Caffetterie, un settore in costante evoluzione

Caffetterie a marchio, per le torrefazioni è un business

Crescono le catene di locali “a base” caffè create dalle principali aziende di torrefazione italiane, che puntano soprattutto sui mercati esteri, dove sono presenti colossi come Starbucks, Costa Coffee e McCafè di McDonald’s. Un fenomeno, quello delle caffetterie a marchio, che sta caratterizzando tutta Europa

È il grande momento del caffè, non solo dal punto di vista del prodotto, ma anche di tutto ciò che gli ruota attorno. Le caffetterie a marchio rappresentano il fenomeno più evidente. Da una parte abbiamo le insegne storiche del settore, come Starbucks, che dopo anni di tentennamenti è giunta in Italia con un ambizioso progetto di sviluppo, Costa Coffee e McCafè, il brand di McDonald’s che sta crescendo in maniera esponenziale nel nostro Paese. Dall’altra, le torrefazioni di casa nostra, che da qualche anno si sono lanciate nel settore della ristorazione commerciale moderna con marchi propri, con l’obiettivo di esportare all’estero il rito dell’espresso italiano e, più in generale, il made in Italy agroalimentare. Ma il fenomeno delle caffetterie a marchio non è una peculiarità solo italiana.

Caffetterie, un settore in costante evoluzione

In Europa, in base al rapporto “Project Café Europe 2019” di Allegra World Coffee Portalle caffetterie di marca hanno superato i 33mila punti vendita nel 2018, con una crescita annua del 6%, ed entro il 2023 raggiungeranno la cifra di 42mila locali.

Per quanto riguarda le insegne più diffuse, secondo Allegra, Costa Coffee, Starbucks e McCafé detengono quasi un quarto della quota di mercato europea dei coffee shop di marca. In particolare, Costa Coffee, recentemente acquisita da Coca-Cola, è la più grande catena europea di caffetterie a marchio, con una quota di mercato dell’8,7% con 2.923 negozi presenti in 12 mercati nazionali. Il secondo maggiore operatore, Starbucks, ha circa 2.600 punti vendita, ma è presente nel doppio dei Paesi europei rispetto al leader del mercato. Al terzo posto, McCafé (concepito come corner caffè in affiancamento ai classici Mc Donald’s), con 2.376 punti vendita in 17 mercati nazionali, con una quota di mercato del 7 per cento.

Una tradizione forte da contrastare

Per quanto riguarda l’Italia, sempre secondo il report di Allegra, è l’unico Paese in Europa in cui la maggioranza dei leader del settore ritiene che la tradizionale cultura del caffè impedisca la crescita delle catene di caffetterie a marchio. Questo è parzialmente vero, visto che, come abbiamo sottolineato in precedenza, Starbucks ha posto le base per un rapido sviluppo e McCafè, con 380 locali, è leader nazionale. A questo si deve aggiungere il fenomeno delle caffetterie di proprietà delle aziende di torrefazione.

I nuovi orizzonti per le caffetterie

Lavazza, ha annunciato, in anteprima a Food Service, il lancio di un nuovo format con l’apertura di 200 localiMassimo Zanetti Beverage Group, che è presente all’estero con 400 locali in franchisingPascucci, un “piccolo” Starbucks, pioniere del  settore, che ha creato le caffetterie a marchio nel 1999 e ha appena inaugurato un punto vendita in GroenlandiaManuel Caffè, che di recente ha inaugurato un locale, denominato Spazio Gourmet, a Sarajevo; McCafè, marchio di McDonald’s, che abbiamo voluto inserire in questa panoramica perché è leader in Italia ed ha un approccio orizzontale, integrato ai ristoranti McDonald’s, rispetto alla “verticalità” delle torrefazioni, che seguono tutta la filiera, dalla materia prima alla somministrazione.

Fonte:FoodService

Il Dettaglio Tradizionale E’ In Crisi A Favore Del Franchising

L’Osservatorio periodico Confimprese, in una nota, segna 50 nuovi punti vendita in arrivo a Bologna e nelle altre principali località della regione con una ricaduta occupazionale di 556 nuove risorse. Il delta sul 2017 evidenzia una crescita del + 25% delle aperture e del +46% in termini di nuova occupazione. Lo scenario attuale, spiega sempre la nota, sottolinea il perdurare della crisi del dettaglio tradizionale a favore del franchising che, grazie alla sua formula autoimprenditoriale, stimola nuove aperture. Food e fashion si confermano settori cardine dello sviluppo con rispettivamente 23 e 10 nuovi store. Avanza anche l’immobiliare, grazie alla ripresa del mercato, con 13 nuove agenzie.

Fiori e piante, il franchising oasi in un mercato in difficoltà

Non benissimo il mercato del fiore. Negli ultimi anni il settore dei fiori ha risentito in misura evidente della minore disponibilità di spesa delle famiglie italiane. A partire dal 2009, la domanda di fiori recisi, così come di piante, alberi e arbusti, ha cominciato a flettere: tra il 2008 e il 2010 la diminuzione per la spesa totale è stata del 6%, mentre per i fiori recisi è stata del 7%. Nel 2011 si è registrato un lievissimo aumento tendenziale della spesa complessiva di fiori e piante (+1,7%), dovuto probabilmente ad incrementi di prezzo applicati dagli operatori al dettaglio.

Nel 2012 si è registrata nuovamente una diminuzione del 5% (-4,8% per i fiori), che si è ripetuta, anche nel 2013. Dal 2014 si cominciano a vedere i primi segnali di ripresa. ll 46,2 per cento degli italiani ha in casa fiori o piante da curare nel balcone e nel giardino con un aumento della percentuale al 50,8 per cento tra gli under 34 anni. A dirlo la Coldiretti/Censis in una nota divulgata durante il periodo di Expo Milano 2015. Il fiore, dice la Coldiretti, ha una diffusione trasversale tra uomini e donne, copre tutte le fasce di età e tutti i territori di residenza anche se dall’analisi emerge che ha il pollice verde oltre il 47,5 per cento degli uomini a fronte del 43 per cento delle donne.

La propensione positiva degli italiani nei confronti dei fiori è confermata dal fatto che – sostiene Coldiretti – nove italiani su dieci sostengono che la loro presenza in casa dia piacere. L’Italia è leader nella produzione di piante e fiori in Europa. Un giardino che copre oltre 30.000 ettari di terreno che si estendono dal sud al nord e dalla pianura, alla collina, fino alla montagna. Il florovivaismo italiano vale oltre 2,4 miliardi di euro e conta oltre 30mila aziende agricole che garantiscono occupazione ad oltre 100mila persone. A pesare sul settore è anche la piaga del commercio abusivo di fiori recisi e di piante in vaso. Nonostante il primato italiano in Europa le importazioni di fiori e piante sono aumentate del 7 per cento nei primi sei mesi del 2015.

Il franchising potrebbe rappresentare un’ottima valvola di sfogo per i tanti fiorai in difficoltà grazie alle proprietà intrinseche dell’affiliazione che abbatte i rischi di impresa

Vegan, mercato da oltre 300 milioni di euro

Una mattina l’Italia si alzò e si scoprì vegetariana. E il franchising, come al solito, fiuta l’affare. Secondo i dati del rapporto 2016 del centro di ricerche Eurispes, gli italiani vegetariani e vegani aumentano al ritmo di 1.600 al giorno. Erano il 6% nel 2013. Sono diventati il 7,1 nel 2014. E l’8% nel 2015 (di questi, il 7,1 per cento è vegetariano mentre lo 0,9 è vegano, e quindi rifiuta anche i cibi che contengono derivati di origine animale). Una moda che si sta trasformando in fenomeno di massa: in soli 365 giorni un 2,3 per cento in più degli intervistati dall’Eurispes avrebbe imboccato il sentiero salutista. Probabile che a incidere sia stato anche l’allarme lanciato lo scorso ottobre dall’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, sulla cancerogenicità di carne rossa e insaccati. Sta di fatto che in Italia i consumi di carne diminuiscono al ritmo del 5 per cento ogni anno, mentre contemporaneamente aumentano le vendite dei prodotti legati alla tavola vegetariana. Le bevande sostitutive del latte (alla soia, al riso, alla mandorla) sono cresciute del 17% nel 2015, e perfino aziende sinonimo di latte come Granarolo lanciano linee di sostituti vegetali del latte, ma gli incrementi a doppia cifra riguardano anche i formaggi di soia (24%) o le zuppe di verdura pronte (38%). Nei supermercati il fatturato annuo generato dalla vendita di prodotti a base vegetale cresce e vale ormai 320 milioni di euro. A questo si aggiunga un sentiment positivo nei confronti degli animale: l’80,7% degli italiani è contrario alla vivisezione (-7% rispetto al 2015) e il 68,5% alla caccia (-10%). Stessa tendenza per la produzione di pellicce, per cui la quota dei contrari scende all’86,3% (-4% circa). Aumenta chi vorrebbe abolire la pratica di utilizzare animali nei circhi (dal 68,3% al 71,4%) e negli zoo (dal 53% al 54,9%), ma calano i contrari ai delfinari (dal 64,8% al 56,3%). Cresce di 12 punti la percentuale di chi vorrebbe accoglienza per gli animali da compagnia nelle strutture alberghiere (68,5%) e di ben 13 punti il numero di chi è d’accordo sull’accesso degli animali in luoghi pubblici (69,1%).

E ancora: il 22,5% ha un animale da compagnia, il 9,3% ne ha due, il 4,1% ne ha tre e il 7,4% dichiara di averne più di tre. Il miglior amico degli italiani resta il cane (60,8%) seguito dal gatto (49,3%). Con grande distacco troviamo pesci e tartarughe (entrambi all’8,7%), uccelli (5,4%), conigli (5,2%), criceti (3,1%) e animali esotici (2,1%). La maggioranza (38,6%) di chi ha un animale riesce a non oltrepassare la media dei 50 euro mensili per i pet e più del 35% contiene le spese sotto i 30 euro al mese. Solo il 19% spende fino a 100 euro mensili per cibare, tenere pulito o curare il proprio animale. Una minoranza coloro che possono permettersi di spendere ancora di più: il 4,3% che dedica al proprio pet un budget da 101 a 200 euro mensili, l’1,6% fino a 300 euro e un esiguo 1,4% che affronta una spesa di oltre 300 euro mensili.

Ormai l’Italia contende alla Germania il primato di Paese più vegetariano dell’Ue. Hanno una percentuale di vegetariani compresa tra il 7 e l’11% anche Svezia e Austria, seguite a discreta distanza da Russia, Usa, Francia, Spagna, Giappone e Cina, tra il 2 e il 4%.

Riflessi sul business e sul franchising

La moda del vegetarismo ha riflessi sul lato del consumi. Solo nei supermercati i prodotti a base vegetale toccano – come detto sopra – i 320 milioni di euro. Anche la ristorazione si è accorta della tendenza. Nel franchising italiano s’impongono catene come Veggie Days e Universo Vegano, si moltiplicano le pasticcerie e le gelaterie vegane, mentre sempre più catene del food in franchising stanno inserendo nei loro menu piatti vegetariani e vegani. Guardando al mondo, la catena di supermercati inglesi Sainsbury’s ha inserito in alcuni dei suoi prodotti la frase – d’oro per gli affari, a quanto pare – “adatto ai vegetariani”. La rete di fast food messicano di origine statunitense Chipotle ha lanciato i burritos senza derivati animali. Il rapper Lil B – che per sua stessa ammissione non è vegano – e la cantante Beyoncé hanno dato vita a vegEMOJI, un’app in cui le emoticon che usiamo nei messaggi di testo sono declinate in versione vegetariana: niente più animali e galline, ma broccoli e insalata. E anche uno dei marchi più famosi al mondo della birra, Guinness, ha annunciato – dopo 265 anni vita – di rinunciare a tutti gli ingredienti di origine animale, come per esempio il sistema di filtraggio a base di colla di pesce. D’altra parte, le pressioni sulle multinazionali del retail food sono sempre di più. Sul sito Change.org – famoso per dar vita a campagne pubbliche e raccolte di firme digitali sulle tematiche più svariate – una recente iniziativa che chiedeva a Wendy’s, rete di fast food in franchising, di inserire nel menu panini vegani ha raccolto più di 13.000 firme in poche ore. Wendy’s sarebbe solo l’ennesimo fast food a “cedere” alla moda vegetariana visto che Subway e Burger King hanno già provveduto a inserire nel menu panini e piatti “verdi”. Cento mila, invece, le firme raccolte per lo stesso obiettivo in un invito rivolto, questa volta, a McDonald’s (che in Italia ha lanciato McVeggie, più una intera linea vegetariana.

In Italia la catena di supermercati CRAI ha lanciato CRAI Bio. “Con la linea di prodotti biologici, CRAI si occupa di una categoria sempre più ampia di consumatori esigenti, informati e poco omogenei per scelta di consumo alimentare. Dagli amanti della dieta mediterranea ai vegani, a chi ama il gusto e ha a cuore la cura dell’ambiente, CRAI Bio potrà soddisfare tutte le sfumature di gusto a tavola” dicono dalla casa madre. Un’altra catena di ristorazione – 100 Montaditos, casual food di ispirazione spagnola – ha integrato nel menu piatti vegetariani fino a contare oggi 5 montaditos, i classici panini della Spagna, adatti ai vegetariani.

Gelaterie, mercato saturo dove il franchising vale 250 milioni

Gelato, un fenomeno che ha passato indenne la grande recessione del 2007-2012. In questi cinque anni, la crescita è stata infatti del 5,6 per cento. Altri numeri, quelli di Confartigianato e Cna: con 6 chili di consumo procapite di gelato – pari a 380mila tonnellate e 8 litri di miscela -, l’Italia si posizione fra i paesi che mangiano di più gelato. Certo, non esageriamo. Basti pensare che gli statunitensi ne divorano letteralmente 21 litri, i neozelandesi fanno meglio con 28 litri. Nel 2013 la spesa delle famiglie italiane per comprare coni, coppette e vaschette ha raggiunto i 2.026 milioni di euro, con una crescita dell’1% rispetto all’anno precedente. Il gelato industriale, l’altra grande branchia di questo settore, è presente addirittura nel 70 per cento dei frigoriferi italiani. Certo, la crisi degli anni passati – con la lunga coda che arriva fino a oggi – ha ridotto il ritmo di crescita di alcune porzioni del mercato, ma, rispetto ai segni “meno” degli altri comparti merceologici, possiamo ben dire che la recessione, qui, non c’è stata. Se scaviamo, possiamo intuire qualche trend importante. Per esempio, crescono il multipack e i gelati da asporto, come le vaschette. Diminuisce l’acquisto di impulso. In aumento del 2% i punti vendita: le gelaterie, ma anche altri esercizi che distribuiscono gelato come pasticcerie, bar, ristoranti, sono oltre 41mila e fanno dire agli che il mercato nazionale è ormai saturo (l’incidenza delle gelaterie artigiane sulla popolazione è pari a 62 aziende ogni 100mila abitanti). Le sole gelaterie “pure” sono fra le 12mila e le 19mila a seconda di quale studio si prende in considerazione (per intenderci, una gelateria ogni 1.600 italiani circa). Gli addetti si stimano in oltre 150mila. Importante anche il valore degli acquisti dei produttori del settore gelato artigianale per l’industria agroalimentare: nel 2013 sono state comprate, per esempio, 220mila tonnellate di latte. Il business del gelato artigianale, secondo l’Associazione italiana gelatieri, mette in moto un indotto di 50-60mila addetti e alimenta una filiera (compreso le macchine per il gelato, i banchi frigo, le materie prime) che vale circa cinque miliardi di euro, e che fa dell’Italia il paese leader mondiale del settore. Un settore dunque di tutto rispetto, che ora sta cercando canali di espansione all’estero. Nel 2015, sempre secondo le stime Aig, l’export di gelato italiano ha segnato un +8%, col traino dei Paesi arabi che assorbono il 30 per cento. A Milano la crescita delle imprese in un anno è stata di ben il 6%, mentre tutta la regione segna un positivo +1,7%. In termini numerici, in Lombardia hanno sede circa 3 mila imprese di gelato (di cui un terzo a conduzione femminile). A Roma invece le gelaterie hanno superato quota 1,700, un numero veramente importante ma in tutta Italia si registrano dati in continuo aumento anche legati all’importanza del settore del franchising che sta avendo un grande sviluppo.

Meno industriale, più artigianale

Il fenomeno più evidente impostosi negli ultimi anni nel gelato è l’avanzato del gelato artigianale. L’Associazione italiana gelatieri ha calcolato un aumento dei consumi dell’8 per cento nell’estate 2015 rispetto a quella precedente (l’ultimo periodo di cui abbiamo dati). Si stima che anche l’estate appena conclusa possa aver fatto segnare un andamento positivo. Il gelato artigianale venduto in Italia nel 2015 ha toccato la cifra di 170mila tonnellate, ottenute dall’utilizzo di 220mila tonnellate di latte, 64mila di zuccheri, 21mila di frutta fresca e 29mila di materie prime. Non è un caso che i grossi marchi internazionali hanno messo gli occhi sulle eccellenze italiane. È il caso del colosso Unilever che ha acquistato nel corso del 2015 la rete di gelaterie artigianali Grom.

Internazionalizzazione, il tallone d’Achille

Ma se il mercato interno, come visto, va verso la saturazione con il rischio di una guerra dei prezzi fra le varie catene che si contendono un territorio relativamente piccolo come quello italiano, l’espansione all’estero rappresenta una ottima valvola di sfogo. Se, però, rimane buono l’export legato alla produzione del gelato in sé, purtroppo non altrettanto si può scrivere per le nostre catene che solo timidamente si fanno vedere Oltralpe.

Lo stato del franchising

Secondo l’annuale ricerca di Assofranchising, il settore del franchising gelaterie yogurterie e chioschi ha mosso un fatturato pari a 241 milioni 505mila euro, con una crescita dell’1 per cento anno su anno (valori riferiti al 2015).

Ristorazione etnica: +80% di attività con menu non italiano

Mangiare etnico? Non più una moda o un vezzo passeggero, neanche per il franchising. L’Italia si sta allineando al resto dei mercati europei, dove già la componente etnica nel cibo è forte da anni. Se a questo si aggiunge la presenza della componente straniera della popolazione, si intuisce come il mercato raggiungerà la piena maturità nei prossimi anni. La Coop, la catena di supermercati, ha calcolato nel 2015 un aumento di prodotti tipici stranieri nel carrello pari al 10 per cento. Secondo una recente indagine commissionata per un brand della GDO gli incrementi più significativi sono stati registrati dal comparto orientale che con 37 milioni di euro (escludendo il riso basmati) e una crescita del 46%, ha superato il messicano. I numeri parlano così chiaramente che ora anche i big del food italiano in scatola hanno iniziato a proporre le loro versioni orientali nella grande distribuzione italiana. Milano è lo specchio di tutto il movimento: sulle 10mila imprese straniere che si occupano di cibo in Italia, un migliaio si trovano sotto la Madonnina e rappresentano ormai il 15% del totale e fatturano poco meno di un milione di euro. A Roma siamo poco sotto il 10 e a Torino sul 5. E ancora: un milanese su tre mangia cibo etnico una decina di volte all’anno. Gli italiani, inoltre, stanno raffinando il palato, cose che – almeno a Milano e dintorni – sta portando alla specializzazione della proposta: dal sushi-bar alle sushiteche, dal ramen ai dim sum fino all’onnipresente kebab.

Dagli scaffali alla ristorazione

Una crescita così significativa si rispecchia anche nelle nuove abitudini del mangiare fuori casa degli italiani. Come scrivevamo prima, l’aumento della componente straniera ha avuto e sta avendo un ruolo significativo nel boom dei ristoranti etnici. Secondo l’Istat, l’istituto nazionale di statistica, si è passati da 1 milione e 300 mila stranieri presenti in Italia nel 2001, agli oltre 4 milioni del 2011, anno dell’ultimo censimento. Una fetta importante di consumatori ai quali rivolgersi, e ancora più corposa se si aggiungono le cosiddette seconde e terze generazioni. Inoltre, cibi di strada come il kebab si stanno affermando tra le nuove generazioni italiane che, a differenza dei loro genitori, entrano in contatto da subito con il cibo etnico. Secondo le Camere di Commercio, l’aumento dei ristoranti tipici è stato dell’80 per cento solo nel periodo 2000-2007. Sempre per l’associazione camerale, almeno il 50 per cento degli italiani dichiara di esser entrato almeno una volta in un ristorante etnico.

E-commerce: così il commercio online modifica il retail

Il commercio online sta trasformando il commercio tradizionale. Sarà forse banale scriverlo e ripeterlo. E allora diciamo di più: lo sta trasformando a una velocità inaspettata fino a qualche anno fa. Alcuni dati: 18,8 milioni di italiani nel 2015 hanno comprato online, vale a dire più di 6 utenti su 10 che ogni giorno utilizzano internet. Gli acquisti da smartphone o tablet coprono ormai un quarto degli acquisti totali, pari a quasi 6 milioni (dati: Netcomm). Secondo uno studio della Casaleggio Associati, il 2015 è stato l’anno dei cellulari, con il sorpasso storico ai danni dei personal computer in termini di navigazione su internet che in termini di visualizzazione sui siti di e-commerce. Per intenderci, gli italiani sempre più navigano da telefonino su un portale di commercio online per poi acquistare il prodotto dal fisso. Ma, a breve, anche l’acquisto passerà dallo smartphone. È consequenziale a tutto questo la necessità per le aziende che praticano la vendita su internet a pensare, ideare, realizzare siti semplici, sicuri ed efficaci.

Le tendenze in atto…

Nei prossimi mesi e anno vedremo intensificarsi alcuni fenomeni.

Infocommerce: è un fenomeno prettamente italiano, cioè informarsi nel punto vendita fisico per comprare online.

Centri commerciali online: ovvero portali che mettono in vendita prodotti delle varie marche selezionate dai gestori, con promozioni e sconti. Possono essere verticali (una categoria merceologica precisa) od orizzontali (varie categorie).

Alimentare: era un po’ la cenerentola del commercio online. Schiacciata dalle solite “note” – abbigliamento, turismo e, a sorpresa, editoria – oggi l’alimentare è in rapida crescita grazie anche all’ingresso nel settore di un servizio come Amazon Prime Now e le acquisizione di JustEat che ha superato i 3.500 ristoranti affiliati.

Velocità, semplicità, conversazioni: se Walmart ha aumentato il tasso di conversione fra click e acquisto online grazie all’aumento della velocità di apertura del sito di un secondo, Expedia ha avuto un profitto maggiore di 12 milioni di dollari solamente rendendo più facile e meno tecnico i form di contatto e prenotazione. Mentre, Intuit ha raddoppiato lo scontrino medio aggiungendo in ogni pagina una chat (tutti questi casi sono stati riportati nell’ultimo studio della Casaleggio sull’e-commerce). Il significato? Si vince con siti veloci, semplici, interattivi.

… e le problematiche

Tutto oro quel che luccica? Manco a dirlo. Il commercio online si porta dietro delle problematiche per i retailer a cui se ne sommeranno delle altre con la contestuale crescita della pratica. E, aggiungiamo, le difficoltà che le imprese in franchising possono incontrare facendo commercio online. Ne abbiamo parlato nei numeri scorsi, anche con interventi di importanti avvocati e specialisti. Li riassumiamo qui.

Esclusiva territoriale: una delle basi di un contratto di affiliazione è la cosiddetta esclusiva territoriale, ovvero la garanzia da parte della casa madre che nessun altro negozio del marchio aprirà nel bacino di utenza servito dallo stesso franchisee. Come garantirla anche nel commercio online, dove l’e-commerce della casa madre potrebbe vampirizzare le vendite offline degli affiliati?

Chi vende cosa: molti contratti in franchising vietano all’affiliato di creare un e-commerce, magari per venderci la merce rimasta in magazzino. Ha ancora senso nell’era del retail 4.0 vietare al franchisee di crearsi uno sbocco in più alle proprie merci, evitando che sia la stessa casa madre a fargli dumping vendendo online merce invenduta con sconti consistenti?

Logistica: secondo uno studio della Casaleggio Associati, oltre la metà delle imprese che operano online non è soddisfatto dei servizi che riceve, del poco valore aggiunto e delle modalità di gestione degli stessi siti. Se a questo si aggiunge il problema delle informazioni sulle merci messe in vendita online che spesso non vengono aggiornate, così da costringere l’esercente a disdire un ordine di acquisto su qualcosa già venduto offline, il quadro non è certamente positivo.

Artigianato: così il franchising innova e rinnova

L’innovazione passa anche attraverso parole e concetti che sembrano arrivare da un’altra epoca. Per esempio, parlare, oggi, di “artigianato” vuol dire quasi mettersi in contrapposizione con gli strumenti della tecnologia e del web. Da una parte il lavoro “umano”, unico, personalizzato, caldamente professionale. Dall’altro l’automazione fredda, massificata, quasi parassitaria che si ciba della nostra privacy. Pensare questo sarebbe, però, un grosso errore. Perché anche il vasto mondo degli artigiani sta passando attraverso un percorso di rinnovamento di cui il franchising ne è un vettore fondamentale, entrando in una nuova fase che scopriremo solo vivendo, come intonava il cantante. Non parliamo in questo articolo dei casi, pur di eccellenza, della ristorazione in cui, accanto a colossi del cibo, oggi tanti piccoli “Davide” stanno avendo successo grazie a concetti di purezza come quello del cibo fatto in casa, preparato sul momento, a chilometro zero, eccetera. Parliamo dei tanti lavori che sono associati all’idea di artigianato, come quello del fabbro, del falegname, dell’idraulico, del parrucchiere. Ma anche piccole riparazioni, dal telefonino al pc, dalla tapparella alla finestra di casa. In uno studio del 2015 dell’Unione Europea intitolato “Business Innovation Observatory – Collaborative Economy: collaborative production and the maker economy”, si mette in evidenza che il trend occupazionale dell’artigianato e delle professioni basate sul “saper fare con le mani” è in crescita e che l’artigianato tradizionale non è affatto in via di estinzione. Per il Bureau of Labor Statistics degli Stati Uniti l’artigianato e la filiera degli articoli fatti a mano e su misura sono tra le professioni che faranno registrare il maggior incremento occupazionale negli Stati Uniti da oggi al 2024, perché anche “in un mondo sempre più virtuale e digitale, non viene meno la richiesta di prodotti reali e tangibili”.

L’evoluzione

La domanda principale è: perché un artigiano, qualunque cosa faccia, dovrebbe anche solo pensare di affiliarsi a una rete in franchising piuttosto che continuare a fare quello che sa fare in forma indipendente? Cerchiamo, allora, di capire l’importanza del franchising per un artigiano:

  • La rete. Far parte di un network non significa soltanto sostenere dei costi per entrarvi (fee) o per continuare a starci (royalty). Significa godere di economie di scala importanti, anche da punto di vista dei saperi. Il costante scambio informativo con i colleghi aumenta la qualità del lavoro di ognuno, in un costante miglioramento della propria professionalità
  • La promozione. Il compito più arduo per un artigiano, soprattutto in una grande città dove il passaparola è limitato, è quello di farsi conoscere dai suoi clienti. Una rete in franchising permette di accentrare alla casa madre la funzione di contatto e di marketing. Questo fa sì che il singolo artigiano possa godere, per estensione, della fama del marchio e concentrarsi unicamente sul proprio lavoro
  • Customer care. Dall’inglese, “attenzione al consumatore”. Nell’èra di internet, i servizi rivolti ai clienti, soprattutto in fase di post vendita, sono tanto essenziali quanto difficili da erogare per un singolo artigiano. Far parte di una catena strutturata con capacità finanziarie importanti significa anche demandare alla sede centrale tutti quei servizi di customer care necessari anche per azioni di marketing e di fidelizzazione mirati.

I punti caratteristici

Quali sono, invece, le caratteristiche essenziali che l’artigianato deve avere per definirsi tale e che deve amplificare entrando in una rete in franchising? Intanto, diciamolo subito per sgomberare il campo da possibili equivoci. I concetti di artigianato e di affiliazione commerciali non sono termini contradditori, perché la “sacralità” del prodotto o del lavoro “fatto a mano” non viene perso e appiattito all’interno di una rete in franchising.

  • Unicità. È la caratteristica di più “appeal” per un artigiano, poter offrire un prodotto o un servizio estremamente unico. Non è un caso che molte aziende stanno cercando di declinare i prodotti di modo che possano essere unici, inimitabili e introvabili
  • Personalizzazione. Un lavoro o un servizio artigianale è per sua natura personalizzato. Poter continuare a offrire prodotti personali e unici e rimanere sul mercato con una certa competitività, ecco il mix che una rete in franchising può offrire ai singoli artigiani .

Pet business: un mercato da 2 miliardi di euro

Un mercato anticiclico per eccellenza, quello degli animali. Non legato alle mode del momento, impermeabile alle crisi, connesso così intimamente ai desideri e alle passioni di ognuno di noi, il mercato legato ai nostri amici a quattro zampe ha tutte le caratteristiche della buona opportunità di business per chi desidera di mettersi in proprio. Solitamente, i costi di avviamento non sono alti, ponendosi in una fascia inferiore ai 50mila euro, solitamente non sono richieste grandi superfici per i punti vendita, addirittura in alcuni casi nemmeno è previsto una location. A fronte di ciò, come dicevamo, il giro di affari è di quelli importanti e tutte le previsioni indicano dei trend in crescita. Ma partiamo dai numeri.

Quasi 2 miliardi di fatturato

Sono 60 milioni gli animali d’affezione presenti in Italia nel 2016: in media nel nostro Paese vi è un animale domestico per ciascun abitante e 2,3 per ogni famiglia. In Italia è mediamente presente un gatto ogni 3,5 famiglie e un cane ogni 3,7 famiglie. Per l’88 per cento dei proprietari i cani e i gatti sono a tutti gli effetti componenti della famiglia. Le famiglie con un solo componente che vivono con un animale d’affezione sono passate dall’8,4 all’11,1 per totale del totale. Nello stesso periodo, i proprietari over 65 hanno accresciuto la loro presenza dal 21,5 al 23,7 per totale.
Nel 2016, il mercato dei prodotti per l’alimentazione dei cani e gatti in Italia ha sviluppato un giro d’affari di 1.971 milioni di euro.  Si conferma un trend positivo, con un incremento del fatturato del +2,7 per cento rispetto allo scorso anno e una crescita dei volumi di +1,3 per cento: il mercato continua a mostrare un tasso di crescita a valore superiore a quello del Largo Consumo Confezionato. Nel 2016, tutti i principali segmenti degli alimenti per cani e gatti (umido, secco, snack & treat) registrano una crescita a valore. Sono quasi 7 milioni i cani, e quasi 7.500.000 i gatti. Secondo la Federazione europea del pet food, gli animali più numerosi nell’Unione Europea sono i gatti: più di 70 milioni di esemplari, circa il 35 per cento del totale. I cani sono più di 62 milioni, il 31 per cento. La Francia è il paese con il maggior numero di felini: 12,6 milioni, record assoluto rispetto agli altri Paesi comunitari più popolati dai gatti, ovvero Germania (11,8 milioni), Regno Unito e Italia, che si attestano entrambi intorno ai 7,4 milioni. Per quanto riguarda i cani, invece, il Paese che ne ospita di più è il Regno Unito con 8,5 milioni di esemplari, seguito a breve distanza da Francia, Italia e Germania (rispettivamente 7,3 milioni, 7 e 6,8 milioni di cani). La Russia detiene comunque i primati per i cani e per i gatti. Si stima una popolazione felina di 21,7 milioni e di quasi 16 milioni di cani. Il 68,5 per cento dei proprietari di pet italiani è donna, il 31,5 per cento è uomo. Negli ultimi dieci anni la percentuale di uomini proprietari di animali è nettamente aumentata, passando da 24,7 per cento al 31,5 per cento. L’età media è 53 anni: il 23,7 per cento ha un’età compresa tra i 45 e i 54 anni, mentre il 22,5 per cento tra 55 e 64 anni. Ne deriva che quasi la metà dei pet owner ha tra i 45 e 64 anni. Il 30 per cento ha meno di 45 anni, il 23 per cento è ultrasessantacinquenne.

Cosa mangiano?
Secondo il rapporto Zoomark 2017, l’alimentazione industriale risulta essere una scelta premiante: l’85 per cento dei veterinari la ritiene migliore rispetto alle razioni casalinghe. “Nei proprietari si è ormai consolidata una spiccata attenzione all’aspetto nutrizionale e salutistico dei pet: per i proprietari è importante dar da mangiare i migliori alimenti disponibili“. Attualmente, gli alimenti industriali rappresentano di gran lunga la prima modalità di alimentazione dei pet (77%), oltretutto in crescita rispetto al passato (64%). Gli avanzi della tavola e i pasti cucinati appositamente risultano in calo, rispettivamente dal 18 all’11 per cento e dal 17 all’11 per cento. Sempre secondo il rapporto qui citato, “il pet food industriale non sembra connotarsi come una tendenza passeggera, bensì come scelta consapevole: infatti, negli ultimi 10 anni la quota di proprietari che si consulta col veterinario per l’alimentazione dei pet è passata dal 35 al 55 per cento”.

Aumento a doppia cifra per le reti
Per quanto riguarda la vendita al dettaglio, il mercato del pet continua nel trend degli anni scorsi, con un’affermazione positiva della Grande Distribuzione Organizzata da una parte e delle catene in franchising, dall’altra. Mentre fanno fatica i pet shop tradizionali. Le catene Petshop (7,2% dei volumi e l’11,2% dei valori, per un totale di 40,2 tonnellate e 221,2 milioni di euro) hanno continuato a crescere a due cifre con risultati del +12,6 per cento a valore e +12,3 per cento a volume rispetto all’anno precedente. Per catene Petshop si intendono punti vendita specializzati nella vendita di alimenti e articoli per animali e sono circa 503. Il Grocery concentra il 56,8 per cento del fatturato complessivo del mercato petfood (in termini assoluti 1.222,5 milioni di euro) e il 75,1 per cento dei volumi (420.234 tonnellate). Prosegue nel 2016 lo sviluppo del mercato, con un trend positivo a valore di +1,4 per cento e a volume +0,9 per cento. Per Grocery si intendono ipermercati, supermercati e discount. La crescita del Grocery è guidata dai supermercati che sviluppano il 30,1 per cento del fatturato e 33,6 per cento dei volumi. Di contro, nel 2016, persiste la flessione degli ipermercati (10,7% dei volumi e 9,3% del fatturato) legata alla crisi strutturale del canale ma anche allo sviluppo dei superstore e delle superfici specializzate; restano in campo negativo le piccole superfici a libero servizio (100-399mq) che sviluppano il 5,8 per cento del fatturato e il 6,6 per cento dei volumi. In crescita le vendite sviluppate dal canale discount (20,6% dei volumi e 8,4% del fatturato) (Fonte: Rapporto Zoomark 2017). Per quanto riguarda la redditività, rispetto a un pet shop tradizionale, uno appartenente a una rete strutturata rende quattro volte di più al metro quadrato. Infatti, sempre per il rapporto Zoomark 2017 “le catene uniscono l’opportunità derivante dall’elevata specializzazione dei Petshop Tradizionali con un format più vicino al canale Grocery per quanto riguarda la gestione assortimentale e del display. Da ciò derivano inevitabili vantaggi competitivi chiave del successo che il canale ha avuto negli ultimi anni”. Sono significative le differenze di acquisto fra le ragioni italiane. Il Nord Italia sviluppa oltre la metà delle vendite (53,9%): in particolare il Nord Ovest sviluppa quasi un terzo dei volumi totali (32,4%), mentre il Nord Est sviluppa il 20,4 per cento dei volumi. Il Centro e la Sardegna, con il 28,4% delle vendite, risulta essere la seconda area in termini di incidenza sui volumi. Il Sud resta tuttora l’area che copre i minori volumi (18,7% del totale).

Turismo: le dinamiche di mercato e il ruolo del franchising

Non c’è comparto economico più esposto agli eventi dell’attualità e dell’economia come quello del turismo. Se, da una parte, gli operatori del settore stanno uscendo dagli anni difficili della crisi economica, dall’altra devono fare i conti con il terrorismo internazionale. Tuttavia i dati parlano di una crescita leggera ma costante da alcuni anni.

Dal mondo all’Italia

Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale del Turismo (OMT), nel 2015, ultimo anno su cui abbiamo dati completi, gli arrivi internazionali sono stati 1,186 miliardi con un incremento pari al 4,6 per cento, 52 milioni in più rispetto al 2014. Quasi tutte le macro-aree mondiali hanno presentato variazioni positive negli arrivi: la crescita risulta più elevata per le Americhe (5,9%) e per l’Asia e il Pacifico (5,6%), seguono le l’Europa (4,7%) e il Medio Oriente (1,7%), solo l’Africa è risultata in flessione (-3,3%). L’Europa – che si conferma l’area più visitata del mondo – ha raggiunto quota 607,7 milioni di arrivi, con 27,5 milioni di turisti in più rispetto al 2014. L’aumento ha riguardato anche l’Europa Meridionale/Mediterranea con 10,4 milioni di arrivi in più (+4,8%). Secondo l’OMT, nella graduatoria 2015 delle destinazioni turistiche mondiali più frequentate dal turismo straniero l’Italia si conferma al 5° posto per gli arrivi e al 7° posto per gli introiti. Sul versante dei flussi turistici stranieri in Italia, nel primo semestre 2016, secondo i dati Istat provvisori, si registra una flessione del 3,3 per cento negli arrivi e dell’1,3 per cento nelle presenze, anche se il 2015 è l’ottavo anno consecutivo che ha fatto registrare l’aumento di arrivi stranieri rispetto all’anno precedente.

Il mercato italiano

Nel 2016, si stima che il numero di viaggi con pernottamento effettuati dai residenti in Italia sia pari a 66 milioni e 55 mila. Per la prima volta, dopo sette anni, la variazione è positiva rispetto all’anno precedente (+13,7%). Rispetto al 2015 la durata media dei viaggi si riduce lievemente, attestandosi a 5,4 notti (5,6 per quelli di vacanza e 3,5 per quelli di lavoro), per un totale di circa 356 milioni di pernottamenti. Le vacanze brevi (fino a tre pernottamenti), stimate in 29,3 milioni, crescono del 20,7 per cento rispetto al 2015, quelle lunghe, pari a 29,9 milioni, dell’11,3 per cento. Sostanzialmente stabili rispetto al 2015 i viaggi per motivi di lavoro (6,7 milioni). Nell’82,8 per cento dei viaggi i residenti scelgono come destinazione località nazionali. I viaggi all’estero (17,2% dei viaggi) avvengono soprattutto verso i Paesi dell’Unione europea (9,8%). Le vacanze lunghe estive trascorse in Italia hanno più frequentemente come destinazione la Puglia (12,9%) e l’Emilia-Romagna (11,4%), mentre il Trentino-Alto Adige è la meta preferita in inverno (24,8%) e autunno (16,3%). La Spagna è la meta più scelta per le vacanze lunghe all’estero (12%), la Francia per quelle brevi (22,1%), mentre la Germania è il paese più frequentato per motivi di affari (17,4% dei viaggi di lavoro all’estero). Tra i viaggi con mete extra-europee, gli Stati Uniti sono la destinazione preferita per le vacanze lunghe (16,4%), la Cina per i viaggi d’affari (8,4%) (Fonte: Istat).

Sempre più online

Nel 2016 oltre la metà dei viaggi è stata organizzata online (53,9% dei viaggi di lavoro e 49,8% delle vacanze lunghe) (Prospetto 17). Il 42,1% dei viaggi è effettuato senza prenotazione, stima che sale al 44,6% nel caso delle vacanze brevi. La prenotazione tramite agenzia o tour operator, che riguarda complessivamente il 7,3% dei viaggi, è più frequente per i viaggi di affari (12%) e per le vacanze lunghe (7,9%). La prenotazione tramite Internet arriva a sfiorare nel 2016 il 40% dei viaggi ed è in crescita, rispetto all’anno precedente, di circa il 30% per le vacanze (+40,7% per quelle lunghe).

I vantaggi del franchising

Quali sono i vantaggi nell’aprire un’agenzia in franchising? Possiamo sintetizzarli con:

  • economie di scala nella negoziazione con i fornitori per ottenere commissioni d’agenzia di rilievo e/o offerte di prodotto dedicate
  • la centralizzazione di alcune procedure contabili e amministrative
  • il supporto per la realizzazione di attività di marketing territoriale
  • il presidio dei diversi canali di comunicazione
  • l’assistenza e il supporto costante del franchisor
  • poter contare su un marchio noto ed un know-how acquisito nel tempo e sperimentato dal mercato.