportuno sarà redigere uno studio di fattibilità economico-finanziaria.

  1. Conosco la normativa sul franchising?

Per chiunque voglia intraprendere un’attività in franchising è fondamentale conoscere la normativa di riferimento. In Italia il franchising è regolato dalla legge 129/2004, che definisce il contratto di franchising, regola i contenuti minimi del contratto e prevede specifici obblighi di informativa in capo all’affiliante. Le previsioni di cui alla legge sul franchising dovranno poi essere integrate con la specifica normativa che regolamenta il settore di riferimento.

  1. Qual è il know-how che posso offrire agli affiliati? Cosa distingue la mia attività da quella degli altri concorrenti?

Il know-how è essenziale per realizzare lo schema economico sul quale si basa lo sviluppo del franchising. Nel caso in cui un imprenditore consideri di scegliere il franchising come sistema per espandere la propria attività, questi deve quindi innanzitutto poter contare su un patrimonio di conoscenze pratiche derivanti da esperienze e da prove eseguite, che le abbia caratteristiche di originalità e differenziazione rispetto alla concorrenza, non solo in termini di offerta ma anche in termini di metodi commerciali e procedure.

  1. Ho già definito il Manuale Operativo?

Il know-how viene normalmente racchiuso nel Manuale Operativo, che è lo strumento che consente ai franchisee di “replicare” la formula in maniera uniforme. Per essere replicato il know-how deve essere individuato e codificato: l’aspirante franchisor dovrà quindi considerare come i franchisees potranno mettere in pratica il know-how e quali processi, metodi e procedure includere nel Manuale Operativo.

  1. Qual è l’immagine che desidero abbiano i miei punti vendita?

L’aspirante franchisor dovrà inoltre definire gli aspetti legati all’immagine dei punti vendita: lo stile dell’arredamento, i colori, le decorazioni.

  1. Quale marchio utilizzerò? Il mio marchio è registrato?

La realizzazione di una rete in franchising non può poi prescindere dalla disponibilità di un segno distintivo (da utilizzarsi come marchio e come insegna) e dalla registrazione dello stesso. La registrazione infatti attribuisce al titolare del marchio registrato il diritto di a terzi A l’uso.

  1. Quali servizi dovrò fornire all’inizio e durante il rapporto? Quali cambi devo apportare alla mia struttura organizzativa per avviare una rete in franchising?

Si tratta di un aspetto questo spesso sottovalutato nella fase di avvio di una rete in franchising. L’aspirante franchisor dovrà aver bene a mente i servizi che dovrà prestare agli affiliati, sia in termini di fornitura di prodotti (elemento questo presente non solo nel franchising di distribuzione di beni ma anche nel franchising di servizi, in quanto quasi sempre l’erogazione dei servizi è accompagnata da beni strumentali che l’affiliato deve acquistare) che in termini di  formazione ed assistenza tecnica e commerciale.

  1. Ho sperimentato sul mercato la mia formula commerciale?

La legge richiede che l’aspirante franchisor debba sperimentare sul mercato la propria formula commerciale prima di avviare una rete in franchising.

  1. Qual è il profilo ideale dei miei franchisees?

Opportuno è poi definire preventivamente qual è il profilo del franchisee ideale per gestire l’attività che si vuole sviluppare in franchising.

  1. I miei consulenti di fiducia possono assistermi?

Da ultimo sarà importante farsi assistere da consulenti (avvocati, commercialisti o consulenti di impresa) che abbiano una specifica esperienza in materia di franchising, sia per quanto riguarda agli aspetti legali (inclusa la redazione del contratto di franchising), che per quanto riguarda gli aspetti finanziari.

ARTICOLO COMPLETO NEL NUMERO DI OTTOBRE DI AZ FRANCHISING

 

Le principali misure per supportare e rilanciare la ripresa economica e sociale del paese

Imprese, artigiani, commercianti, professionisti, lavoratori e famiglie, le principali misure del decreto riguardano tutti gli attori sociali, con un unico obiettivo: sostenere e spingere la ripresa economica del Paese

@ Dott.ssa Francesca Paleari | Founder & General Manager Obiettivo Sviluppo

Il Consiglio dei Ministri ha elaborato un pacchetto di misure che vuole diventare uno dei pilastri fondamentali della politica economica di quest’anno, con l’unico obiettivo di trovare una risposta concreta alle molteplici e diverse esigenze delle imprese, dei lavoratori e delle famiglie duramente colpite da questa nuova, inattesa, massacrante crisi economica causata dal virus.

Dopo il decreto Cura Italia e il decreto Liquidità, il nuovo decreto RILANCIO punta a rafforzare le attività produttive che hanno subito forti perdite di fatturato e competitività durante questa emergenza attraverso un quadro complesso, ma omogeneo, di azioni dirette, tra le quali (fonte MISE):

FONDO PERDUTO, IRAP, RIDUZIONE BOLLETTE, PAGAMENTO DEBITI PA

12 miliardi per il pagamento dei debiti commerciali degli enti locali, delle Regioni e delle Province autonome nei confronti delle imprese;

6 miliardi per contributi a fondo perduto a favore di società e imprese individuali con ricavi fino a 5 milioni di euro, che saranno erogati dall’Agenzia delle Entrate e parametrati al calo del fatturato sul mese di aprile 2020 rispetto al corrispondente mese del 2019, superiore al 33%. Previsto un contributo minimo di 2000 euro per le società e di 1000 euro per l’impresa individuale (cumulabile col bonus INPS);

4 miliardi per cancellare definitivamente il saldo 2019 e l’acconto 2020 dell’Irap di giugno e luglio per tutte le imprese con fatturato annuo fino a 250 milioni di euro;

4 miliardi per finanziare ulteriormente il Fondo di Garanzia per le Pmi, che si aggiungono alle risorse già stanziate nei decreti Cura Italia e Liquidità per arrivare ad un ammontare complessivo di circa 7 miliardi;

600 milioni per ridurre nel 2020 i costi fissi delle bollette elettriche per le utenze non domestiche in bassa tensione.

ECONOBONUS E SISMABONUS AL 110%

Nel decreto Rilancio è stata inoltre inserita una norma fondamentale per il riavvio del settore strategico dell’edilizia: l’innalzamento al 110% delle detrazioni per le ristrutturazioni legate all’Ecobonus e al Sismabonus che amplia la platea dei possibili beneficiari degli interventi, garantendo una forte leva agli investimenti. Viene inoltre data la possibilità di cessione del credito anche a intermediari finanziari, in modo da favorire la riqualificazione energetica del patrimonio edilizio in ottica ecosostenibile.

AFFITTI COMMERCIALI, TOSAP

Sugli affitti commerciali è riconosciuto il credito d’imposta per il 60% dell’ammontare mensile del canone di locazione per i mesi di aprile, maggio e giugno. Oltre che in compensazione, il credito può essere anche ceduto al locatore o al concedente o ad altri soggetti, compresi istituti di credito e altri intermediari finanziari. Previsto anche l’esonero del pagamento di tasse e canoni per le occupazioni di suolo pubblico (Tosap-Cosap) dal 1 maggio fino al 31 ottobre 2020, in favore di bar ristoranti, discoteche e altri pubblici esercizi. Sono state inoltre introdotte semplificazioni burocratiche per il rilascio di nuovi concessioni di suolo pubblico o per l’ampliamento di quelle già concesse.

IMPRESA 4.0

Nel pacchetto imprese è stato prorogato al 31 dicembre 2020 il termine per la consegna dei beni strumentali oggetto del super ammortamento. Migliaia di imprese e professionisti potranno pertanto beneficiare dell’incentivo fiscale anche se non riusciranno a ricevere, a causa del lockdown, la consegna del bene entro il 30 giugno, così come previsto dalla normativa vigente prima della proroga disposta con il decreto Rilancio.

RICAPITALIZZAZIONE, START-UP, TRASFERIMENTO TECNOLOGICO

A queste misure si aggiungono quelle relative a incentivi per favorire la ricapitalizzazione di imprese, con fatturato compreso tra i 5 e i 50 milioni di euro, attraverso lo schema ‘Pari Passu’ con fondi gestiti da Invitalia e Cdp; il rafforzamento dell’ecosistema delle start up innovative attraverso la liquidità garantita mediante il programma Smart&Start e risorse aggiuntive al Fondo per il Venture Capital; i finanziamenti del Fondo Innovazione dedicato al trasferimento tecnologico tra il mondo della ricerca e quello produttivo, nonché al Fondo per la salvaguardia dei livelli occupazionali, finalizzato a contrastare la delocalizzazione di aziende e tutelare i lavoratori; 100 milioni di euro per il rifinanziamento del fondo dedicati all’acquisto di veicoli a ridotte emissioni. E’ inoltre istituito presso il MiSE il “First Playable Fund” diretto al sostegno della produzione italiana di prodotti di intrattenimento digitale. Tramite questo fondo le imprese del settore dell’intrattenimento digitale potranno presentare i loro progetti di sviluppo a editori o investitori per ottenere finanziamenti necessari per la successiva produzione del prodotto finale e della sua distribuzione sul mercato internazionale. Sono stati inoltre stanziati 20 milioni di euro per la nascita di un polo specializzato di ricerca e sviluppo nel settore automotive da realizzare nell’area di crisi industriale complessa di Torino. Questo polo opererà come ente di ricerca indipendente per la realizzazione di linee pilota sperimentali su nuove forme di mobilità, compresa la mobilità elettrica, la guida autonoma e l’intelligenza artificiale.

Obiettivo Sviluppo c’è.

Franchisee multi-unit e multibrand: sarà questo il futuro?

Risponde Mirco Comparini, consulente, esperto in franchising

Il diffuso modello del Multi-Unit Franchisee (MUF) ha avuto molto successo rispetto alla tradizionale Single-Unit Franchisee (SUF), soprattutto in paesi nei quali il franchising è più consolidato, tanto che anche in Italia i marchi internazionali lo hanno adottato da subito e nel tempo si è consolidato tanto da farne esempio per molti marchi nazionali, ma il tema, pur in un mercato molto maturo come quello statunitense è dibattuto sin dagli anni ’80 e ancora oggi trattato e analizzato in continuazione. Pertanto per sapere se il MUF sarà protagonista del futuro, occorrerebbe preliminarmente andare ad analizzare la struttura delle reti attualmente protagoniste sul territorio. Un concetto simile possiamo anche declinarlo sul Multi-Brand Franchising (MBF), pur con delle peculiarità.

SINGLE-UNIT FRANCHISEE (SUF) E MULTI-UNIT FRANCHISEE (MUF)

Intanto, diciamo che, nel trattare il tema MUF, occorre considerare almeno quattro aspetti:

  1. Il primo è che i due modelli non sono universali e, nella realtà quotidiana, i modelli misti sono la norma;
  2. Il secondo è che non esiste un modello valido per tutte le aziende e per tutti i sistemi di franchising, determinando l’obbligo per il franchisor di dover valutare attentamente il modello da seguire sin dalla fase di progettazione e di sviluppo, cioè, in tutto il suo percorso di crescita;
  3. Il terzo si basa sulla effettiva redditività che il sistema di franchising produce a favore del franchisee e, molto più importante, il cash flow che consenta anche forme di espansione progressiva e nel tempo;
  4. Il quarto, infine, è l’elemento che deve considerare la durata contrattuale posta in un’ottica di sviluppo nel MLT.

Secondariamente occorre prendere in considerazione che il termine Multi-Unit Franchisee (MUF) in Italia è utilizzato in una forma ridotta rispetto a quanto accade nel resto del mondo. Infatti, il MUF assorbe anche gli strumenti di sviluppo noti come Area Development Franchising (ADF) e Incremental Franchising (IF).

Questa precisazione diventa determinante in termini di strategie di sviluppo e crescita e anche in termini di strategie organizzative dell’intera rete.

Infatti, l’integrazione di nuove unità in un sistema di franchising avviene in uno o più dei seguenti modi:

  1. Facendo affiliare un singolo franchisee che, appunto, rappresenta una singola unità in franchising (SUF);
  2. Incaricando un franchisee a fungere da “sviluppatore” per l’individuazione e l’apertura di nuovi affiliati, spesso in base a un accordo anche programmato (ADF);
  3. Concedendo in affiliazione una o più ulteriori singole unità in franchising ad un affiliato già operativo e presente nella rete, talvolta anche programmato nel tempo (IF).

Se da un lato risulta agevole individuare giudizi e valutazioni positive sull’adozione del MUF, dall’altro occorre anche comprenderne le insidie e gli aspetti negativi.

Certamente, in termini di crescita, l’adozione di uno sviluppo con il MUF è una forma di espansione più economica per il franchisor. Si pensi alla minore attività di selezione, formazione, inserimento, avviamento, ecc. per gli affiliati, i quali sosterranno anche i relativi costi e rischi. Non di meno anche il concedere una crescita interna ai migliori franchisees è motivo di stimolo per maggiori rendimenti e ritorni più veloci degli investimenti. Da non sottovalutare, inoltre, ricollegandosi all’importanza di cui al punto 3, che un franchisee operante da anni con un franchisor e che conosce il business ed i rendimenti, sarà più portato ad investire in un nuovo punto vendita in attesa del ritorno dell’investimento.

IL MUF E IL RAPPORTO TRA FRANCHISOR E FRANCHISEE

Uno di fattori maggiormente “sensibili” all’adozione del MUF è la relazione tra potere e dimensioni del franchisee e il franchisor. In sostanza, i MUF di maggiori dimensioni potrebbero influenzare le decisioni di un affiliante, incidendo nella governance della rete, ma incidendo anche nella fase di interruzione dei rapporti circa le clausole di non concorrenza.

Infatti, un altro degli elementi che sono posti a confronto nelle scelte tra SUF e MUF riguarda, appunto, l’impatto dell’uso di diversi “meccanismi di controllo” di carattere operativo e organizzativo ponendo a confronto strutture basate su manager e affiliati.

Come accennato, la positività che esprime il MUF, trova anche aspetti controversi, tanto da essere definiti “il paradosso del MUF”. Mi riferisco, in particolare, proprio al confronto relativo al controllo delle singole unità affiliate appartenenti ad un unico affiliato. Il paradosso è dato dal fatto che alcune problematiche attinenti a questa tematica e che sono ritenute una soluzione per il franchisor possono riapparire sul franchisee e, di norma, un franchisor dovrebbe anche prendere in considerazione questo aspetto per la salute generale del sistema di franchising.

Alla luce di quanto riportato, ritengo sia molto più comprensibile e anche tecnicamente (e aziendalmente) opportuno tenere conto del fatto che per prendere in considerazione un potenziale futuro del Multi Unit Franchising (MUF) in Italia, occorre aver ben chiaro e conoscere le singole realtà e la loro reale struttura, sia essa relativa al franchisor, sia essa relativa ai franchisee: teoricamente tutto può funzionare, praticamente i fattori sono molti altri.

IL MULTI BRAND FRANCHISING (MBF)

Per quanto concerne il Multi Brand Franchising (MBF), il concetto, a mio parere, è ancora più complesso e, oltre ad interessare, sia franchisor proprietari di più marchi in franchising, sia franchisee autorizzati ad aderire a più sistemi di franchising, può essere analizzato da moltissimi altri aspetti, sia con valutazioni e giudizi positivi, sia negativi. Normalmente si tratta di considerazioni strategiche in termini aziendali.

Pensando al futuro per tale sistema, in forma prospettica possiamo affermare che le esperienze di altri mercati più maturi di quello italiano determinano una valutazione positiva per ambedue i protagonisti del settore. Da parte mia rilevo un ostacolo dal gap culturale che è impossibile negare essere presente. Trattare il MBF è avere piena e totale conoscenza del franchising, in ogni suo aspetto e sua caratteristica, ma anche variabile e questo, a tutt’oggi, dal mio punto di vista, non è una situazione ancora ben consolidata, anche in chi opera sul mercato da qualche anno.

Il tema, poi, si scontra con la contrattualistica e la concessione da parte del franchisor al franchisee di operare anche in rapporto con altri marchi, indipendentemente se essi siano o non siano in concorrenza.

In questo caso, siamo innanzi a reti che privilegiano un rapporto effettivamente operativo del franchisee all’interno della rete e, nel caso, dedito allo sviluppo di MUF, rispetto ad altre reti che privilegiano rapporti di investimento del franchisee. E’ una differenza di non poco conto, visto che tali scelte sono effettuate anche da marchi di portata globale.

Cosa cambia nei contratti per il futuro

E’ consigliabile che gli imprenditori per il futuro rivedano i propri modelli contrattuali perché l’emergenza sanitaria ha determinato nuovi scenari

 

La crisi determinata dall’epidemia da COVID-19 e le misure restrittive poste in essere dal Governo per limitare i contagi hanno causato grandi difficoltà alle parti, che si sono trovate nella condizione di non poter adempiere ai propri obblighi contrattuali. A ciò si aggiunga che alcuni contratti non contenevano clausole idonee a garantire adeguata protezione rispetto a questa specifica situazione (d’altronde fino a qualche mese fa difficilmente prevedibile), con il rischio per le parti di dover far fronte, nei prossimi mesi, a richieste di risarcimento danni e/o di risoluzione.

Per i contratti che verranno conclusi nell’immediato futuro diventa quindi indispensabile prevedere apposite clausole per limitare le conseguenze derivanti dal possibile protrarsi dell’epidemia o nel caso in cui vengano reintrodotte nuove misure restrittive.
Quanto precede sia con riferimento ai contratti di franchising ma anche ai contratti con i fornitori di prodotti e servizi, ai contratti di locazione e così via.

Qui di seguito abbiamo riportato una casistica esemplificativa di situazioni e possibili rimedi, che, a seconda del tipo di contratto, potrebbero essere presi in considerazione per disciplinare le difficoltà e gli impedimenti che le parti potrebbero dover nuovamente fronteggiare e le loro conseguenze.

Posto che è molto probabile che nei prossimi mesi dovremo convivere con il virus e che non è pertanto possibile escludere il verificarsi di nuovi picchi, con conseguente reintroduzione di misure restrittive atte a limitarne l’innalzamento, diventa in primo luogo essenziale definire chiaramente i diritti e gli obblighi delle parti nel caso in cui una o entrambe le parti siano costrette a sospendere, in tutto o parzialmente, la propria attività.

Occorrerà inoltre verificare che le clausole di forza maggiore eventualmente presenti nei contratti attuali includano eventi quali pandemie e epidemie così come ordini delle Autorità. Ad esempio la Camera di Commercio Internazionale (ICC) nel mese di marzo 2020 ha aggiornato le clausole standard di forza maggiore sostituendole con una nuova versione (anche se va detto che per i contratti conclusi durante e dopo l’insorgere dell’attuale emergenza è dubbio se la parte che omette o ritarda la prestazione possa invocare l’epidemia da COVID-19 come causa esimente, considerato che oggi la circostanza è ben nota alle parti, le quali assumono i rispettivi impegni consapevoli dei possibili rischi).

Consigliabile sarà poi disciplinare contrattualmente quali sono i rimedi disponibili alle parti, sia nel caso in cui una parte fosse impossibilitata ad adempiere alla propria prestazione, sia nel caso in cui la prestazione diventasse più difficoltosa od onerosa. Così ad esempio sarà opportuno valutare, a seconda del tipo di contratto, se la soluzione più adeguata sia la risoluzione immediata del contratto oppure -soprattutto per i contratti di durata, dove maggiore è l’interesse delle parti a conservare la relazione contrattuale – se prevedere la risoluzione solo dopo che è trascorso un certo periodo di tempo.

Altrettanto opportuno sarà valutare di inserire dei meccanismi che consentano alle parti di rivedere temporaneamente alcuni dei termini e delle condizioni contrattuali, definendo la procedura da seguire e indicando dei parametri predefiniti cui attenersi (ad esempio per la revisione o la dilazione dei corrispettivi).
In conclusione, è consigliabile che gli imprenditori per il futuro rivedano i propri modelli contrattuali, non potendo ad oggi prevedere quali saranno gli scenari che si presenteranno.

*Avvocato – Frignani Virano e Associati Studio Legale

Finanza agevolata per lo sviluppo dello smart working

Le domande potranno essere presentate fino al 15 dicembre 2021. L’iniziativa è finanziata con risorse del POR FSE 2014-2020 – ASSE I “Occupazione”, a valere sull’Obiettivo specifico 8.6, Azione 8.6.1.

Dott.ssa Francesca Paleari*

Come riportato in una interessantissima analisi di Giampiero Falasca de Il Sole 24 ore, a seguito delle note e tristi problematiche legate alla pandemia del Coronavirus, c’è stato un vero e proprio boom di smart working.

La velocità e la criticità con il quale il sistema produttivo ha dovuto recepire questo strumento, ha evidenziato una grande e pericolosa insidia: le aziende e le persone non erano pronte a gestire correttamente lo smart working.

Riportiamo, citando, che “Il ricorso massiccio al lavoro agile per far fronte all’emergenza coronavirus può rivelarsi una grande opportunità per il mercato del lavoro: le aziende e i lavoratori possono scoprire, infatti, i benefici derivanti da una forma di svolgimento della prestazione di lavoro che mette al centro del rapporto tra le parti la fiducia, come leva per ottenere più produttività ma anche più flessibilità nella gestione del tempo e dello spazio di lavoro.

Tuttavia, il modo necessariamente improvvisato con cui il sistema produttivo si è avvicinato a questo strumento nasconde una forte insidia: le aziende e le persone potrebbero non essere pronte a gestire correttamente lo smart working. Uno dei temi dove questa impreparazione potrebbe emergere in modo più evidente è la gestione dei controlli sul lavoratore”.

Regione Lombardia, cosi come molte altre regioni italiane tra cui in primis Regione Lazio, hanno fin da subito attivato strumenti di finanza agevolata per implementare ed agevolare lo sviluppo dello smart working.

Si tratta di un bando afferente all’Asse Prioritario I – Occupazione, finalizzato alla promozione nelle imprese lombarde dello smart working: un modello organizzativo che consente una maggiore flessibilità per quanto riguarda il luogo e i tempi di lavoro.

Obiettivo è quello di incrementare la produttività e aumentare il benessere di lavoratori e lavoratrici.

L’AVVISO PREVEDE 2 AZIONI DIFFERENTI:

  • Azione A: servizi di consulenza e formazione finalizzati all’adozione di un piano di smart working con relativo accordo aziendale o regolamento aziendale approvato e pubblicizzato nella bacheca e nella intranet aziendale;
  • Azione B: acquisto di “strumenti tecnologici” per l’attuazione del piano di smart working.

Le attività dovranno essere svolte esclusivamente presso sedi operative o di esercizio lombarde.

Le domande potranno essere presentate a partire dal 2 aprile 2020 fino al 15 dicembre 2021. L’iniziativa è finanziata con risorse del POR FSE 2014-2020 – ASSE I “Occupazione”, a valere sull’Obiettivo specifico 8.6, Azione 8.6.1.

La dotazione finanziaria è pari a 4.500.000,00 euro, suddivisi come segue:

  • € 3.000.000,00 destinati alla realizzazione di interventi nell’ambito dell’Azione A – Supporto all’adozione del piano di smart working;
  • € 1.500.000,00 destinati alla realizzazione di interventi nell’ambito dell’Azione B – Supporto all’attuazione del piano di smart working.

Ma chi può partecipare nel dettaglio?

Possono partecipare i soggetti che esercitano attività economica e che intendono adottare e attuare un Piano aziendale di smart working:

– imprese, iscritte al Registro delle Imprese della Camera di Commercio di competenza;

– soggetti in possesso di partita IVA.

Il bando prevede ulteriori requisiti, quali:

  • avere un numero di dipendenti almeno pari a 3
  • non essere già in possesso di un piano di smart working e del relativo accordo aziendale
  • risultare in regola rispetto alla verifica della regolarità contributiva
  • rispettare le previsioni di cui al Regolamento (UE) 1407/2013

– non rientrare nei campi di esclusione di cui all’art. 1 del Reg (UE) 1407/2013.

Per info: Obiettivo Sviluppo.

Founder & General Manager Obiettivo Sviluppo

 

In sintesi

  • Il Bando prevede 2 azioni differenti:
    • Azione A: servizi di consulenza e formazione finalizzati all’adozione di un piano di smart working con relativo accordo aziendale o regolamento aziendale approvato e pubblicizzato nella bacheca e nella intranet aziendale;
    • Azione B: acquisto di “strumenti tecnologici” per l’attuazione del piano di smart working.
  • Possono partecipare i soggetti che esercitano attività economica e che intendono adottare e attuare un Piano aziendale di smart working:
    • imprese, iscritte al Registro delle Imprese della Camera di Commercio di competenza;
    • soggetti in possesso di partita IVA.

ICO e STO: per la raccolta di capitali

La ICO è una modalità di raccolta di capitali. La STO è un’offerta fatta da una azienda al pubblico ove chi investe riceve un titolo rappresentato da token. Come funzionano e come sono regolate

Avv. Patricia de Masi Taddei Vasoli*

La blockchain può essere definita come un libro mastro memorizzato sul computer, senza un’autorità centrale. Non esiste quindi un soggetto detentore di dati, chiamato a fornire prova di un diritto di proprietà (es. Catasto per i beni immobili) o un’autorità amministrativa (es. Ufficio Anagrafe per i dati personali) dal momento che viene definita come un registro digitale, un protocollo informatico, su tecnologia blockchain ed è una struttura condivisa e immutabile.

La blockchain, proprio a causa della sicurezza che offre e della conseguente fiducia collettiva non basata su relazioni esclusive,  è lo strumento utilizzato per generare unità di valore, che rispecchiano asset tangibili, strumenti di pagamento o di scambio. In generale è nota per il suo utilizzo nella emissione di criptovalute, ma bene si presta anche a varie applicazioni in campo finanziario.

Facciamo qui un breve cenno a due applicazioni particolarmente interessanti nell’ambito della raccolta di capitali, la ICO e la STO.

La ICO (Initial Coin Offering) che cos’è

La ICO (Initial Coin Offering) è una modalità di raccolta di capitali dalla massa degli interlocutori costituita da un’operazione di crowdfunding in forma di moneta legale o di criptovaluta dietro emissione di coin/token, basata su blockchain.

Per alcuni aspetti è simile alla IPO (Offerta Pubblica Iniziale) con la quale le società fanno ingresso in Borsa ed aumentano il loro capitale, quotandosi nel mercato regolamentato, aprendosi ad un pubblico più ampio di investitori.

Tra le diverse operazioni economiche realizzabili tramite blockchin, le ICO costituiscono una modalità digitale di raccolta di risorse finanziarie attraverso la emissione di cryptovalute offerte agli investitori sotto forma di token digitali,  tramite una piattaforma “open source” (es. Ethereum) per  la creazione o lo sviluppo di altre cryptovalute e/o valute aventi corso legale (es. dollaro o euro) sulla base di un rapporto di conversione prestabilito ovvero per collocare capitali in nuovi progetti, di solito start-up.

Come abbiamo detto in cambio del contributo versato gli investitori ricevono token: in sostanza l’investitore versa una certa quantità di valuta e alla scadenza riceverà o nuove cripto emesse sul mercato o diritti spendibili sotto diverse forme, in proporzione all’investimento fatto.

I token digitali possono essere di vario tipo

Prendiamo ad esempio le classificazioni fatte dalla SEC (Stati Uniti) e dalla FINMA (Svizzera): la SEC (Security Exchange Commission) ha suddiviso ciò che non è Coin, inteso come metodo di pagamento, criptovaluta, in Utility token e Security token.

In Svizzera la FINMA (Autorità Federale di vigilanza sui Mercati Finanziari) ha suddiviso in maniera analoga tra Asset token, Utility token e Payment token.

  • Gli Utility token: danno diritto all’utilizzo di alcuni vantaggi sulla piattaforma oppure benefici o servizi;
  • Security token / Asset token: rappresentano il diritto di partecipazione al profitto della piattaforma che li ha emessi;
  • Coins /Payment tokens: comprendono le Courrencies ovvero le Crypto nate come forme di pagamento (es. bitcoin).

L’emissione di Security token è quasi sempre soggetta all’autorizzazione dell’ente nazionale preposto, in quanto appunto “security”, cioè strumento finanziario.

Purtroppo la normativa che disciplina le ICO è diversa da Paese a Paese.

La Svizzera è stata uno dei primi Paesi europei a dare delle direttive attraverso la FINMA.

Tale ente ha assunto un approccio concentrato sulla funzione economica e sula finalità dei token e sulla loro negoziabilità o trasmissibilità ed ha confermato che, in linea generale, i token di pagamento, in quanto tali, siano paragonabili a semplici criptovalute e non debbano essere considerati delle security; altrettanto per quanto concerne gli utility token, se il loro unico scopo è quello di conferire il diritto all’accesso ad un servizio. Al contrario la FINMA ha stabilito che i token di investimento rappresentino dei valori patrimoniali, come quote di valori reali, di aziende, con possibile diritto a dividendi o al pagamento di interessi. In tal caso può essere considerato al pari di un’azione o di una obbligazione o di uno strumento finanziario derivato. FINMA ha confermato che, in caso prefinanziamento e prevendita di token di ICO che conferiscano in futuro diritti di acquisto di token, tali diritti possano anch’essi essere considerati securities. FINMA ha anche considerato i token dal punto di vista delle disposizioni antiriciclaggio. Ciò in particolare nel caso di token di pagamento.

MALTA è stata il primo Paese dell’Unione Europea ad emanare un sistema organico di norme e più precisamente:

Malta Digital Innovation Authority Act” (in breve MDIA Act:
● istituisce Autorità regolatoria dedicata alle nuove tecnologie

“DLT” means a database system in which information is recorded, consensually shared, and synchronised across a network of multiple nodes, or any variations thereof, as further described in the ITAS Act, and the term “node” means a device and data point on a computer network

“Innovative Technology Arrangements and Services Act” (ITAS Act) su:
● certificazione di piattaforme DLT e fornitori servizi
DLT (a) uses a distributed, decentralized, shared and, or replicated ledger;

(b) may be public or private or hybrids thereof; (c) is permissioned or permissionless or hybrids thereof; (d) is immutable; (e) is protected with cryptography; and (f) is auditable

Alcuni Paesi hanno vietato le ICO, (come la Cina), spesso per ragioni di sicurezza, dal momento che le ICO sono state utilizzate anche in caso di vere e proprie truffe.

La STO (Security Token Offering) che cos’è

La STO (Security Token Offering) è invece uno strumento finanziario partecipativo, che si presenta come un’alternativa alla ICO e agli strumenti tradizionali (Borsa ….),  per la raccolta di capitale attraverso criptovalute su piattaforma blockchain.

Si tratta di un’offerta fatta da una azienda al pubblico ove chi investe riceve un titolo rappresentato da token. Anche aziende già affermate, e non solo start up, potranno utilizzare le STO emettendo token digitali in luogo di strumenti azionari, raccogliendo fondi per nuove linee di business. Il rapporto tra le parti è regolato da un contratto che disciplina le regole ed i diritti dell’investitore. Naturalmente le STO sono soggette alle normative relative all’emissione di strumenti finanziari e, pertanto, vi è il controllo da parte delle autorità centrali. I token sono strumenti finanziari rappresentativi di asset class tradizionali, come azioni, obbligazioni, diritti ed obblighi e loro derivati, ovvero di asset class alternativi (crypto asset), che possono essere costituiti da beni reali, virtuali o finanziari. Questi asset vengono inseriti in uno smart contract e digitalizzati attraverso un token che ne garantisce autenticità e la proprietà appunto attraverso l’utilizzo di DLT. Con tale procedura la società rende liquidi i propri asset favorendo l’investimento da parte di soggetti interessati, senza dover ricorrere al sistema bancario. E’ così possibile rivolgersi direttamente agli investitori. Possono rappresentare quote di partecipazione societarie (es diritti di partecipazione alla distribuzione di utili o erogazione di dividendi, oppure essere rappresentativi di titoli di debito (come le obbligazioni). La novità di tale istituto è rappresentata dal fatto che vengano utilizzati distributed ledger (registri distribuiti – blockchain) per mantenere traccia dei dati rilevanti dell’acquirente, delle singole transazioni, dei valori, dei relativi diritti.

Security token in Italia, legge 12/2019

L’emissione di Security token è attività consentita in Italia in seguito all’introduzione nel nostro ordinamento delle tecnologie DLT e Smart Contract con la legge 12/2019 (conversione D.L.135/2018). Più precisamente, con l’art. 8-ter del d.l. 14 dicembre 2018, n. 135 recante disposizioni urgenti in materia di sostegno e semplificazione per le imprese e per la pubblica amministrazione (c.d. Decreto Semplificazioni), convertito con modificazioni dalla l. 11 febbraio 2019, n. 12, ed entrato in vigore il 15 dicembre 2018, è stata introdotta nel nostro ordinamento una definizione normativa di “tecnologie basate su registri distribuiti” (note come “blockchain”, termine utilizzato nel linguaggio informatico) e di “smart contract”, nonché una regolamentazione degli effetti giuridici relativi all’utilizzo di questi innovativi strumenti. Tale articolo così dispone:

Art. 8 ter: Tecnologie basate su registri distribuiti e smart contract

  1. Si definiscono «tecnologie basate su registri  distribuiti»  le tecnologie  e  i  protocolli  informatici  che  usano   un   registro condiviso,  distribuito,  replicabile,  accessibile  simultaneamente, architetturalmente decentralizzato su basi  crittografiche,  tali  da consentire  la  registrazione,  la   convalida,   l’aggiornamento   e l’archiviazione di dati sia in chiaro che ulteriormente  protetti da crittografia verificabili da ciascun partecipante, non  alterabili  e non modificabili.
  2. Si definisce «smart contract» un programma per elaboratore che opera su tecnologie  basate  su  registri  distribuiti  e  la   cui esecuzione vincola automaticamente due o piu’  parti  sulla  base  di effetti predefiniti dalle stesse. Gli smart contract soddisfano il requisito della  forma  scritta  previa  identificazione  informatica delle parti interessate, attraverso un processo  avente  i  requisiti fissati  dall’Agenzia  per  l’Italia  digitale  con  linee  guida  da adottare entro novanta giorni dalla data di entrata in  vigore  della legge di conversione del presente decreto.
  3. La memorizzazione di un documento informatico attraverso l’uso di tecnologie basate su registri  distribuiti  produce  gli  effetti giuridici della validazione temporale elettronica di cui all’articolo 41 del regolamento (UE) n. 910/2014  del  Parlamento  europeo  e  del Consiglio, del 23 luglio 2014.
  4. Entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, l’Agenzia per l’Italia digitale individua gli standard tecnici che le tecnologie basate su registri distribuiti debbono possedere ai fini della produzione degli  effetti di cui al comma 3. )

Si tratta di una norma particolarmente importante e all’avanguardia, poiché costituisce uno dei primi riconoscimenti normativi, anche a livello europeo, di un fenomeno crescente e sotto certi aspetti problematico, quanto meno dal punto di vista giuridico e sistematico.

*dMTV LEX

Bonus Pubblicità 2020, risparmia il 50% sull’investimento

Il Bonus Pubblicità è un’agevolazione fiscale sotto forma di credito d’imposta. Il Decreto Rilancio ha elevato per il 2020, la misura del bonus pubblicità al 50%. La base di calcolo dell’agevolazione è costituita dall’intero valore dell’investimento pubblicitario.

Con la nuova disposizione normativa , ai fini della concessione del credito d’imposta nel limite di 40 milioni di euro per gli investimenti pubblicitari effettuati sui giornali quotidiani e periodici, anche online, e nel limite di 20 milioni di euro per gli investimenti pubblicitari effettuati sulle emittenti televisive e radiofoniche locali e nazionali, analogiche o digitali, non partecipate dallo Stato, la comunicazione telematica è presentata nel periodo compreso
tra il 1 ed il 30 settembre del medesimo anno.

Più in dettaglio si evidenzia che la variazione introdotta per l’anno 2020, riguarda esplicitamente due elementi:

  • la base di calcolo del credito d’imposta, che non si identifica più con il valore incrementale dell’investimento pubblicitario programmato nel 2020 rispetto a quello effettuato nel 2019, bensì si identifica più semplicemente con il valore dell’intero investimento pubblicitario programmato ed effettuato nel 2020;
  • la percentuale dell’investimento, riconoscibile come credito d’imposta, che è stabilita
    nella misura unica del 50 per cento.

Premesso quanto sopra, va anche chiarito che l’espresso riferimento al “valore degli investimenti pubblicitari effettuati”, in assenza di un qualsivoglia richiamo al loro valore incrementale, fa venir meno, per l’anno 2020, il presupposto dell’incremento minimo dell’1% dell’investimento pubblicitario, rispetto all’investimento dell’anno precedente, quale requisito per l’accesso all’agevolazione fiscale.
Ciò comporta che, limitatamente all’anno 2020, possono accedere all’agevolazione anche i soggetti che programmano investimenti inferiori rispetto a quelli effettuati nel 2019, i soggetti che nell’anno 2019 non abbiano effettuato investimenti pubblicitari ed infine i soggetti che hanno iniziato la loro attività nel corso dell’anno 2020.

A chi è destinato il Bonus Pubblicità

Le imprese, i lavoratori autonomi e gli enti non commerciali, che effettuano investimenti in campagne pubblicitarie sulla stampa quotidiana e periodica anche on line e sulle emittenti televisive e radiofoniche locali, analogiche o digitali.

Le condizioni dell’agevolazione

L’utilizzo del credito di imposta esclusivamente in compensazione mediante il modello F24, che deve essere presentato tramite i servizi telematici dell’Agenzia delle entrate.

Che cosa devono fare i soggetti interessati 

  • la “Comunicazione per l’accesso al credito d’imposta”, prevista dall’articolo 5, comma 1, del D.P.C.M. n. 90/2018, contenente i dati degli investimenti effettuati o da effettuare nell’anno agevolato. Le prenotazioni, per il 2020, sono state spostate recentemente dal 1° al 30 settembre 2020;
  • la “Dichiarazione sostitutiva relativa agli investimenti effettuati” per dichiarare, ai sensi dell’articolo 47 del D.P.R. n. 445/2000, che gli investimenti indicati nella comunicazione per l’accesso al credito d’imposta, presentata in precedenza, sono stati effettivamente realizzati nell’anno agevolato e che gli stessi soddisfano i requisiti di cui all’articolo 3 del D.P.C.M. n. 90/2018. Dal 1° gennaio al 31 gennaio 2021 .

L’ammontare del credito d’imposta effettivamente fruibile da ciascun richiedente è stabilito con provvedimento del Dipartimento per l’informazione e l’editoria (articolo 5, comma 3, del D.P.C.M. n. 90/2018), pubblicato sul sito istituzionale del Dipartimento stesso entro il mese di marzo 2021.

Investire su AZ Franchising e accedere al Bonus

AZ Franchising, in qualità di testata giornalistica registrata, è uno dei magazine interessati dal Decreto Rilancio e dunque programmare uno spazio pubblicitario nell’arco del 2020 sui nostri mezzi, oltre a garantire un’ottima visibilità, sarà molto più economico.

*Redazione AZ Franchising

I primi step per creare una rete franchising

Nel caso in cui un’azienda consideri di scegliere il franchising come sistema per espandersi, questa deve, innanzitutto, poter contare su un patrimonio di conoscenze pratiche derivanti da esperienze e da prove eseguite, che le abbia caratteristiche di originalità e differenziazione, ciò che costituisce il know-how o la formula commerciale.

Tale patrimonio di conoscenze potrà riguardare, ad esempio:

  • le tecniche di vendita e di presentazione dei prodotti;
  • l’approvvigionamento dei prodotti o delle materie prime;
  • le modalità di preparazione e di presentazione di cibi e/o bevande;
  • le procedure per la gestione del punto vendita;
  • i rapporti con i clienti;
  • e così via.

L’aspirante franchisor inoltre deve aver definito gli aspetti legati all’immagine dei punti vendita: lo stile dell’arredamento, i colori, le decorazioni.

Necessario o comunque utile è poi fare eseguire un’indagine di mercato o uno studio di fattibilità iniziale, che consentano di confermare la validità del progetto, anche tenuto conto del mercato di riferimento e degli operatori che in tale mercato già operano.

E’ inoltre necessario aver sperimentato sul mercato la propria formula commerciale, requisito questo richiesto dall’art. 3 della legge sul franchising.

La sperimentazione risponde ad una duplice esigenza. Da un lato quella di “testare” sul mercato la propria idea di business e la formula associata e dall’altro quella di evitare che vengono proposte come franchising formule che nella realtà sono prive di reale contenuto. La sperimentazione dirà infatti se la formula “funziona” e se si può procedere all’avvio di una rete in franchising.

La legge lascia ampio spazio all’affiliante nel decidere le modalità di svolgimento della sperimentazione. L’affiliante può optare di farla lui stesso attraverso uno o più punti in proprietà oppure di eseguire la sperimentazione tramite un affiliato, il quale diventerebbe un affiliato-pilota. In tal caso diventa però fondamentale che i potenziali affiliati siano debitamente informati della situazione, in modo tale che possano consapevolmente decidere se correre o meno il rischio di collaborare con l’affiliante in questa fase.

La realizzazione di una rete in franchising non può poi prescindere dai segni distintivi, siano essi di proprietà ovvero concessi in licenza d’uso dal terzo proprietario. Infatti il franchisor che gestisce la rete in franchising potrebbe anche non avere la titolarità del marchio, ma avere un accordo con il titolare del marchio concesso in uso per gestire la rete di affiliati.

Il segno distintivo caratterizzante la rete verrà in genere utilizzato come marchio oppure anche come insegna.

Parallelamente si dovrà iniziare a predisporre il contratto di franchising standard, destinato a disciplinare i rapporti con i futuri affiliati alla rete e a definire le eventuali fee di ingresso e royalties nonché a redigere il Manuale Operativo, che è il documento che contiene l’insieme di metodologie e procedure che possono essere utilmente utilizzate dall’affiliato nello svolgimento della sua attività e che consentono allo stesso di replicare la formula.

Oltre a quanto precede, è importante che ci sia la volontà, da parte dell’aspirante franchisor di voler costituire una rete. La definizione del franchising, data dall’art.1 contempla infatti questo inciso: “inserendo l’affiliato in un sistema costituito da una pluralità di affiliati distribuiti sul territorio”.  Se, fin dall’inizio, manca questa volontà o questo progetto non si può parlare di franchising in senso proprio.

L’aspirante franchisor dovrà anche tenere presente gli aspetti organizzativi che la creazione di una rete comporta e dovrà pianificare di strutturarsi in modo tale da poter servire ed assistere in modo adeguato i franchisee.

Infine, l’ultimo passo consiste nella ricerca e selezione dei potenziali affiliati cui proporre la propria formula. A tale fine potrebbe essere senz’altro utile definire preventivamente qual è il profilo del franchisee ideale per gestire l’attività che si vuole sviluppare in franchising.

Di Alessandra Sonnati

Avvocato – Frignani Virano e Associati  Studio Legale