La sicurezza informatica nelle PMI – Internet of Things

Per proteggere i dati della propria impresa occorre scegliere il giusto provider di software e servizi.

Sensori che monitorano l’usura dei macchinari, segnalandone guasti e programmandone la manutenzione; dispositivi di tracciamento per la logistica; sistemi di distribuzione di contenuti multimediali su migliaia di schermi sparsi per il pianeta; e ancora, device che raccolgono ed elaborano ogni tipo di dato per migliorare prestazioni, ridurre i consumi, fornire analisi predittive.

L’Internet of Things ha innumerevoli applicazioni ed è ormai realtà nel campo industriale, anche in Italia, e lo sarà sempre di più.

Gli ultimi dati dell’Osservatorio IoT della School of Management del Politecnico di Milano, relativi al 2017, evidenziano che solo l’8% delle imprese dichiara di non sapere nulla di questo tema (contro il 25% dell’anno precedente), che un terzo circa ha partecipato a eventi sul tema e il 28% prevede di intraprendere azioni in questo ambito. Tuttavia c’è ancora molto da fare per sfruttare tutti i vantaggi dell’IoT e, per partire davvero con il piede giusto, le aziende, soprattutto le PMI, devono adottare un approccio che metta al centro un tema spesso sottovalutato: quello della sicurezza.“L’Internet of Things è una tecnologia che cambierà il nostro modo di vivere e che porterà sotto i riflettori il tema della sicurezza informatica, sul quale nel nostro Paese siamo drammaticamente indietro – afferma Bosello, presidente di Securbee, società specializzata in consulenza e servizi in ambito information & cyber security  –. Dobbiamo partire dalla consapevolezza che i dati sono un valore e un asset fondamentale per qualsiasi azienda, e vanno protetti con un approccio di “security by design”, cioè progettando sistemi, prodotti e servizi nell’ottica di garantire sicurezza, privacy e protezione dai rischi”. Rischi che, non dimentichiamolo, possono essere consistenti: non è un caso che alcuni degli attacchi informatici più gravi del recente passato abbiano sfruttato proprio dispositivi IoT. Come nel caso del DDoS record lanciato nell’agosto 2016 dalla botnet Mirai, che interessò 2,5 milioni di dispositivi connessi e rese internet irraggiungibile per alcune ore negli USA: un danno da milioni di dollari che ebbe però il merito di far balzare il tema security fra le priorità.

Ma quali sono i punti da presidiare con più attenzione quando si parla di IoT in azienda?

Due sono le tendenze prevalenti al momento: architetture Point-To-Point, dove i singoli nodi comunicano tra di loro, e architetture di tipo Cloud, dove i nodi sono connessi a internet tramite Wi-Fi o cavo Ethernet. Nel primo caso le informazioni passano da dispositivo a dispositivo, mentre nel secondo occorre costruire una rete in grado di gestire una grande mole di dati. La scelta del modello di rete IoT aziendale dipende da diversi fattori: budget (consistente per le soluzioni dei vendor, più basso se si opta per l’open source), dislocamento fisico dei dispositivi, copertura tecnica della rete, esigenze di personalizzazione. Ciascuna opzione presenta specifici problemi di sicurezza che vanno valutati attentamente assieme al proprio provider di servizi. L’importante è che questo sia fatto fin dall’inizio. In realtà, essere superficiali sulla sicurezza vuol dire trovarsi in un secondo momento a rifare, riscrivere, aggiungere, eccetera. Chi opta per un modello P2P deve prepararsi a gestire la sicurezza su ogni dispositivo, mentre per i servizi in cloud oggi la security è “by design”, cioè i sistemi sono progettati fin dall’inizio con l’obiettivo di proteggere dai rischi, centralizzando la sicurezza in applicazioni che gestiscono da remoto i dispositivi e li escludono se risultano compromessi (rendendo di fatto inutile, per chi attacca, “bucare” un singolo dispositivo). Ciò non toglie che bisogna sempre porre attenzione ad accessi, criptazione dei dati e aggiornamenti per ridurre al minimo i rischi.

Sono tutti argomenti su cui c’è ancora poca consapevolezza, soprattutto nelle PMI, che sono poi l’ambito dove oggi, e ancora di più nel prossimo futuro, l’introduzione dell’IoT potrà fare la differenza in termini di competitività. Si parla molto di smart factory e di Industria 4.0 ed è determinante per le piccole e medie imprese italiane entrare in questo mondo. Ma per coglierne i vantaggi è fondamentale cominciare con l’approccio giusto, quello che riconosce il valore del dato e l’importanza della sua protezione.

@Redazione AZ Franchising

Ristorazione in franchising: come funziona

La varietà di offerte nella ristorazione è infinita, e di conseguenza sono numerosissime le tipologie di franchising sul mercato.

Sono però tutte accumunate da un punto: che si propongano pizza o sushi, caffè o pasta, ramen tapas o hamburger, la ristorazione è difficile. Per questo, essendo un settore difficile, affinché il Franchising della ristorazione abbia successo occorre un connubio vincente, una perfetta sintonia tra Franchisor e Franchisee.

I Franchisor che devono essere di una professionalità ai più alti livelli, mentre i Franchisee, dopo essere stati opportunamente formati, devono operare con disciplina nel massimo rispetto del know del Franchisor, da questo costantemente supportati. Certo, i Franchisee magari possono impreziosire ed arricchire il know how del Franchisor, ma sempre portando proposte condivise con il Franchisor, è questo che “guida”.

L’importanza nella ricerca del giusto franchisor

Oltre alle note che riguardano qualunque settore (una proven success story, know how, solidità, supporto su Formazione, Marketing, IT, etc..) nella ristorazione è importante un supporto continuo e costante sul Field e che questo debba essere coerente con i flussi di lavoro. In parole più semplici, se nella ristorazione si arriva a fatturare anche il 50% del totale settimanale tra il venerdì sera ed il week end, è soprattutto in quei momenti che il supporto operativo del Franchisor deve sempre essere disponibile al fianco del Franchisee.

I Franchisee saranno allora diversi tra loro perché diversi sono i format, in una moltitudine di Brand in cui si spazia da locali di pochi metri quadrati e quindi poco personale ai colossi made in USA i cui locali possono avere superfici di centinaia di metri quadrati e con staff di decine di dipendenti. Ciò che li accomuna è un punto, il più delicato di tutti: le Operations.

Oggi, quindi, i Franchisor cercano bravi Franchisee che non solo siano finanziariamente solidi, che siano leader, che mettano la customer satisfaction al centro del loro operato, ma anche – punto delicato – che siano attenti, o in prima persona, o attraverso la loro squadra, al perfetto funzionamento delle Operations. E quindi rispettosi delle procedure, cioè del know how, del Franchisor.

Come aprire un franchising nella ristorazione….

@Redazione AZ Franchising

 

GREEN JOBS: OCCUPAZIONE E INNOVAZIONE

Nel 2018 il numero dei green jobs in Italia ha superato la soglia dei 3 milioni: 3.100.000 unità, il 13,4% del totale dell’occupazione complessiva (nel 2017 era il 13,0%).

L’occupazione green nel 2018 è cresciuta rispetto al 2017 di oltre 100 mila unità, con un incremento del +3,4% rispetto al +0,5% delle altre figure professionali.

La green economy è anche una questione anagrafica. Una importante spinta al nostro sistema manifatturiero verso la sostenibilità ambientale, infatti, è impressa dai giovani imprenditori: tra le imprese guidate da under 35, il 47% ha fatto eco-investimenti, contro il 23 delle over 35. Green economy significa anche cura sociale: il 56% delle imprese green sono imprese coesive, che investono cioè nel benessere economico e sociale dei propri lavoratori e della comunità di appartenenza relazionandosi con gli attori del territorio (altre imprese, stakeholder, organizzazioni non profit, ecc.); tra le imprese che non fanno investimenti green, invece, le coesive sono il 48%.

Leadership europea nelle performance ambientali. Le imprese di GreenItaly, incluse le PMI, hanno spinto l’intero sistema produttivo nazionale e il Paese verso una leadership europea nelle performance ambientali.

Queste oltre 430 mila imprese hanno dato all’Italia una leadership nella sostenibilità che possiamo misurare constatando che il nostro sistema industriale, con 14,8 tonnellate equivalenti di petrolio per milione di euro prodotto, è il secondo tra quelli dei grandi UE per input energetici per unità di prodotto: dietro alla Gran Bretagna (13,7, che ha però un’economia guidata dalla finanza) ma davanti a Francia (15,6), Spagna (17,3) e Germania (17,8). Stesso discorso per gli input di materia: con 285,9 tonnellate per milione di euro prodotto siamo dietro alla Gran Bretagna (240,1) ma davanti a Francia (340,5), Spagna (355,3) e Germania (399,1). Siamo i più efficienti nella riduzione di rifiuti: le nostre imprese ne producono 43,2 tonnellate per milione di euro, quelle spagnole 54,7, quelle britanniche 63,7, le tedesche 67,4 e le francesi 77,4. Oltre ai rifiuti le emissioni climalteranti: con 97,3 tonnellate di CO₂ equivalenti ogni milione di euro, fanno meglio di noi Francia (80,9, forte del nucleare) e Regno unito (95,1) mentre distanziamo Spagna (125,5) e soprattutto Germania (127,8). L’attenzione delle imprese all’ambiente si legge anche nella crescita dei brevetti green in Italia: complessivamente 3.500 (10% dei brevetti europei).

Con un aumento del 22% nel periodo 2006-2015, e una dinamica in controtendenza rispetto ai brevetti in generale. L’Italia è il terzo Paese al mondo, dopo Cina e Giappone e davanti a Spagna, Germania, Francia ma anche Usa, per numero di certificazioni ISO 14001.

@Redazione AZ Franchising

Dal dire al fare: dallo storytelling allo storydoing

L’arte del narrare si trasferisce nel marketing e “raccontarsi” diventa il modo migliore per stimolare l’esperienza di acquisto.l

I brand hanno cominciato a parlare attraverso il racconto di una storia, per agire sul piano emotivo, sedurre e convincere un pubblico a compiere un’azione che, altrimenti, non avrebbe mai fatto.

 

di Stefania Giuseppetti

Con la consapevolezza che il racconto, da sempre, costituisce l’elemento di unione di una comunità e la sua forza prorompente ha attraversato i secoli fino ad approdare nel mondo digitale, l’antica arte del narrare si trasferisce nel marketing e “raccontarsi” diventa il modo migliore per stimolare l’esperienza di acquisto.

Citando Thierry Libaert – specialista francese leader nella comunicazione organizzativa ed ex professore di Comunicazione organizzativa all’Università cattolica di Lovanio –  “prima di essere una tecnica di comunicazione, i racconti sono parte integrante della vita quotidiana di ogni impresa, che si tratti di grandi miti fondatori, (…) di racconti quotidiani che costituiscono la vita sociale dei lavoratori, o dei racconti di finzione in cui l’impresa si mette in scena”.

LA NARRAZIONE COME MEZZO DI COMUNICAZIONE

Risulta allora chiaro che la narrazione non è soltanto una questione di letteratura: saperla utilizzare come mezzo di comunicazione efficace apre le porte a nuove possibilità di costruire significati e raggiungere fette di lettori, o di pubblico più ampie.

Infatti, spesso si sente dire che le persone non acquistano solo prodotti ma storie. Allora i brand hanno cominciato a parlare attraverso il racconto di una storia, per agire sul piano emotivo, sedurre e convincere un pubblico a compiere un’azione che, altrimenti, non avrebbe mai fatto.

“Lo storytelling management è una disciplina ampia e articolata che, basandosi sui principi della narrazione applicata all’impresa, genera un vasto assortimento di strumenti, cartacei, digitali e relazionali che possono essere applicati a diverse aree o funzioni aziendali, come per esempio: principi strategici; brand management; comunicazione integrata; advertising; formazione; product design” [“L’impresa nell’era digitale: Tecnologie informatiche e rivoluzione digitale al servizio dell’impresa” di Gianpaolo Neri].

Ogni azienda, con i suoi prodotti e servizi, è una “storia” unica ed irrepetibile, capace di distinguersi e di creare vantaggio rispetto ai competitors. C’è chi la descrive in un video, chi lo fa attraverso il sito ufficiale del brand e chi la mostra nel packaging del prodotto. In ogni caso l’obiettivo è suscitare emozioni. Ma nello scenario attuale saturo di messaggi, le aziende smettono di raccontare le storie per passare ai fatti. Dal dire al fare, lo storytelling lascia spazio allo storydoing: il racconto dell’azienda, dei suoi valori e dei suoi prodotti attraverso i fatti della vita reale del consumatore.

LA DIFFERENZA TRA LO STORYTELLING E LO TORYDOING

Se lo storytelling racconta, lo storydoing crea le storie che si fanno. Queste, a differenza di quelle che si raccontano, hanno la straordinaria capacità di instaurare legami di fedeltà molto solidi e duraturi. Lo storydoing diventa un ponte concreto tra l’azienda e il consumatore, mezzo di promozione diretto che, con la narrazione della sua esperienza, contribuisce a fare la storia dell’impresa.

L’EFFICACIA DELL’AUTONARRARSI

Il desiderio di auto-narrarsi è già insito negli utenti ma i social network e i canali web in generale, con l’ampia visibilità che hanno, sono gli strumenti ideali per favorire tale strategia e per coinvolgere le community in esperienze partecipative.

AirBNB, Amazon, Apple, Waze, WhatsApp, Microsoft, Netflix e Uber sono tutte aziende che, offrendo esperienze di consumo rilevanti, hanno compreso le esigenze di mercato e così hanno conquistato il cuore dei clienti. E con loro hanno fatto storia.

Creare una strategia significa semplicemente fare delle scelte e la bussola che le guida è il cliente. L’uomo vive di storie sin da piccolo e il bisogno di inserirsi all’interno di format narrativi è qualcosa che nasce naturale: non è più solo al centro delle strategie di marketing ma diventa ambasciatore della marca e protagonista consapevole delle proprie scelte quotidiane, contribuendo alla notorietà e al successo di un brand.

Ed è così che il ConsumAutore partecipa al marketing collaborativo, una revisione moderna del passaparola.

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Thierry Libaert: “prima di essere una tecnica di comunicazione, i racconti sono parte integrante della vita quotidiana di ogni impresa

Lo storytelling management: ogni azienda, con i suoi prodotti e servizi, è una “storia” unica ed irrepetibile

Lo storydoing:  un ponte concreto tra l’azienda e il consumatore

Marketing collaborativo: una revisione moderna del passaparola. Creare una strategia significa semplicemente fare delle scelte e la bussola che le guida è il cliente

CARREFOUR: “FORTI INSIEME” – Intervista Maurizio Nicolello, Direttore Franchising

Carrefour: realizzare le proprie aspirazioni imprenditoriali in un clima di fiducia e trasparenza

Intervista a Maurizio Nicolello, Direttore Franchising di Carrefour Italia: “Siamo alla ricerca di imprenditori già presenti nella Grande Distribuzione con  negozio ed insegna propri, ma interessati a cambiare insegna, o persone che vogliono entrare , per la prima volta, nel mondo della GDO.

Con una cifra di 5,51 miliardi di euro, più di 1000 punti vendita tra ipermercati, Carrefour Market, Carrefour Express e Cash e Carry, Carrefour è un’insegna di elevata notorietà presente in 18 regioni e che impiega in Italia oltre 18.000 collaboratori. “Carrefour è arrivato in Italia nel 1999, dal distacco di due grandi aziende GS e Diperdì – afferma Maurizio Nicolello, Direttore Franchising di Carrefour Italia – a sin dal suo esordio nella nostra Penisola è stato abbastanza naturale proseguire con la formula del franchising, perché sia GS che Diperdì già erano strutturate come franchising. La formula si è da subito dimostrata di grande successo anche grazie alla forte riconoscibilità del brand, garanzia di credibilità sul mercato italiano”

Quali sono i vantaggi di affiliarsi a Carrefour?

“Innanzitutto il potenziale franchisee ha la possibilità di scegliere tra diversi format, ciascuno con una strategia studiata ad hoc e assortimenti ampi e profondi che comprendono oltre 3.000 prodotti a marchio Carrefour. Il primo e indiscusso vantaggio è quello di affiliarsi ad un brand consolidato:questo è dimostrato dal fatto che da quando l’azienda è arrivata in Italia, circa 20 anni fa, continua a gestire esclusivamente i Carrefour Market e i Carrefour Express, senza mai cambiare marchio, in quanto garanzia di sicurezza. In secondo luogo all’interno della nostra organizzazione abbiamo delle strutture dedicate che affiancano il franchisee fin dal suo ingresso, sotto l’aspetto finanziario, commerciale ed economico. I nostri capi area, direttori ed ex direttori di supermercati, seguono tutte le fasi dell’apertura di un nuovo punto vendita realizzando una vera e propria formazioni, ed erogando consigli preziosi e fondamentali per l’imprenditore all’interno della propria gestione. Inoltre ci avvaliamo della collaborazione di un network di commercialisti i quali forniscono un servizio di controllo gestione e amministrazione di una attività specifica, come il supermercato, mettendo tutti i mesi a disposizione dell’imprenditore i dati necessari della gestione del suo negozio dando quindi l’opportunità di intervenire in caso di problemi e nel momento più opportuno. In dettaglio supportiamo il nostro franchisee sin dalla fase inziale con progettazione e studio di layout, secondo i più moderni criteri di Commercio e lo aiutiamo nella realizzazione di business plan costruiti sulle singole realtà”.

Come è organizzata la formazione?

“Siamo gli unici in Italia ad offrire una formazione modulare che si sviluppa su tre livelli: il primo rivolto ai dipendenti per prepararli alla vendita e diventare dei buoni caporeparto, i cosiddetti corsi iniziali di mestiere; il secondo, più evoluto, che viene svolto all’interno del supermercato per insegnare la gestione di tutti gli aspetti amministrativi che possono presentarsi all’interno del punto vendita, i corsi di management; il terzo è rivolto agli imprenditori, tenuto da esperti esterni all’azienda, su tematiche commerciali e programmi di aggiornamento, che possono essere di grande rilevanza per il franchisee. Infine abbiamo anche una piattaforma di formazione on line. Questo significa poter realizzare le proprie aspirazioni imprenditoriali in un clima di fiducia e trasparenza. Avvantaggiandosi del know how e dei tanti servizi studiati per garantire la massima redditività dell’investimento”.

Qual è il profilo del vostro affiliato tipo?

“Da sei mesi abbiamo lanciato un progetto che si chiama “Forti Insieme” proprio per la ricerca dei nostri affiliati. Innanzitutto ogni imprenditore ha un ruolo chiave per la comunità in cui opera, dove il suo negozio diventa un punto di riferimento, ma anche per Carrefour, in quanto la conoscenza del territorio e le sue capacità imprenditoriali sono fondamentali per il successo del Gruppo.  Siamo alla ricerca di imprenditori già presenti nella Grande Distribuzione con  negozio ed insegna propri, interessati a cambiare insegna, o persone che vogliono entrare , per la prima volta, nel mondo della GDO. Carrefour ha una serie di supermercati a gestione diretta e altri di prossima apertura, quindi è costante la ricerca di persone con l’ambizione di diventare imprenditori. Nella fare di recruiting  facciamo dei colloqui telefonici e, dopo attente valutazione,  la persona che riteniamo possieda le caratteristiche giuste per poter entrare a far parte del mondo Carrefour, viene inserita in un percorso formativo alla fine del quale gli vengono attribuiti dei negozi di piccole o medie dimensioni, sulla base delle caratteristiche personali e patrimoniali”.

Progetti futuri?

“Puntiamo molto sull’innovazione. Siamo un’azienda che crede molto nelle persone, quindi per le nostre nuove aperture ricerchiamo affiliati con la visione e la condivisione di un progetto durature nel tempo. Infatti nell’imminente futuro sono in previsione circa 300 aperture”.

@Redazione AZ Franchising

RETAIL IN CRESCITA GRAZIE ALL’ECOMMERCE

Nello scenario del commercio digitale, in continua crescita, è fondamentale che le aziende sviluppino una strategia di marketing in grado di utilizzare al meglio tutti i canali digitali e fisici

 

Prosegue la crescita dell’eCommerce B2c in Italia. Il valore degli acquisti online sfiora nel 2019 i 31,6 miliardi di euro, +15% rispetto al 2018: l’incremento in valore assoluto è il più alto di sempre (4,1 miliardi di €). Questo lo scenario presentato dall’Osservatorio eCommerce B2c, che quest’anno festeggia i 20 anni dalla prima rilevazione, durante un convegno promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano e da Netcomm.

“Dopo vent’anni dalla prima ricerca pubblicata dall’Osservatorio, l’eCommerce è indubbiamente diventato un fenomeno di assoluta rilevanza: un canale prioritario di relazione con i clienti attraverso lo sviluppo di servizi ad hoc e ingenti investimenti in infrastrutture logistiche, informatiche e di rete.” Afferma Alessandro Perego, Direttore Scientifico degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano. “Se consideriamo che nel 1999 l’eCommerce in Italia valeva circa 100 milioni di € (quasi esclusivamente generati da acquisti di servizi) e che solamente nel 2010 raggiungeva la soglia dell’1% del Retail, sono evidenti i progressi fatti dal nostro Paese negli ultimi anni. Nonostante il ritardo rispetto ad altri mercati, anche in Italia l’eCommerce è ormai decisivo nello sviluppo e nella promozione di modelli fortemente innovativi di relazione con i consumatori che, pur partendo dall’online, si propagano a tutto il Retail”.

“Nello scenario del commercio digitale, in continua crescita, è fondamentale che le aziende sviluppino una strategia di marketing in grado di utilizzare al meglio tutti i canali digitali e fisici. L’interazione tra online e offline, infatti, è oggi una prerogativa per il consumatore che chiede di vivere la stessa esperienza in tutti i canali; anche per questo i punti vendita devono essere trasformati in touch point esperienziali e in showroom, con l’obiettivo di integrarsi nella strategia omnicanale del brand, accanto ai social e all’e-commerce.” Commenta Roberto Liscia, Presidente di Netcomm, che prosegue: “Le imprese sono chiamate a investire sempre di più nelle tecnologie, che sono il cuore della nuova rivoluzione sociale, economica e commerciale cui stiamo assistendo. L’intelligenza artificiale, ad esempio, è l’innovazione tecnologica emergente da guardare con maggiore interesse fra quelle che stanno già ridisegnando tutta la filiera dell’industria. Le sue capacità di analisi predittiva, infatti, sono un elemento chiave sia nella personalizzazione dell’offerta e nell’esperienza di acquisto, sia nel mantenimento della relazione con il cliente. Non solo, l’AI consentirà di ridurre la percentuale di resi, che comportano un impatto energetico negativo sulla sostenibilità ambientale, un fattore importante per la scelta di acquisto degli italiani, soprattutto per i più giovani.”

@Redazione AZ Franchising

COSA SI ATTENDONO GLI SHOPPER DAL NEGOZIO FISICO DEL DOMANI

Gli acquirenti del futuro cercheranno nello shopping il divertimento ma con un’attenzione importante per il rispetto dell’ambiente, della natura e per l’origine del prodotto. Il 78%, infatti, ha dichiarato di essere preoccupato per la questione ambientale e il 73% afferma di fare attenzione alla provenienza dei prodotti. Cresce inoltre, sempre di più, la voglia di non omologarsi grazie ad articoli personalizzati e originali. Il 74% dei clienti retail coinvolti nell’indagine ha dichiarato di voler avere uno stile del tutto personale senza assomigliare agli altri. Un desiderio molto diffuso soprattutto fra i più giovani che apprezzano la possibilità di essere coinvolti in prima persona nella creazione di un articolo, addirittura attraverso concorsi indetti da designer e stilisti o con l’ausilio di stampanti 3D. L’aspettativa principale del cliente è quella di vivere il momento della visita e dell’acquisto sul punto vendita in maniera più rilassata e personale: da shopping experience a human experience. L’82% degli intervistati considera l’atmosfera generale un elemento importante sentirsi in totale comfort all’interno del punto vendita. Un ambiente accogliente che vede nella musica un asset decisivo: ben 3 intervistati su 4 dichiarano che una musica adatta ai propri gusti contribuisca a rendere l’esperienza nel negozio positiva

@Redazione

QUANTO VALE IL MADE IN ITALY NEL FRANCHISING

LA PAROLA AI PROTAGONISTI: Mario Resca Presidente Confimprese

L’estero funziona. Il made in Italy da esportazione piace soprattutto se declinato sotto l’egida del franchising.

Consolidamento del business in Italia, formula testata, prodotto made in Italy e buon rapporto qualità-prezzo sono le basi per azzardare lo sbarco sui mercati esteri. Sicuramente la politica di rischio condiviso offerta dalla formula franchising rappresenta un’ottima opportunità anche per le aziende di dimensioni più piccole, quelle che, per intendersi, hanno in Italia anche solo una ventina di punti vendita, con l’effetto positivo di fare crescere in patria un indotto di materie prime alimentari, di componenti di arredamento-design e di tessile moda. Molte imprese hanno già un network consolidato in diverse nazioni dove possono sfruttare economie di scala, logistica, supply chain e controllo della qualità sul cibo. Certo, la presenza di catene italiane all’estero è ancora inferiore rispetto a quelle straniere, ma il trend già da qualche anno ha iniziato a progredire a doppia cifra, con aziende che generano fino al 30% dei propri ricavi grazie a canone di affiliazione, royalty e vendita di prodotti. Non c’era da scommetterci sull’estero da quando il commercio italiano, incamminandosi verso il declino dei consumi sul mercato domestico, temeva la scomparsa di bar, caffetterie e casual fast food di casa nostra a discapito dell’invasione (in franchising) di potenti brand globali, invece a marcare la differenza sono la qualità del prodotto in Italia e format di rivendita dal design elegante. Va detto che in queste operazioni di sviluppo all’estero si sta imponendo in modo crescente un trend di affidamento dei ‘servizi di internazionalizzazione’ a società esterne. Ciò avviene in particolare nella gestione amministrativa e delle risorse umane specializzate nel BPO/business process outsourcing, talvolta anche integrato con consulenza legale e professionale, incrementando il livello della qualità e riducendo i rischi e i tempi di gestione di molteplici fornitori locali. Quanto al personale, le aziende preferiscono impiegare figure professionali locali dei master franchisor in un’ottica di risparmio dei costi. Lo sviluppo del brand è affidato a partnership locali opportunamente supportate dai referenti italiani già dalle prime fasi di start up (approvazione location, progettazione, applicazione standard gestionali e operativi, rispetto delle caratteristiche chiave del marchio). Il personale locale viene formato prima dell’apertura presso e tale percorso formativo viene poi consolidato con visite frequenti da parte del team italiano itinerante composto da visual manager e brand manager.

ECCELLENZE ITALIANE ALL’ESTERO: Consigliato da Confimprese

Natuzzi Editions ha vinto il Fast growing retailer estero. Il gruppo di Sant’Eramo in Colle ha registrato una crescita importante all’estero, grazie all’apertura di 52 punti vendita in Cina, Brasile e Usa come mercati prioritari di sviluppo, ma anche in UK, India, Francia. Il brand si è fatto portavoce della qualità artigianale italiana, fiore all’occhiello della produzione Natuzzi, 100% made in Italy con una collezione che propone divani, poltrone, tavoli da pranzo, letti, mobili e complementi d’arredo realizzati sia in collaborazione con designer di fama internazionale sia con il centro stile Natuzzi.

@Redazione AZ Franchising

 

BURGER KING®: UNA SCELTA VINCENTE

Dei 205 ristoranti presenti, 150 sono gestiti in franchising, 55 sono diretti. L’obiettivo è superare i 300 ristoranti entro la fine del 2022.

Il brand è sempre alla ricerca di nuovi franchisee motivati che vogliano fare impresa per far crescere ancor di più il marchio Burger King® in Italia.

Il mercato italiano è appena all’inizio e i margini di crescita e di profittabilità sono molto interessanti per chi ha interesse a lavorare bene con un marchio internazionale come il nostro

Burger King® nasce a Miami nel 1954. A soli 12 anni dall’apertura del primo ristorante, l’azienda concede la sua prima licenza per l’apertura di un nuovo punto vendita alle Bahamas. In Italia Burger King® è arrivato nel 1999 a Milano aprendo proprio grazie a una licenza in franchising e ha mantenuto questo business model fino al 2015 anno in cui ha cominciato ad affiancare anche le aperture dirette. Il fatturato dell’azienda nel 2018 è stato di 213 mln di Euro (+21% vs ’17). Dei 205 ristoranti presenti, 150 sono gestiti in franchising, generando circa i 2/3 del fatturato totale. 55 sono diretti. L’obiettivo è superare i 300 ristoranti entro la fine del 2022.

AFFILIARSI A BURGER KING

Il brand è sempre alla ricerca di nuovi franchisee motivati che vogliano fare impresa per far crescere ancor di più il marchio Burger King® in Italia. Il mercato italiano è appena all’inizio e i margini di crescita e di profittabilità sono molto interessanti per chi ha interesse a lavorare bene con un marchio internazionale. Ad oggi il focus è sul recruiting di franchisee che siano in grado di sviluppare progressivamente tra i 3 e 5 ristoranti. La precedente esperienza nel mondo del food o del retail non è un requisito essenziale, ma ovviamente l’eventuale assenza di tale requisito rende necessaria un’ulteriore fase di strutturazione del franchisee – che l’azienda fornisce attraverso training costanti – al fine di acquisire le necessarie competenze, soprattutto operative.

LA FORMAZIONE DEL FRANCHISEE

Non è richiesta una particolare specializzazione nel settore della ristorazione o del food retail, ma, in mancanza di questo, l’azienda affianca passo dopo passo il franchisee nel suo percorso di specializzazione e gestione del punto vendita. Tutto il personale viene formato con corsi in aula e on the job. Nel 2015 è nata la Burger King® Academy, la scuola di formazione gratuita aperta non solo ai dipendenti, ma anche a chi desidera intraprendere una carriera nel settore del food & beverage.

IL SUCCESSO DEL PRODOTTO

I ristoranti Burger King® si distinguono per le porzioni abbondanti e il gusto unico della carne cotta alla griglia. Il rapporto qualità prezzo che viene offerto rispetto ad altri player del mercato è generalmente molto apprezzato. I locali sono caldi e accoglienti per creare un ambiente familiare e informale. Fondamentale poi è la componente tecnologica in sala come in cucina, che consente al cliente di vivere un’esperienza customizzata attraverso la app e particolarmente coinvolgente grazie ai kiosk self order che consentono di scegliere il proprio menù con tranquillità.

IL VANTAGGIO DI AFFILIARSI A BURGER KING®

Un nome noto, un logo riconoscibile e la buona reputazione di cui il brand gode in Italia sono già tre validi motivi per scegliere di diventare un affiliato. Burger King® è tra i più grandi gruppi di ristorazione veloce al mondo e per tanto ha elevati standard che vanno assolutamente tenuti in considerazione. Ai franchisee si chiede innanzitutto di rispettare fedelmente questi standard e di essere aperti alla rapida evoluzione che sta vivendo il brand in questi ultimi anni. I fornitori di materie prime sono selezionati e approvati centralmente dalla company, cosa che garantisce un network e una logistica superiore. Tutto lo staff centrale poi si impegna a garantire ai franchisees un supporto ampio e continuativo nella gestione e sviluppo del business day by day, nella gestione del conto economico, nel raggiungere l’eccellenza operativa, nel controllo dei costi contestualmente alla massimizzazione della profittabilità, nella formazione e crescita del personale e nell’attuazione di efficienti campagne di marketing.

OBIETTIVI FUTURI E ESPANSIONE DEL BRAND

Nei prossimi quattro anni Burger King® aprirà in Italia 120 ristoranti. Dal 2015 ad oggi è stato introdotto un importante piano di espansione che ha fatto crescere significativamente il numero dei ristoranti presenti sul territorio. Alle aperture in franchising sono state affiancate anche quelle dirette, gestendo direttamente oltre cinquanta ristoranti in qualità di master franchisee. Al momento è in essere la collaborazione con 39 franchisee dislocati su tutto il territorio, ovviamente l’obiettivo è di incontrare persone valide che credano nel progetto e che vogliano far parte della famiglia Burger King®, supportandola nell’espansione e aiutandola a raggiungere luoghi dove ancora il brand non è presente.

@Redazione AZ FRANCHISING

Intervista a Fabrizio Gaggio, Direttore Generale Gruppo UNA

Sono 37 le strutture che attualmente compongono il portfolio di Gruppo UNA, presente in 10 regioni italiane con un’offerta di ben 5.000 camere distribuite su 19 destinazioni

Fabrizio Gaggio, Direttore Generale Gruppo UNA: “per quanto riguarda il franchising il nostro obiettivo è proporre un modello vincente, snello e alternativo per essere un punto di riferimento nel processo di affiliazione, così da creare un sistema virtuoso per fare sistema e fornire agli affiliati strumenti utili per uno sviluppo ulteriore”

Qual è il futuro del turismo legato a strutture solide e tradizionali come la vostra?

“Gruppo UNA nasce dalla vocazione all’ospitalità, una ospitalità declinata  sull’idea di Italian Lifestyle ovvero un mix unico di passioni, tradizioni, conoscenze e modi di essere che caratterizzano il nostro paese. Il Made in Italy è il fattore che da sempre Gruppo UNA detiene nel proprio DNA e che, unito alla volontà di posizionare il cliente ancora più al centro delle proprie attività, per migliorare la qualità percepita anche attraverso un processo di rinnovamento e sviluppo della brand experience, permetterà di creare per l’ospite quel valore assoluto che non ha motivo di temere le sfide che il futuro ci presenterà”.

In virtù proprio dei cambiamenti, i cosiddetti soggiorni alternativi, quali sono i piani di sviluppo per il suo gruppo?

“Gruppo UNA vanta una grande eterogeneità in termini di offerta, dal tradizionale business hotel al resort di charme passando per una importante offerta di residence, ville e boutique hotel. Di conseguenza intercettiamo ed interpretiamo già i fenomeni di ospitalità degli ultimi anni che guardano ad esperienze meno legate al classico soggiorno in albergo. Il Gruppo intende sfruttare al massimo la sua duttilità per reinterpretare al meglio le nuove esigenze che l’ospite manifesta e che sono legate ad un soggiorno integrato quanto più possibile al territorio”.

Qual è la vostra presenza in Italia e cosa prevedete per i prossimi anni. Vi interessa il mercato internazionale?

“Sono 37 le strutture che attualmente compongono il portfolio di Gruppo UNA, presente in 10 regioni italiane con un’offerta di ben 5.000 camere distribuite su 19 destinazioni. Una realtà importante che, unita ad una chiara strategia manageriale, rappresenta la base di crescita per il futuro. Nell’immediato si avrà la riapertura del Principi di Piemonte UNA Esperienze di Torino, hotel cinque stelle attualmente in ristrutturazione e, nel 2020, anche la città di Milano sarà protagonista di una importante riapertura. A questi progetti di rinnovamento si aggiungeranno nuovi ingressi di strutture, in un’ottica di potenziamento e sviluppo dell’offerta che, per il momento, riguarderà solo la Penisola, in un’ottica di consolidamento della brand awareness di Gruppo UNA profondamente legata al nostro modo di interpretare l’Italian Lifestyle”.

Quali sono i vantaggi di appartenere ad un gruppo?

“Fare parte di un gruppo alberghiero strutturato consente di giocare una partita diversa rispetto a quella di un singolo hotel. Oggigiorno una gestione performante passa necessariamente da una distribuzione internazionale del prodotto, efficiente sotto il profilo tecnologico e consapevole rispetto ai mille risvolti che stanno dietro le quinte dell’arena di commercializzazione on line e off line. Un gruppo consente di estendere le opportunità di vendita, ottimizzare al meglio la gestione dei costi e in ultima analisi di migliorare il conto economico”.

A tal proposito i sistemi a rete offrono tantissime opportunità e il sistema alberghiero per quanto riguarda il franchising può essere considerato ancora vergine. Quali vantaggi e vostre novità?

“Il franchising alberghiero è ad oggi una opportunità che in Italia è ancora poco sviluppata. Molti imprenditori preferiscono la totale autogestione trascurando alcuni vantaggi che così sacrificano, ma anche a causa di modelli di franchising molto invasivi e costosi, per lo più legati a brand internazionali. Gruppo UNA sta studiando una formula che possa rappresentare la giusta via tra il vantaggio di affiliarsi ad un gruppo alberghiero e una soluzione non troppo invasiva rispetto a standard da implementare e costi da sostenere”.

Ad oggi quali sono i punti di forza delle vostre strutture?

“Da un punto di vista di prodotto ciò che ci contraddistingue è senza dubbio la suddivisione delle strutture in tre nuove collezioni con caratteristiche proprie, pensate per offrire un servizio sempre più personalizzato. Così facendo siamo certi di poter soddisfare appieno le esigenze di ogni tipologia di viaggiatore, sia esso fuori casa per motivi di business o per un viaggio di piacere. Inoltre, alle caratteristiche peculiari delle diverse strutture, si affiancano pregi a livello di brand: Gruppo UNA garantisce grande affidabilità nell’erogazione dei propri servizi, oltre ad una forte esperienza e competenza nel settore che affonda le proprie radici in una marcata tradizione nell’hospitality. Considerando invece l’aspetto strategico, l’intenzione di Gruppo UNA è proporre un modello di franchising vincente, snello e alternativo per essere un punto di riferimento nel processo di affiliazione, così da creare, in ultima analisi, un sistema virtuoso per fare sistema e fornire agli affiliati strumenti utili per uno sviluppo ulteriore”.

@Redazione AZ Franchising