La licenza del contratto di franchising da sola non è sufficiente

Sebbene la licenza sia un elemento essenziale del contratto di franchising da sola non è sufficiente a qualificare il contratto come franchising

Rispetto al mero rapporto di licenza, il franchising dà vita ad una intensa integrazione tra le attività d’impresa del franchisor e dei franchisees, integrazione che viene invece  a mancare nei contratti di licenza

Di Alessandra Sonnati*

Lo spunto per soffermarci sulla distinzione tra contratto di licenza e contratto di franchising viene offerto da una recente pronuncia della Corte di Cassazione del 15 aprile 2019 n. 10420.

La licenza di beni immateriali (quali marchi, brevetti e know how), è uno dei punti-chiave dell’accordo di franchising. Tanto emergeva sia dalla definizione comunitaria che identificava l’oggetto dell’accordo appunto in un “insieme di diritti di proprietà industriale o intellettuale”, appartenenti al franchisor, che il franchisee viene autorizzato ad utilizzare nello svolgimento della sua attività, sia dall’elaborazione giurisprudenziale italiana, che aveva identificato sin dalle prime pronunce uno dei tratti distintivi del franchising nell’uso comune, tra tutti gli appartenenti alla rete, di segni distintivi e metodologie tecniche e commerciali comuni.

Sebbene la licenza sia un elemento essenziale del contratto di franchising (come ribadito dall’art. 1 della legge 129/2004), la licenza da sola non è sufficiente a qualificare il contratto come franchising.

Il caso portato all’attenzione della Corte riguardava una controversia relativa ad un contratto per la produzione, commercializzazione e vendita in Egitto di un particolare tipo di pizza, nonchè dei macchinari e delle attrezzature necessarie alla produzione e all’allestimento dei punti vendita sotto il marchio della concedente.

Nel corso del rapporto sorgevano tra le parti delle reciproche contestazioni. Dette contestazioni riguardavano anche la qualificazione del contratto, che la ricorrente sosteneva essere un contratto di franchising, mentre la concedente qualificava come contratto di licenza di know-how e marchio.

La Cassazione osserva che le parti avevano inteso circoscrivere l’oggetto del contratto allo sfruttamento del know-how ed all’utilizzo dei marchi del territorio, omettendo di disciplinare quegli elementi ulteriori che caratterizzano invece il contratto di franchising, quali l’inserimento dell’affiliato nella rete distributiva dell’affiliante[1], dovendo anzi essere lo stesso affiliato/licenziatario a creare e organizzare la rete di vendita in Egitto. Osserva inoltre che mancavano nel contratto una serie di elementi aggiuntivi, propri del contratto di franchising come ad esempio il pagamento di una fee di ingresso, l’addestramento, i controlli, l’obbligo di acquisto di prodotti destinati alla vendita e così via.

La Cassazione, ha quindi ritenuto che la qualificazione del contratto come contratto di licenza fosse corretta.

Peraltro, sempre in tema di distinzione tra contratto di licenza e contratto di franchising occorre evidenziare che, rispetto al mero rapporto di licenza, il franchising dà vita ad una intensa integrazione tra le attività d’impresa del franchisor e dei franchisees, integrazione che viene invece  a mancare nei contratti di licenza, dove il licenziante si limita generalmente a verificare il rispetto, da parte del licenziatario, delle prescrizioni poste a tutela del marchio e della segretezza del know how.

Al contrario, una rete in franchising può funzionare solo se vi è un coordinamento continuativo tra i componenti della rete: coordinamento che spazia dall’attività promozionale, alla presentazione dei punti vendita, alle tecniche commerciali ivi impiegate, oltre, ovviamente, alla perfetta identità dei prodotti venduti o dei servizi forniti. Tutti questi elementi sono, con ogni evidenza, del tutto estranei al contratto di licenza di beni immateriali.

 

*Avv. – Frignani Virano e Associati Studio Legale

[1] La definizione legislativa precisa infatti che la finalità del contratto deve essere quella di inserire “l’affiliato in un sistema costituito da una pluralità di affiliati distribuiti sul territorio, allo scopo di commercializzare determinati beni o servizi”.

L’ERRONEITÀ DELLE INFORMAZIONI FORNITE DAL FRANCHISOR AL FRANCHISEE SONO UNA VIOLAZIONE

Dott.essa Eleonora Maggioni per Avv. Paolo Fortina*

 

Il franchising è una operazione di notevole complessità in considerazione degli effetti economici che comporta, degli obblighi che sorgono in capo alle parti e della durata pluriennale del rapporto che si instaura tra le parti stesse.

La conclusione del vero e proprio contratto di franchising è normalmente preceduta da una fase di trattative, durante la quale le parti valutano l’opportunità di concludere l’affare, scambiandosi informazioni e documenti. Vi è la tendenza a lasciare la fase delle trattative che anticipano l’eventuale sottoscrizione di un contratto di franchising alla libera e informale contrattazione delle parti evitando di regolamentarla mediante accordi scritti, nella erronea e sbagliata convinzione che ciò potrebbe pregiudicare il buon esito dell’operazione.

Si tratta, tuttavia, di un errore che può portare conseguenze devastanti per le parti, ed in particolare per il franchisor poichè  in tale fase generalmente vengono condivise con il franchisee informazioni di grande rilevanza ad esempio i dati relativi alla rete, al marchio, alla formula commerciale, alla redditività dell’affiliazione, etc…

In questo contesto è di prioritaria importanza che tali dati ed informazioni siano corretti e veritieri.

Secondo una recente sentenza del Tribunale di Milano (Tribunale Milano sez. V, 26/11/2018, n. 11862) l’oggettiva erroneità delle informazioni fornite dal franchisor al franchisee durante le trattative integra la violazione da parte del primo dell’obbligo di comportarsi secondo buona fede stabilito dall’art. 1337 c.c..

Nella fattispecie era accaduto che il franchisee avesse stipulato i contratti di affitto di azienda e di franchising in quanto i funzionari ed i referenti del franchisor gli avessero riferito che dalla gestione dei punti vendita si sarebbero guadagnati senza problemi Euro 100.000,00 ma tali ipotizzati guadagni non si sono mai concretizzati.

Il principio di buona fede nei contratti franchising.

Il principio di buona fede è disciplinato all’art. 1337 c.c. che afferma: “Le parti nello svolgimento delle trattative e nella formazione del contratto, devono comportarsi secondo buona fede.”

Inoltre, il principio di buona fede è previsto all’art. 6 della Legge 129/2004 rubricata: “Norme per la disciplina dell’affiliazione commerciale”, con specifico riferimento all’obbligo di informazione precontrattuale che tale Legge pone a carico di entrambe le parti.

In particolare si afferma:

“1. L’affiliante deve tenere, in qualsiasi momento, nei confronti dell’aspirante affiliato, un comportamento ispirato a lealtà, correttezza e buona fede e deve tempestivamente fornire, all’aspirante affiliato, ogni dato e informazione che lo stesso ritenga necessari o utili ai fini della stipulazione del contratto di affiliazione commerciale, a meno che non si tratti di informazioni oggettivamente riservate o la cui divulgazione costituirebbe violazione di diritti di terzi.

  1. L’affiliante deve motivare all’aspirante affiliato l’eventuale mancata comunicazione delle informazioni e dei dati dallo stesso richiesti.
  2. L’aspirante affiliato deve tenere in qualsiasi momento, nei confronti dell’affiliante, un comportamento improntato a lealtà, correttezza e buona fede e deve fornire, tempestivamente ed in modo esatto e completo, all’affiliante ogni informazione e dato la cui conoscenza risulti necessaria o opportuna ai fini della stipulazione del contratto di affiliazione commerciale, anche se non espressamente richiesti dall’affiliante.”

Per concludere, da tali disposizioni citate si desume che il franchisor ed il franchisee devono comportarsi secondo buona fede nell’adempiere alle proprie obbligazioni contrattuali e che il rispetto di tale principio è fondamentale dato che può portare a gravi conseguenze per entrambe le parti.

 

*Avvocato, NL Studio Legale

NOTE LEGALI: Franchising per tutti i gusti

Il franchising è applicabile a qualsiasi settore di attività, purché replicabile.

Esistono varie tipologie di franchising.
La prima classificazione, che tiene in considerazione il settore di operatività, comprende sia il franchising di prodotto (o di distribuzione) che il franchising di servizi.

Per quanto concerne il primo, si intende un’attività di distribuzione di qualsiasi bene (calzature, oggettistica, alimentari) esercitata utilizzando i segni distintivi
dell’affiliante, sia come marchio che come insegna. In questo caso, l’oggetto principale del rapporto con il cliente finale è la vendita di un bene.

In questo caso, l’oggetto principale del rapporto con il cliente finale è la vendita di un bene, eventualmente accompagnata da servizi collaterali.

Per franchising di servizi si intende invece un’attività che ha come oggetto l’erogazione o la fornitura di un servizio, che può essere dei più vari: dai
servizi finanziari a quelli alberghieri.
Oggetto del rapporto con il cliente in questo caso non è la vendita di beni materiali bensì una consulenza, un’erogazione di denaro.

Non rientra invece nella nozione di franchising il c.d. franchising di produzione, in quanto esso, più che potersi definire franchising vero e proprio, è in realtà una “semplice” licenza di marchio per la fabbricazione di prodotti.

Per quanto riguarda l’ambito di applicazione, il contratto di affiliazione commerciale può essere utilizzato in ogni settore di attività economica.

Il franchising infatti si presta ad essere realizzato nei più disparati settori di attività commerciale, ognuno avente le proprie caratteristiche distintive, ma avendo in
comune la natura del franchising, che consiste appunto nella trasmissione da un soggetto ad un altro di una formula commerciale, sperimentata dal primo affinché il secondo la possa “riprodurre” in proprio servendosi delle conoscenze e dei segni distintivi del primo. In linea teorica il franchising è quindi applicabile a qualsiasi settore di attività, purché replicabile.

Il contratto di franchising può poi essere classificato sulla base della tipologia e della struttura del contratto.

Così, oltre al contratto di franchising tradizionale troviamo altre figure contrattuali molto diffuse nella prassi: il master franchising ed il corner franchising.
Il master franchising stabilisce che  “il contratto di affiliazione commerciale principale con il quale un’impresa concede all’altra, giuridicamente ed
economicamente indipendente dalla prima, dietro corrispettivo, diretto o indiretto, il diritto di sfruttare un’affiliazione commerciale allo scopo di stipulare accordi di
affiliazione commerciale con terzi”.

Lo schema tradizionale prevede che il franchisor stipuli con il master-franchisee un contratto di franchising coprente un determinato territorio nel quale viene concessa al master franchisee la facoltà di concedere sub-licenze. Il master franchisee, a sua volta, stipula contratti di affiliazione con vari sub-franchisees, i quali non hanno alcun rapporto contrattuale diretto con il franchisor “principale”.

Il contratto di corner franchising è invece quel contratto “con il quale l’affiliato in un’area di sua disponibilità, allestisce uno spazio dedicato esclusivamente allo svolgimento dell’attività commerciale”. Si tratta di un fenomeno tutt’altro che raro particolarmente nelle grandi superfici distributive, tipo centri commerciali.

Come si vede dalla breve panoramica che precede, il franchising è uno strumento flessibile, che ben può essere adattato a qualsiasi settore e assetto organizzativo.

*Avvocato – Frignani Virano e Associati Studio Legale

Franchising: come non litigare

“Recupero crediti e contenzioso nel franchising: come prevenire la litigiosità, gestire gli insoluti e recuperare efficacemente i crediti”. Ecco il titolo del webinar che sarà tenuto dall’avvocato Valerio Pandolfini il prossimo 8 ottobre a partire dalle 14,30. Per iscriversi basta collegarsi al sito www.consulenzalegalefranchisor.it.

“Ho scelto di trattare questo tema” spiega l’Avv. Pandolfini, “perché le reti in franchising sono spesso caratterizzate, soprattutto nell’ultimo periodo, da un elevato tasso di litigiosità, in gran parte derivante dai crediti insoluti nei confronti degli affiliati. E’ quindi essenziale per i franchisors adottare un approccio e una strategia aziendale che eviti il più possibile il contenzioso all’interno delle reti, riduca il più possibile il sorgere di insoluti sui crediti e gestisca in modo efficiente il recupero crediti”.

Lo Studio legale Pandolfini è specializzato nella consulenza e assistenza legale nel franchising, grazie all’esperienza maturata in oltre 15 anni di attività in questo settore.

Franchising a costo zero? Una pia illusione, ecco perché

“Si può aprire un franchising senza soldi?” ci chiedono sempre in molti, soprattutto nelle fiere dove AZ Franchising è presente da anni. La risposta è no, non si può aprire un franchising senza investimenti. Ed è presto detto il perché. Perché la casa madre, o franchisor, investe comunque parecchi soldi nel mantenere viva la rete, nell’aggiornarla, nell’offrire agli affiliati presenti e futuri novità in linea con il mercato. Per questo, diffidate di chi vi attira con il concetto di aprire un franchising senza soldi o di chi vi scrive che aprire in franchising senza investimento è possibile. Perché chi lo fa è scorretto nei vostri confronti.

Franchising a costo zero, ecco perché no
Le aziende serie, invece, sono fin da subito chiari sui costi. Certo, ci sono reti in franchising che chiedono un investimento alto e altre che ne chiedono uno bassi, chi vi chiede una location grande e chi, addirittura, non chiede affatto location. Sta a voi che investite decidere quanto spendere e in quale ambito. Sapendo che l’investimento iniziale non è l’unico fattore da considerare quando si decide di aprire in franchising. Incidono altri fattori, di tipo economico ma anche a livello di offerta stessa. Per esempio, c’è da prendere in considerazione il fatturato medio di un punto vendita, oppure calcolare in quanto si raggiunge il break even point, cioè quanto tempo ci vuole per coprire i costi iniziali. Ci sono, ancora, aspetti più generali, come la qualità e la quantità di formazione che la casa madre fornisce agli affiliati e la qualità del know how trasferito, cioè della conoscenza che passa dal franchisor all’affiliato.

Ci sono franchising low cost, questo sì, ma non franchising a costo zero. Reti che richiedono un basso investimento o per la tipologia di business o per un attento contenimento dei costi in varie fasi, tipo la distribuzione. AZ Franchising, con un filtro apposito che trovate nella sezione “Opportunità”, vi dà la possibilità di selezionare le opportunità in franchising, dalle offerte franchising low cost fino a quelle con investimento molto consistente.

Vi segnaliamo qui, dei marchi che abbiamo selezionato perché richiedono un investimento da 25mila euro in giù:

MARCHIOSETTOREINVESTIMENTO
Bacio Nerogelateria9.900/15.990 euro
Boutique Casacasalinghida 12.000 euro
Color Gloservizi14.900 euro
Cyclebandbambinoda 22.000 euro
Gelatieri d’Italiagelateria9.000 euro
Gruppo Europaservizida 15.000 euro
Igi&Coabbigliamentoda 20.000 euro
La Posta Privata Nazionaleservizida 2.500 euro
NaturHousebenessereda 10.000 euro
Oro in Eurocompro oroda 20.000 euro
Sugarmixcomunicazione5 canoni anticipati da 20 euro per ogni dispenser
Up and Greenricarica cartucce16.000 euro
Yogurtlandiayogurteriada 18.000 euro
Zero Glutineristorazione19.900 euro

 

Pubblicità: ecco perché aprire in franchising conviene

Fra le tante caratteristiche dell’affiliazione che fanno dire che “aprire in franchising conviene” c’è la pubblicità. Ovvero, l’affiliato non deve preoccuparsi di organizzare campagne di marketing e di visibilità perché ci pensa la casa madre, cioè il franchisor. Ma come avviene questo meccanismo nel franchising? Semplice. Il franchisee, cioè l’affiliato, paga una quota, che fa parte della royalty, cioè il canone periodico che può essere in percentuale sul fatturato o fisso.

Aprire in franchising conviene, quindi, perché la quota che il franchisee pagherebbe per la pubblicità e il marketing se non fosse affiliato sarebbe molto più alta. L’affiliato, in particolare, beneficia di tutte le campagne pubblicitarie promosse dal franchisor e cioè sia per pubblicità istituzionale – per l’espansione della rete, la ricerca di nuovi affiliati e il sostegno dell’immagine dei prodotti della catena – e sia pubblicità al cliente finale a livello nazionale (o eventualmente locale). In alcuni casi, invece, specie quando non sono previste canoni periodici nel contratto franchising, per tale impegno dell’affiliante è richiesto al franchisee un contributo annuale per la spesa pubblicitaria a carattere nazionale in percentuale sul fatturato oppure, più raramente, in cifra fissa, variabile di anno in anno. Inoltre, generalmente, la pubblicità locale è a carico dell’affiliato ma può verificarsi che anche l’affiliante vi contribuisca in qualche maniera, soprattutto in fase di lancio del nuovo punto vendita.

Molti lettori ci chiedono: “E se la casa madre prende i soldi ma non fa la pubblicità?”. Ecco due risposte che traiamo dalla legge del franchising. Primo, il franchisor è tenuto a eseguire il mandato con la diligenza “del buon padre di famiglia”. Secondo, sulla casa madre grava un obbligo di rendicontazione periodica. Per legge, mancando uno di questi due fattori, l’affiliato può legittimamente rompere il contratto. Ecco perché diciamo che aprire in franchising convine.

 

Aprire in franchising: come funziona?

Vuoi aprire in franchising e vuoi sapere come funziona, quanti soldi investire e in quali settore? Fare una scelta imprenditoriale giusta comporta una certa strategia di base utile a evitare il tracollo dell’impresa stessa. Dice la legge del franchising, 129/2004 che “il contratto deve espressamente indicare: l’ammontare degli investimenti e delle eventuali spese di ingresso che l’affiliato deve sostenere prima dell’inizio dell’attività”.

Aprire in franchising, quanto costa
Come calcolare l’investimento iniziale? Iniziamo dai costi del franchising che elenchiamo qui di seguito:
1) Fee di ingresso. Si chiama “diritto di ingresso – o fee – una cifra fissa rapportata anche al valore economico e alla capacità di sviluppo della rete, che l’affiliato versa al momento della stipula del contratto di affiliazione commerciale”. La fee di ingresso fa parte dell’investimento iniziale se intendiamo esplicitare con questa voce i costi che sono necessari all’avvio della nostra impresa. Tuttavia è una voce a parte, che per il computo esatto del capitale necessario dovremo calcolare.
2) Royalties, una percentuale che l’affiliante richiede al franchisee sul giro d’affari o una quota fissa indipendente dal fatturato che può essere versata anche in quote fisse periodiche.
3) Investimento fisso. Le spese richieste per l’avvio dell’attività dipendono in parte dalle operazioni legate alla start up di una qualsiasi attività commerciale a altre sono relative proprio al franchising.

Come aprire un negozio franchising
Se non si gestisce l’attività in franchising in nome proprio, bisogna costituire una società di persone o di capitali, operazione che ha un costo. Se non si è proprietari di una location, bisogna tenere presente che è difficile trovare un locale in buona posizione senza dover liquidare chi lo cede, quindi bisogna mettere in conto la cosiddetta “buonuscita” che in alcune occasioni può comprendere anche la cessione della licenza. Le spese per la ristrutturazione del locale saranno direttamente proporzionali: alle condizioni in cui si trova l’immobile al momento del subentro; alle specifiche delle strutture murarie e di impianto elettrico richieste dal franchisor; a eventuali allacci e utenze (nel caso l’attività in franchising richieda un locale); agli adempimenti amministrativi come costi vivi delle documentazioni necessarie, spese per eventuali intermediari delegati a sbrigare le pratiche; a eventuali campagne pubblicitarie e di comunicazione relativa all’inaugurazione dell’attività è tendenzialmente a carico dell’affiliato.

 

 

 

Contratto franchising, gli accordi verbali sono sempre nulli

Abbiamo aderito ad una rete in franchising e, nel quadro di tale adesione, abbiamo concordato con l’affiliante, il quale ha dato la sua espressa approvazione, la localizzazione del punto vendita, in una via centrale città. Il punto vendita in questione è stato arredato le indicazioni dell’affiliante, acquistando presso quest’ultimo scaffali ed addobbi per le vetrine, inoltre abbiamo già ricevuto dallo stesso una prima fornitura di merce. Tuttavia, solo nell’imminenza dell’inaugurazione, l’affiliante ci ha proposto un testo di contratto assolutamente non conveniente, perché recante royalties e spese obbligatorie di pubblicità della rete, che non saremmo in grado di sopportare, soprattutto nel periodo di apertura iniziale. Se non firmiamo il suddetto contratto, l’affiliante ci vieta ogni apertura e ci diffida dall’usare la sua insegna, realizzata a nostre spese, e di vendere la merce fornita con il suo marchio. Cosa posso fare?

Risponde Deborah Licia Musto, avvocato Studio Legale Grassi

È perfettamente coerente con la strategia di mercato del franchising che il franchisor, per rendere omogenea la rete e, soprattutto, riconoscibili dal pubblico i negozi che ad essa appartengono, imponga, ai futuri affiliati, precisi obblighi di arredo del punto di vendita al dettaglio e, in alcuni casi, imponga anche una localizzazione di quest’ultimo in vie primarie. Si tratta, tuttavia, di obblighi negoziali che l’affiliato assume nei confronti dell’affiliante e che, pertanto, ai sensi dell’art. 3, lett. f) L. 129/2004, devono risultare espressamente dal contratto che l’affiliante propone all’affiliato ai fini dell’affiliazione. Conseguentemente, è possibile ravvisare una prima anomalia presente nel rapporto di affiliazione prospettato nel quesito, che l’affiliato potrebbe rilevare ed utilizzare per difendersi. Infatti, le indicazioni riguardanti la localizzazione e l’arredo del punto vendita e le prime forniture di merce presuppongono un contratto di franchising già in essere, che sembrerebbe, quindi, derivare da meri accordi verbali poi concretizzatisi in fatti concludenti posti in essere dalle parti.

Contratto franchising, quello che orale è annullabile

Viceversa, per legge, come è noto, il contratto franchising deve essere redatto per iscritto pena nullità, ai sensi dell’art. 3 n. 1 L. 129/2004, con la conseguenza che l’affiliato potrebbe ottenere la declaratoria di nullità del “contratto orale”, già in essere di fatto tra le parti, per violazione di tale norma e, quindi, chiedere il risarcimento dei danni derivanti da tale nullità, per cause imputabili all’affiliante. Per tutelare la propria posizione, pregiudicata dal comportamento dell’affiliante che, nell’imminenza dell’apertura del punto vendita, lo pone di fronte alla scelta tra firmare un contratto mai visto prima e recante condizioni più svantaggiose, o interrompere qualsiasi attività collegata al rapporto di franchising in essere, l’affiliato deve tenere presente che l’affiliante è gravato dall’obbligo, ai sensi dell’art. 4, L. 129/2004, di consegnare, almeno 30 gg prima della sottoscrizione di un contratto di franchising, copia completa del contratto da sottoscrivere. Conseguentemente, gli adempimenti del contratto franchising (localizzazione del punto vendita, arredo in conformità dell’immagine della rete dell’affiliante, acquisto di prima fornitura), preventivamente posti in essere dall’affiliato ancor prima della sottoscrizione del contratto franchising e prima ancora che il testo del contratto gli venisse consegnato, sono stati ottenuti dall’affiliante in violazione di tale disposizione dell’art. 4 L. 129/2004.

Contratto franchising, la regola del 30 giorni

Il mancato rispetto dei 30 giorni antecedenti alla firma per la sottoposizione del contratto, rafforza ulteriormente il diritto dell’affiliato di ottenere l’accertamento della nullità, per violazione di norme imperative di legge, del contratto verbale che di fatto sta già disciplinando il rapporto economico in base al quale il potenziale affiliato ha scelto il negozio d’accordo con l’affiliante, lo ha arredato secondo le specifiche in conformità alla rete ed ha acquistato, sempre dall’affiliante, sia gli arredi tipici del negozio della rete che la prima fornitura di merce. Come accennato, da tale accertamento di nullità discenderebbe anche l’obbligo, per l’affiliante, del risarcimento del danno subito dall’affiliato, che è parametrabile e, probabilmente, assistito da prove documentali, in base agli investimenti effettuati per avviare l’attività in franchising e non più utilizzabili proprio per la mancata sottoscrizione del contratto scritto a cui si potrebbe anche aggiungere, come effetto conseguente alla nullità del contratto, anche il lucro cessante dell’iniziativa in franchising, dimostrabile sulla base delle eventuali prospettazioni, pubblicizzate dall’affiliante, sui guadagni dell’iniziativa in franchising. Inoltre, ciò che chiaramente emerge dalla questione in esame, è che la proposta di firma del contratto da parte dell’affiliante è caratterizzata dalla minaccia non solo di non instaurare il rapporto di franchising così come risultante dal contratto stesso ma, addirittura, di non continuare il rapporto di franchising già in essere. L’affiliante, infatti, collega alla mancata sottoscrizione del contratto da parte dell’affiliato il divieto di apertura formale del punto vendita, nonché l’impossibilità di utilizzo dell’insegna e della vendita della merce fornita con il proprio marchio. Tale situazione, oltre a ricollegarsi, abbastanza intuitivamente, alla figura penalistica dell’estorsione, rilevabile d’ufficio anche da una giudice civile, sotto il profilo, appunto, civile configura l’ipotesi scolastica della violenza negoziale, nel quadro di un più generale comportamento doloso dell’affiliante, ossia una forma di coazione della volontà che menoma la libertà di determinazione dell’affiliato. Pertanto, l’affiliato potrebbe far valere le proprie ragioni attraverso un’azione giudiziaria.

Franchising conto vendita: conviene davvero?

Franchising conto vendita, un’espressione che si sente spesso, che attrae e che piace a chi ha deciso di aprire un negozio in franchising, ma che bisogna conoscere bene per non compiere passi falsi. Intanto iniziamo dalla definizione.

Franchising conto vendita, come funziona
Il conto vendita avviene quando uno o più soggetti (privati o imprese) proprietari di beni consegnano a un soggetto terzo (impresa) tali beni per la loro vendita. Quest’ultimo espone i beni e li vende per conto dei primi, incassa il denaro per loro conto ed esegue il rimborso ai singoli proprietari dei beni, trattenendosi una provvigione. Altra forma di commercializzazione in conto vendita è, invece, quella ritenuta più “tipica” identificabile nel “contratto estimatorio”, regolato dall’Art. 1556 e seg. del Codice Civile: “Con il contratto estimatorio una parte (tradens) consegna una o più cose mobili all’altra (accipiens) e questa si obbliga a pagare il prezzo, salvo che restituisca le cose nel termine stabilito”. All’atto pratico, il tradens adempie all’obbligo di consegnare prodotti o merci all’accipiens (che ne è responsabile quale “custode”) il quale, al ricevimento, non è tenuto a pagarne il prezzo, ma vi provvederà (nei termini e con le modalità concordate) al momento della riconsegna dell’invenduto o ad altro specifico momento, come, ad esempio, alla verifica del venduto.

Quindi, ecco le differenza fra il franchising conto vendita e altri tipi di approvvigionamento punto per punto:

  • acquistare la merce da vendere e pagarla dopo la vendita stessa, restituendo quella invenduta, o acquistare la merce e pagarla senza sapere se effettivamente sarà venduta;
  • assumersi il rischio delle rimanenze di fine anno/stagione o non sentire il peso di tale “capitale fermo”. E ciò, non solo per logiche di mercato derivanti dal comportamento del consumatore, ma anche a seguito di valutazioni e scelte sbagliate, anche in termini quantitativi e qualitativi;
  • sulla quantità da acquistare, sui prodotti, modelli, varianti acquistati, e di ritrovarsi molte rimanenze invendute o non avere la necessità di risolvere tali problematiche gestionali;
  • usufruire del rapporto bancario secondo le proprie esigenze e possibilità (finanziando gli acquisti) o dedicare parte delle “concessioni bancarie” al rilascio di una garanzia bancaria che, solitamente, il fornitore richiede per le merci messe a disposizione.

Che tipo di franchising conto vendita?
I contratti sono di tipo estimatori soprattutto nei franchising conto vendita abbigliamento, franchising conto vendita abbigliamento uomo, franchising conto vendita intimo e franchising conto vendita accessori.

Franchising conto vendita a costo zero, quindi? Non propriamente. Ogni contratto di franchising fa storia a sé e bisogna leggere bene le clausole contrattuale per evitare di trovarsi di fronte a catene di Sant’Antonio. Inoltre, bisogna stare attenti alla presenza o meno di clausole “fastidiose”, come quella che impedisce all’affiliato di scegliere gli articoli da vendere, di gestirne le vendite, il riassortimento, la politica delle promozioni eccetera. Il rischi, anche se ci si trova di fronte a franchising conto vendita a costo zero, che ci permette di non avere praticamente giacenze in magazzino, è quello di aprire un negozio e non poterlo gestire, essendo legati mani e piedi al franchisor.