Il luxury social commerce che vende attraverso le stories

di Fabrizio Valente – Fondatore e Amministratore di Kiki Lab – Ebeltoft Italy*

Threads Styling, nato a Londra, è un nuovo progetto di luxury social commerce che ha l’obiettivo di incentivare le vendite nel lusso con una modalità che sta riscuotendo molto successo tra le clienti, soprattutto Millennial, e sta rivoluzionando i processi tradizionali. Si tratta di un team di personal shopper che opera con le modalità del conversational commerce usando tutti i canali digitali già esistenti. Threads (come ormai viene amichevolmente chiamata dalle clienti) ha solo aperto una web page, in quanto la fondatrice Sophie Hill ha capito che avrebbe potuto evitare di effettuare gli investimenti necessari per creare una piattaforma, un blog, ecc., focalizzandosi invece sulla creazione e cura di account di alto valore nei social chiave, a partire da Instagram, grazie al quale tipicamente le clienti vengono agganciate, facendo loro scoprire quotidianamente una selezione di prodotti trendy attraverso le Stories. Il processo prevede poi un’immediata interazione con una personal shopper che approfondisce con la cliente i suoi bisogni e desideri, il tipo e stile del prodotto cercato, o anche idee che non sono ancora precise, per offrire suggerimenti. Il processo si conclude con l’immediata concretizzazione dell’acquisto spostata sul sito del retailer. Threads viene anche utilizzata da clienti che hanno visto e salvato l’immagine di un capo di abbigliamento o di un accessorio e non riescono a trovarlo né nelle boutique né online: grazie all’esperienza delle personal shopper per loro è infatti semplice riuscire a reperire quel prodotto o almeno un’alternativa molto simile. Il modello di business è semplice e trasparente: le clienti pagano il prezzo retail senza costi aggiuntivi e i retailer riconoscono una fee a Threads Styling per il servizio offerto.

Human Tech

In un’era caratterizzata da marketing automation, intelligenza artificiale, bot, il punto di forza su cui Threads Styling punta è il supporto umano delle personal shopper. Dopo il primo acquisto, è infatti la loro capacità a creare e rafforzare una relazione di fiducia e di stima con le clienti, creando i presupposti per la fidelizzazione al servizio. Le personal shopper agiscono in modo reattivo, rispondendo agli input e alle richieste delle clienti, ma anche proattivo, stimolando nuovi acquisti sulla base dello stile delle clienti, contattandole tramite WhatsApp o WeChat e, quindi, garantendo un servizio valido in tutto il mondo. Sono già oltre 100 i Paesi in cui il servizio è attivo, con un forte focus per il Medio Oriente e la veloce crescita dell’Estremo Oriente. Nato per le Millennial, il progetto si è diffuso anche nella fascia di età dei baby boomer, grazie alla diffusione di Instagram anche in questo target d’età, facilitato dal fatto che i genitori, per stare in contatto con figli e nipoti, stanno progressivamente usando sempre di più questo social media.

Commento finale Kiki Lab

Un processo efficiente, che offre una soluzione comoda ed empatica al desiderio o bisogno di un acquisto di lusso senza la faticosa ricerca fra boutique o siti delle griffe: questa l’innovazione di Threads. Che si rivela disruptive anche nel modello di business perché non ha richiesto i classici investimenti di etailer o piattaforme digitali, ma si è innestata ‘opportunisticamente’ sui social e i canali già presenti.

Sfida: continuare a crescere in un mercato che sta diventando sempre più competitivo con altre start-up che hanno copiato il modello Threads, o quanto meno ci si sono ispirate.

RIPRODUZIONE VIETATA

Sostenibilità: parte integrante e determinante delle strategie delle aziende

La mente è come un paracadute. Funziona solo se si apre.

Albert Einstein

Il mondo è cambiato. Ridisegnare la propria impresa è diventato quasi un obbligo. La situazione è ancora in movimento e le aziende vivono un momento particolare dove la pianificazione deve necessariamente essere accompagnata da una progettazione. Di certo lo scenario non è più lo stesso dopo l’impatto dell’epidemia. Ridisegnare un’organizzazione vuol dire andare oltre. Significa ripensare alle strutture, alle procedure, agli obiettivi e alle metodologie di lavoro.

AZ Franchising, che, da sempre, affianca le imprese nel loro sviluppo, anche in questo momento particolare si è concentrata su nuovi servizi di consulenza per il benessere delle reti. Servizio unici e innovativi per l’intera filiera del mercato internazionale del franchising con l’obiettivo di rendere inequivocabile la riconoscibilità della qualità delle reti sui potenziali affiliati oltre che per il consumatore finale: una catena, quindi, di qualità e di conseguenza un aumento inesorabile delle vendite. Quello che AZ Franchising ha studiato, per le aziende, è una certificazione di valore che è frutto dell’analisi dei principi richiesti dalla best practice, uniti al sistema delle 5 leve registrato e testato da WM Capital, società editrice di AZ Franchising, in oltre 25 anni di attività.

In particolare ha realizzato una vera e propria guida nella definizione dei parametri principali a disposizione della Casa Madre per garantire la sostenibilità della rete franchising. L’intento, oggi, è stabilire delle sinergie esistenti tra gli obiettivi di sostenibilità e quelli di efficienza, della trasparenza nella struttura e della presa di coscienza dell’espansione del mercato grazie alle opportunità aperte dalla sostenibilità. Fare tutto questo significa vendere di più, che è lo scopo che si pone ogni azienda. Vendere di più e vendere ciò che piace al consumatore finale, perché è necessario puntare l’attenzione sul marketing dell’ascolto, capire i cambiamenti della domanda e inevitabilmente rispondere con i cambiamenti della produzione.

Ma quali sono le modalità di progettazione delle organizzazioni? E quali variabili bisogna prendere in considerazione nel ridisegnare il modello organizzativo? La sfida è una riprogettazione congiunta, con diversi soggetti, dalla tecnologia all’organizzazione del lavoro, dal welfare aziendale alle strategie di comunicazione. Elementi fonte di ossigeno per consumi e aziende. Non è certo mistero, infatti, che la pandemia ha viaggiato su un doppio binario: da un lato rivoluzionando il mondo dall’altro accelerando cambiamenti cruciali per il futuro.

La sostenibilità sta diventando sempre più parte integrante e determinante delle strategie di molte aziende perché il consumatore al primo posto mette la salute e la sicurezza. Una presa di posizione netta nei confronti dell’impatto ambientale e sociale del proprio business implica, per un’impresa, allargare questa attenzione anche a tutti i partner della catena di fornitura. E, come è ben noto, per i brand in franchising i clienti sono due il franchisee e il consumatore finale. Sapere da parte di un potenziale affiliato che il brand al quale si associa rispetta determinati canoni, che oggi, più che mai, richiedono i consumatori, sicuramente rappresenta un vantaggio stesso per il franchisor, che si vede aumentare le affiliazioni, e, di conseguenza, il franchisee si vede aumentare le proprie vendite perché i prodotti soddisfano le esigenze del cliente finale.  L’elemento di novità, infatti, è rappresentato proprio dalla maturità imprenditoriale dimostrata dagli affiliati o da potenziali affiliati che sentono la necessità di differenziarsi sul mercato e per questo chiedono alle insegne di confrontarsi su nuovi concept per rendere migliore l’offerta.

L’imminente futuro darà la risposta e si potrà godere dei frutti di queste trasformazioni, promotrici di un circolo virtuoso in grado di generare più domanda su input “più sostenibili”, portando i mercati di fornitura ad essere più sicuri e stabili. Un’azienda orientata, quindi, ad una sostenibilità manageriale deve iniziare a riflettere su queste differenze, comprendendo meglio quali condizioni modificare, sia da un punto di vista organizzativo, sia da un punto di vista culturale. Il management sostenibile diventa quindi una risposta alle esigenze dei nuovi consumatori. Un invito, quindi, ai vertici aziendale ad attuare, oggi, come non mai, un’apertura mentale necessaria per percepire i cambiamenti in atto, un modello di leadership libera, aperta ed eternamente innovativa.

Fabio Pasquali – Ceo WM Capital S.p.A.

 

Salute e cura della persona: la fotografia di un settore stabile

Le imprese operanti nel settore dell’health and wellness in Italia sono 54mila e occupano 479mila addetti. Il contributo diretto al Pil è dell’1,2%. Il fatturato complessivo del settore considerato è passato da 42 miliardi di euro del 2013 ai circa 50 stimati per fine 2019. Il fatturato medio per impresa è di circa 809mila euro, con un margine operativo lordo di 144mila. L’incidenza dei costi sul valore della produzione è pari al 56%. Con una delle popolazioni più anziane al mondo e una delle più lunghe aspettative di vita alla nascita, l’Italia ha tuttavia una spesa media in linea con quella degli altri Paesi dell’Ocse.

GLI STILI DI VITA

Gli stili di vita degli italiani sono ancora condizionati da fattori di rischio che incidono su ampie fasce di cittadini. Sebbene in diminuzione dal 2001, quando erano il 23,7% della popolazione, l’Istat ha rilevato che lo scorso anno il 18,4% degli italiani si dichiarava fumatore. Il numero medio di sigarette consumate al giorno, però, è sceso da 15 a 11. Tuttavia, nello stesso periodo, è aumentata la quota di popolazione obesa: era l’8,5% del totale 18 anni fa, è diventata il 10,9% nel 2019. Le malattie colpiscono in modo deciso la popolazione più anziana: solo il 26% degli ultrasettantacinquenni si dichiara in buona salute e non è affetto da alcuna malattia cronica. Complessivamente questa percentuale cresce fino al 68,9% sul totale della popolazione. Il ricorso all’assunzione di farmaci è conseguentemente frequente: l’indagine sugli aspetti della vita quotidiana dell’Istat ha chiesto ad un campione di italiani se negli ultimi due giorni abbiano assunto qualche tipo di medicina: ebbene, il 43% del totale ha dichiarato di averlo fatto.

LE SPESE DELLA FAMIGLIA

La spesa media complessiva annuale per la salute di ogni famiglia è di 1.486 euro per nucleo. Tra queste, il 39% è impiegato per l’acquisto di prodotti farmaceutici e un ulteriore 37% per servizi medici e dentistici. Complessivamente, dal 2000 al 2018, l’intera spesa è aumentata dal 23%. La spesa farmaceutica privata pro capite più elevata si registra in Liguria, quella più bassa nel Friuli-Venezia Giulia. Complessivamente considerata, questa è aumentata dai 19,5 miliardi di euro del 2011 ai 22,4 del 2018. Lo scontrino totale per integratori (dalle vitamine ai prodotti skin-care) presso le farmacie ha superato, nel periodo pre-covid, i 3 miliardi di euro all’anno. Sempre a proposito di farmacie, dal 2017 al 2020 il numero di queste è cresciuto del 5,9% in Italia, sfiorando quest’anno i 20mila esercizi. L’incremento maggiore si è avuto nelle province di Monza e Brianza, Ragusa e Lodi. Solo in quelle piemontesi di Biella e di Verbano-Cusio-Ossola si è registrata una diminuzione. In crescita anche le parafarmacie: queste ultime, circa 6.600, sono cresciute nello stesso periodo del 9,5%.

IL VALORE DEL BENESSERE

Secondo il Global Wellness Institute la spesa mondiale complessiva per il personal care, i trattamenti di bellezza e anti-età supera i mille miliardi di dollari. Quella per il fitness sfiora i 600 milioni mentre 175 milioni sono impiegati in spa e terme. L’Italia si posiziona al quinto posto mondiale in questo mercato superata solo da Cina, Giappone, Germania e Russia.

OPERATIVITÀ GARANTITA ANCHE DURANTE LA PANDEMIA

Con l’arrivo in Italia della Covid- 19 i business legati al benessere non medico si sono fermati mentre le farmacie e tutti i negozi del commercio di prodotti sanitari hanno continuato le loro attività, pur in momenti di incertezza. La richiesta di dispositivi di protezione individuale è schizzata, soprattutto per quanto riguarda mascherine protettive e soluzioni idroalcoliche per l’igiene delle mani. Secondo i dati di Iqvia, le vendite di mascherine hanno iniziato a crescere a fine gennaio, passando in una settimana da un fatturato di 42 mila euro a 180 mila euro. In quelle seguenti, ulteriori aumenti hanno fatto lievitare la cifra a 385 mila euro in soli sette giorni, 12 volte più della media del periodo. Diverse industrie, ad esempio quelle degli spiriti, hanno temporaneamente convertito la produzione per fornire liquidi e gel disinfettanti al fine di soddisfare il picco della domanda. Le prestazioni mediche e chirurgiche sono state rinviate, a parte quelle strettamente necessarie, e con la lenta ripresa delle attività in tutti questi settori i costi per fornire al personale ulteriori e aggiuntivi dispositivi di protezione sono aumentati. Poiché la domanda di salute ha una componente che non è legata al ciclo economico e che può essere considerata tra i beni e servizi la cui spesa è fondamentale, a parte shock temporanei è ipotizzabile che questa ritorni a livelli di normalità nel giro di poco tempo.

HEALTH & WELLNESS

Per i centri benessere, le spa e le terme, i principali problemi all’orizzonte riguardano le regole sanitarie. La limitazione degli spazi, i vincoli al contatto personale, l’obbligo dei dispositivi potrebbe da un lato aumentare i costi e dall’altro scoraggiare coloro che approcciano questa tipologia di servizi per motivi di puro relax. Sempre per queste imprese, la situazione economica avversa che si prospetta nei prossimi mesi potrebbe inoltre far diminuire questa tipologia di spesa dai conti delle famiglie italiane, almeno per quelle con redditi medi o bassi. Un secondo fattore che può incidere sul mercato potrebbe essere determinato dall’aumento dello smart working. Il lavoro da casa da un lato incrementa il tempo speso nella propria abitazione, ma dall’altro potrebbe liberare delle ore (quelle del viaggio verso l’ufficio, ad esempio) per dedicarle ad altre attività. Infine, il mercato dei servizi esperienziali (legati al soddisfacimento di bisogni principalmente emozionali), trainato dalla domanda dei millennial, la generazione dei nati tra il 1980 e il 1995, che nel frattempo diventano maturi e acquisiscono maggiori disponibilità di spesa, potrebbe giocare un ruolo determinante nella ridefinizione delle strategie, di target e di comunicazione, per i servizi termali, le spa e i centri per il benessere personale.

L’ARRIVO DEL DIGITALE

Per l’intero settore, infine, il digitale potrebbe giocare un ruolo ancora maggiore su diversi fronti: con un forte impulso alla tecnologia per la gestione del paziente e la telemedicina o l’assistenza ambulatoriale remota (si pensi ad esempio alle potenzialità in termini di scambio immediato di dati tra strutture sanitarie) sperimentata con successo durante il lockdown, ma anche attraverso il contatto continuo con i clienti tramite iniziative di marketing, quali supporto e fornitura di wellness at home, come già sperimentato da diverse realtà.

* Articolo tratto da AZ Franchising Magazine Novembre Dicembre 2020

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La psicologia positiva e il contesto lavorativo

A differenza della psicologia del lavoro che nasce nell’azienda per l’azienda, la psicologia positiva è un metodo scientifico che si sviluppa autonomamente per colmare un vuoto teorico e metodologico di ricerca relativa a “cosa rende felici le persone”.

5 caratteristiche della psicologia positiva

  1. La Psicologia Positiva si centra in quello che hai per migliorare il benessere psicologico.
  2. La Psicologia Positiva non nega le emozioni negative né ti obbliga a essere felice.
  3. La Psicologia Positiva si basa sul metodo scientifico.
  4. Sono state scoperte delle variabili che influiscono sul tuo benessere: punti di forza equilibrati, senso vitale, raggiungimento degli obiettivi, relazioni, emozioni positive, ecc.
  5. Conoscere i tuoi punti di forza è una chiave per incrementare il benessere.

Psicologia positiva e mondo del lavoro

Sono molte le ricerche che, rivolte al benessere sul posto di lavoro, confermano la necessità di far sentire “felici” le persone. Achor Shawn, uno dei principali esperti mondiali di potenziale umano, ha scoperto che la qualità della vita ed il benessere mentale degli impiegati contribuiscono ad aumentare la produttività delle aziende fino al 31% ed una ricerca dell’Università di Warwich, in Gran Bretagna, ha potuto constatare che le persone felici al lavoro, aumentano la produttività del 12%.

Oggi, attraverso la Psicologia Positiva e le ricerche scientifiche ad essa relative, è possibile potenziare il benessere personale e professionale, le performance dei lavoratori attraverso lo sviluppo delle risorse, potenzialità, il capitale psicologico e la prevenzione dei rischi psico-sociali. In pratica, la Psicologia Positiva ci permette di creare Contesti Positivi, all’interno degli ambienti di lavoro Sviluppando un atteggiamento positivo attraverso le proprie risorse e potenzialità di carattere. In poche parole è un cambio di paradigma: Potenziare quello che funziona per arrivare all’eccellenza. Durante la formazione di Psicologia Positiva non si domanda: cos’è che non va. Ci si focalizza su quello che funziona. E’ importante eliminare i problemi, ma non basta per arrivare all’eccellenza. Il funzionamento ottimale nasce quando identifichiamo e valorizziamo i talenti e le potenzialità delle persone. Attraverso un percorso formativo di Psicologia Positiva, si può lavorare ed incrementare questi punti professionali:

  • Creare contesti lavorativi positivi;
  • Incrementare il benessere al lavoro;
  • Migliorare le prestazioni;
  • Ridurre il burn-out;
  • Riformulare la leadership;

Creare contesti lavorativi positivi attraverso le proprie potenzialità acquisire conoscenze pratiche su:

  • Come mantenere l’ottimismo e l’atteggiamento positivo in ambienti ad alte richieste prestazionali.
  • Come costruire relazioni costruttive: abilità comunicative e team building.
  • Come trasformare lo stress lavorativo in esperienze di flow.
  • Come utilizzare le potenzialità personali per migliorare le prestazioni professionali ed un equilibrio nella sfera di vita personale.
  • Applicazione dei contenuti in forma di esercitazioni esperienziali di gruppo e individuali
  • Creazioni e sviluppo di un piano d’azione individuale.

* Articolo a cura di Giansandro Ogliari e tratto da AZ Franchising Magazine Giugno-Luglio 2020; ©VIETATA LA RIPRODUZIONE

Bar e ristoranti: 10 punti chiave per ripartire

La chiusura di tutti i bar e i ristoranti non solo ha imposto una perdita temporanea e molto significativa di fatturato, ma anche e soprattutto dei cambiamenti nel contesto e nelle abitudini del consumo che potrebbero avere effetti assai più duraturi.

Si pensi allo smart working: se fino a febbraio il lavoro da casa ha interessato un limitato numero di persone, sarà difficile immaginare che, pur quando il coronavirus dovesse essere debellato, si tornerà esattamente alla situazione precedente. È lecito attendersi, ad esempio, che con un incremento di giornate di lavoro dalla propria abitazione si ridurrà quasi proporzionalmente il numero di colazioni e di pranzi fuori casa.

Un altro fattore è legato alle misure richieste di distanziamento fisico. La sicurezza emerge come un fattore determinante nella scelta da parte dei consumatori: quelli più attenti potrebbero non volere frequentare locali pubblici, almeno quelli dei quali non hanno una conoscenza diretta e affermata nel tempo.

Infine l’emergenza Covid-19 è ancora in essere e non si sa cosa accadrà. Le imprese si interrogano sul futuro: dal delivery ai menù, le sfide per la sicurezza dei clienti. Mettere in discussione l’approccio tradizionale dell’attività per come si è sempre svolta, se non più redditizia, potrebbe diventare presto una necessità alla quale arrivare preparati. Uguale attenzione va posta sui costi, puntando ad ottimizzare tutte le risorse necessarie allo svolgimento dell’attività.

Ecco 10 punti chiave su cui puntare per la ripartenza

  1. Puntare sulla clientela conosciuta e fidelizzata, coinvolgendola con attenzioni esclusive, raccogliendone i dati e profilandola per comunicazioni mirate.
  2. Ottimizzare gli spazi disponibili e approfittare della disponibilità dei comuni a concedere ampliamenti nello sfruttamento del suolo pubblico, in modo da non perdere eventuali quote di domanda.
  3. Tenere sotto controllo tutti i costi aziendali, da quelli del personale a quelli delle utenze, dai servizi alle materie prime, pianificando con attenzione i bisogni dei prossimi mesi.
  4. Investire nella sicurezza, sia adottando misure visibili ed efficaci sia attraverso una adeguata comunicazione.
  5. Costruire o far crescere la comunità digitale dei propri clienti, in modo da preservare sia gli aspetti di appartenenza al luogo sia i contatti ridotti dal distanziamento fisico.
  6. La pianificazione riveste un ruolo centrale. Ad esempio, ipotizzare di rivedere i menù per ridurre i tempi di attesa al tavolo e favorire la rotazione della clientela.
  7. Sviluppare o potenziare l’offerta di delivery, anche con iniziative dedicate.
  8. Saper innovare la propria proposta di offerta, immaginando nuove soluzioni e nuovi servizi che contribuiscano anche al posizionamento della propria immagine.
  9. Essere flessibili: comprendere i cambiamenti della clientela che si possono registrare e modificare di continuo la propria strategia in tempi rapidi.
  10. Sperimentare nuove possibili fonti di ricavi, da una diversificazione degli input della produzione (dagli spazi alle competenze) fino a, anche solo temporanee, diverse forme di presenza nei canali distributivi (a casa, con esperienze dedicate, con offerte tematiche, etc…)

Articolo completo nel numero di AZ Franchising / Novembre-Dicembre 2020 (ISCRIVITI AL CLUB)

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Franchising: come funziona a Malta

a cura di Federico Vasoli (JD) – managing partner – avvocato (Italy – Malta, EU) • luật sư (Vietnam) dMTV – International legal and tax guidance – Innovative by tradition.  www.dmtvglobal.com  | Singapore • Malta • Hanoi • Ho Chi Minh City

Malta è fortemente influenzata da una cultura pragmatica di origine anglosassone, essendo stata colonia britannica ed essendo tuttora paese membro del Commonwealth.

L’influenza inglese si avverte anche nel diritto, visto che, ancorché Malta sia un paese di Civil Law, numerosi sono gli istituti di Common Law, quindi di origine appunto inglese che fanno parte integrante dell’ordinamento.

Un simile ragionamento vale per il diritto societario, che funziona in maniera assai simile a quanto accade in Inghilterra, Singapore, Hong Kong e molti altri paesi di Common Law.

Questo aspetto è molto importante per la disciplina del franchising a Malta, poiché a tale strumento non può prescindere da un’organizzazione societaria anche semplice sul posto, che quindi seguirà regole più simili a quelle di Common Law, che non quelle di altri paesi di Civil Law, come ad esempio l’Italia o la Svizzera.

Il diritto maltese non regolamenta in maniera tipica il contratto e l’attività di franchising, che tuttavia viene considerata dalla giurisprudenza, dalla dottrina e dagli operatori secondo la classica definizione di “un’attività d’impresa consistente nella pratica di utilizzare il modello di business di un altro soggetto (franchisor), il quale garantisce all’imprenditore (franchisee) il diritto di vendere un bene o un servizio conformemente ai sistemi, procedure, proprietà intellettuale e industriale e struttura del franchisor”.

Normalmente l’attività di franchising viene svolta come segue:

  • Il franchisor vende il modello di business a franchisee indipendenti, tipicamente in più Paesi
  • I franchisee costituiscono il network di franchising e corrispondono una somma di denaro al franchisor.
  • Il franchisee segue le regole fissate dal franchisor, il quale a sua volta offre la propria assistenza.

Considerata l’ampiezza e la vaghezza giuridica della definizione comunemente accettata, ma, è opportuno ribadirlo, non fissata da alcuna norma, l’importanza di un contratto di franchising ben strutturato valido ed efficace, di semplice interpretazione per il giudice o l’arbitro, in piena osservanza del diritto locale, diventa cruciale.

Stante l’assenza di normazione specifica, la forma e il contenuto del contratto di franchising sono pertanto liberi, ma è evidentemente assai consigliabile la forma scritta, senza necessità di registrazione.

Altrettanto, in assenza di normativa settoriale, al contratto di franchising maltese si applicano le regole generali della teoria dei contratti, del tutto simili a quelle alle quali si è abituati in ordinamenti di Civil Law, soprattutto più vicine al modello francese.

Pur in mancanza di una legge specifica, si possono distinguere tra vari tipi di rapporto di franchising:

  • Franchising di beni e/o servizi: il franchisor consente al franchisee la vendita dei beni e/o servizi realizzati dal primo utilizzandone il marchio.
  • Franchising di business format: si tratta del tipo più diffuso, che comprende non solo la licenza di un prodotto o un servizio, ma anche, come da definizione data sopra, anche il metodo per svolgere l’attività. Quando ci si riferisce al franchising, tendenzialmente questo è il rapporto che si ha in mente, in cui oltre a beni e servizi il franchisee acquisisce marchi, strategie di vendita, manuali operativi, sistemi di controllo qualità, standard e altro.

Per limitare la responsabilità patrimoniale delle parti contrattuali, è lapalissiano che sia opportuno operare tramite l’utilizzo di società.

A Malta, la forma più utilizzata, e non solo nell’ambito del franchising, è quella della Limited Liability Company (“Limited”), con capitale sociale minimo 1.164,69 € (per convenzione 1.200,00 €, di cui almeno 250,00 interamente versati).

In conclusione, Malta, pre-pandemia, attraeva in turisti quattro volte la propria popolazione, entrambi i numeri in costante aumento, e vantava i tassi di crescita del PIL più elevati d’Europa, a fronte però di una scarsa offerta di beni e servizi per una comunità sempre più multiculturale e multietnica, soprattutto nella fascia alta. È probabile che Malta si riprenda più rapidamente di altri Paesi europei e che le dinamiche interrotte dal Covid-19 riprendano con vigore, il che apre le porte soprattutto a franchisee, ma anche a franchisor, pronti a soddisfare la domanda di beni e servizi rimasta sinora insoddisfatta, il tutto con i vantaggi economici, logistici, linguistici, regolatori e in parte fiscali che il Paese offre.

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Mammina: il franchising della cucina della tradizione napoletana

Intervista a Antonio Viola, CEO di  Mammina Holding e proprietario dei ristoranti a Napoli, Milano e Catania. “il nostro affiliato ideale è colui che sposa le nostre metodologie e si appassiona sempre di più alla ristorazione percorrendo un viaggio nei sapori della cucina regionale napoletana e italiana”

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Mammina nasce dalla passione per la buona cucina. Dopo aver girato il mondo, ed aver assaggiato la cucina e le pietanze tipiche di ogni stato, Antonio Viola – CEO di  Mammina Holding e proprietario dei ristoranti a Napoli, Milano e Catania tornava a Napoli e complice le grandi tavolate fatte in famiglia, dove ogni occasione era buona per mangiare e stare tutti insieme, e dove le chef erano solitamente le “nonne”, divenendo perciò le mamme di tutti i commensali – capiva che l’unico posto e l’unica cucina che lo faceva sentire davvero bene è quella di casa, la cucina della Mammina Partenopea! Alla domanda “Chi cucina meglio al mondo?” probabilmente il 90% risponderebbe la propria Mamma. “Pensando quindi alla miglior chef assoluta – afferma Viola – ho creato il marchio Mammina che, per i napoletani è un vezzeggiativo molto usato. E allora decido di creare un luogo, che io stesso sceglierei, per qualità e tradizione, dove io stesso ne divento il fan n°1, nasce così ‘Mammina pizzeria e cucina genuina’”.

Perché si è scelto di sviluppare il brand attraverso il franchising?

“La nostra azienda è matura per affacciarsi sul mondo del franchising. Credo che abbiamo l’adeguato know-how e l’esperienza giusta per espanderci con il franchising. Adottiamo un sistema organizzativo vincente, semplificato ed efficace. Partiamo dal valore della nostra proposta che punta a far vivere un’esperienza di cibo della tradizione napoletana. L’ingegnerizzazione ci ha permesso una standardizzazione e semplificazione di tutte le procedure operative e soprattutto il controllo di gestione in tempo reale. Abbiamo realizzato un manuale operativo chiaro anche a chi non è del settore della ristorazione e con la formazione e la ricerca continua abbiamo creato valore per una proposta vincente”.

Quali sono le formule di franchising che offrite. E a secondo delle formule quali i vantaggi per gli affiliati?

Due. Mammina pizza & fries: per un momento di gusto veloce a qualsiasi ora della giornata e Mammina pizzeria e cucina genuina: per concedersi il lusso del pranzo e della cena di una volta.  Stiamo progettando una versione di Mammina Ghost Kitchen che preferisco chiamare Cloud Kitchen, una versione “in remoto” di mammina con cucina, pizzeria, chef e brigata per la preparazione dedicata esclusivamente al delivery”.

Qual è il profilo dei vostri potenziali affiliati?

“Non bisogna essere dei ristoratori anzi per certi versi meglio non esserlo. Nella famiglia Mammina ci si sceglie reciprocamente durante il processo di affiliazione, pertanto il franchisee ideale è colui che sposa le nostre metodologie e si appassiona sempre di più alla ristorazione percorrendo un viaggio nei sapori della cucina regionale napoletana e italiana. Il nostro affiliato ideale è una persona intraprendente, curiosa, attenta, empatica e predisposta al rapporto con la clientela. Mammina guida, affianca e consiglia i propri affiliati sovraintendendo ai primi passi e a tutto il processo di conduzione e gestione del punto vendita. Il format piccolo “Mammina pizza & fries” prevede un investimento anche come autoimpiego, in molti scelgono format più economici in cui calarsi direttamente come lavoratori, la semplicità della gestione è un elemento indispensabile. Per il format completo “Mammina pizzeria e cucina genuina” richiediamo maggiori capacità finanziarie ed un minimo di esperienza aziendale anche non nel settore ristorativo”.

Necessita una formazione per il futuro franchisee. Se si che tipo di formazione occorre e come avviene?

“Nella nostra unità “Mammina Academy” ci occupiamo della formazione sia teorica che pratica on site presso i nostri ristoranti. Mammina Academy si pone l’obiettivo di divulgare i valori della cucina mediterranea, nello specifico quella della tradizione napoletana con sezioni dedicate anche alla cucina senza glutine, vegana e al “super food” con il nostro menù dedicato con zero zuccheri, zero sale e zero grassi ed in ultimo della pizza regina incontrastata della nostra tradizione. Abbiamo sviluppato tutto ciò da un punto di vista alimentare, filosofico, sociale, salutare, psicologico e agricolo. Attraverso un ricco programma di corsi pratici e teorici rivolto agli affiliati, Mammina Academy si presenta come lo strumento ideale per riuscire a realizzare il proprio sogno. I corsi di formazione sia teorici che pratici on site c/o uno dei nostri ristoranti pizzeria Mammina riguardano la formazione per tutti i profili di una brigata, con moduli formativi di base ed avanzati. Naturalmente garantiamo anche l’assistenza tecnica e la ricerca continua per la realizzazione dei nostri menù”.

Quali le caratteristiche dei vostri prodotti che vi differenziano dai vostri competitors. Perché un potenziale affiliale dovrebbe scegliere proprio Mammina? 

“Siamo certificati Associazione Vera Pizza Napoletana, che per noi è un vero segno distintivo e, non ultimo AIC-Associazione Italiana Celiachia con un apposito menu non solo pizza ma anche con antipasti, primi, secondi e dolci. Per Mammina questa ultima certificazione, che risale già al 2014, è molto importante: il cibo deve unire non dividere. E consentire a tutti di poter mangiare alla stessa tavola è motivo di orgoglio, così come il menù “Natural Diet” sviluppato in partnership con il Dipartimento di Agraria dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, un menù senza grassi aggiunti, senza zuccheri, senza sale, senza lattosio né glutine. Questo menù è dedicato a tutti i clienti che seguono un regime alimentare controllato e desiderano nutrirsi in modo sano e naturale senza rinunciare al gusto. Abbiamo inoltre aderito fin dal principio al progetto slow food, che tutela piccole produzioni di qualità da salvaguardare, realizzate secondo pratiche tradizionali e all’Arca del Gusto: un catalogo di prodotti che appartengono alla cultura e alle tradizioni di tutto il mondo e che rischiano di scomparire”.

Per finire non poteva mancare una domanda legata al periodo che stiamo vivendo…

“Stiamo attraversando un periodo mai vissuto prima, chi riuscirà a resistere a questo momento così difficile avrà impostato quelle leve di valore che gli permetteranno di essere resilienti per continuare a crescere in maniera significativa, anche perché si presenteranno sicuramente delle grandi opportunità e vincerà chi saprà coglierle ecco noi vogliamo esser pronti a coglierle con il nostro network ed i nostri futuri affiliati. Da inguaribile ottimista credo che ripartiremo al meglio, un po’ come un elastico ben tirato che una volta rilasciato parte velocissimo”.

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Il decalogo della ripartenza – benessere e cura della persona

Le norme sul distanziamento fisico hanno imposto dei cambiamenti importanti nelle modalità di lavoro. Avere la capacità di innovare, offrendo servizi nuovi, e seguire le richieste del mercato in tempi rapidi potrebbe fare la differenza nel corso del nuovo anno.

Il decalogo della ripartenza per il settore benessere e cura della persona

  1. Per le imprese del wellness diventa centrale comunicare la sicurezza senza però trascurare gli aspetti legati alla piacevolezza e al relax dei trattamenti. In questo senso potrebbe aiutare la formazione specifica agli operatori coinvolti.
  2. Puntare sulle offerte di pacchetti esperienziali per spa e centri benessere, oltre che del solo servizio, permette di catturare la domanda dei millennial. Avvicinare il posizionamento del proprio brand al campo della sostenibilità, in modo da innescare una identificazione valoriale da parte del cliente che lo spinga a tornare ad usare i servizi offerti.
  3. Proposte specifiche per target tradizionalmente meno interessati, ad esempio quello maschile, potrebbe permettere di catturare una quota incrementale di pubblico.
  4. Il digitale e in particolare la costruzione di comunità profilate attorno alla propria attività, con cui entrare in contatto, comunicare e proporre offerte di supporto e consulenza, anche a distanza, potrebbero essere delle scelte vincenti per la fidelizzazione di una ancora più ampia base di clienti.
  5. Per ovviare alla crisi economica dei centri benessere che si prevede all’orizzonte, si potrebbero studiare offerte dedicate, anche ad esempio con abbonamento ricorrente, che permettano di fidelizzare la clientela immaginando costi unitari inferiori ma gli stessi ricavi complessivi per cliente. Presentarsi con un servizio innovativo come la presenza di punti di ricarica per auto elettriche può rappresentare una leva importante per catturare l’attenzione di coloro che sono più attenti alle tematiche della sostenibilità.
  6. Per il wellness business allargare ulteriormente i propri ricavi, ad esempio con merchandising, prodotti, servizi a domicilio.
  7. 07 Per le residenze assistenziali attrezzarsi per gestire una domanda attenta alle tematiche di sostenibilità, crescente nell’opinione pubblica.
  8. Le farmacie posso ulteriormente saldare il legame di fiducia con la clientela stabile e fare leva su questo per le necessità post-Covid.
  9. Gestire in modo ottimale le risorse fisse per cliniche e ambulatori medici aiuta a non perdere la domanda e a organizzare l’attività in modo flessibile.
  10. La spinta data dal digitale nelle abitudini degli italiani è irreversibile e potrebbe anche coinvolgere la medicina e la salute, con investimenti non solo nel backend gestionale, ma anche nell’offerta diretta di servizi a distanza.

©RIPRODUZIONE VIETATA (Tratto da AZ Franchising Magazine – Novembre/Dicembre 2020)

6 cambiamenti fondamentali nel Fashion e Retail

The State of Fashion 2021, il report pubblicato da McKinsey in collaborazione con The Business of Fashion, evidenzia come tra i settori più colpiti dalla pandemia vi sia il settore del Fashion e Retail in quanto si stima che nel 2020 l’industria della moda subirà una contrazione del 30% rispetto al fatturato in crescita dell’anno precedente. Accanto a ciò, l’Osservatorio settimanale di GFK sugli effetti del Coronavirus sui mercati, consumatori e media sottolinea come i consumatori di Retail abbiano modificato radicalmente le loro abitudini di consumo delineando nuovi bisogni espressi quali il prioritario desiderio di sicurezza. Infatti, l’Osservatorio evidenzia come, nonostante il lockdown e l’impossibilità di recarsi fisicamente nei negozi, il 63% degli italiani preferisca ancora acquistare nei negozi e, tra questi, il 68% lo farà solo nei luoghi in grado di garantire massima sicurezza ed igienizzazione degli spazi. Cambia, quindi, l’antropologia del consumatore inducendolo ad instaurare un nuovo rapporto con il brand incentrato non più solo sulla ricerca di un’estrema customer centricity ma anche sulla sicurezza dell’interazione. Infatti, tra gli effetti negativi che il COVID-19 ha causato alla filiera del Retail vi sono 6 cambiamenti fondamentali che obbligano ad una riorganizzazione interna nell’ottica di:

  • Ridurre l’interazione tra staff e consumatori: il distanziamento sociale imporrà una riduzione delle interazioni tra i consumatori e i personal shopper in store rendendo necessaria l’adozione di un nuovo servizio clienti frutto dell’utilizzo di un mix di canali diversi, virtuali e digitali, che verranno integrati con la presenza umana che sarà progressivamente sempre più ridotta. La New Normal nel settore Retail impone un maggiore utilizzo di tecnologie digitali quali assistenti virtuali e sistemi di intelligenza artificiale che consentono di ridurre l’interazione e mantenere elevato il livello di sicurezza nel punto vendita.
  • Installazione di sistemi touchless e contactless: gli store fisici esistenti e futuri dovranno essere rimodulati con sistemi di azionamento automatici che impongono l’adozione di nuove modalità di pagamento e nuove metodologie di interazione del consumatore con il prodotto così da azzerare  il contatto fisico e la trasmissione di batteri. E’ questa la strategia ad oggi solo brevettata di Amazon che ha progettato il “camerino 2.0” il nuovo specchio smart dotato di fotocamere e proiettori che consente agli utenti provare gli indumenti prima di acquistarli online.
  • Riorganizzazione del design e degli spazi per assicurare distanziamento sociale: accanto a ciò, si rende necessaria anche una riorganizzazione fisica dei negozi progettando nuovi spazi per ridurre il contatto interpersonale. E’ questa la strategia non intenzionale già adottata da Retailer famosi in tutto il mondo come Flying Tiger e nei format Express del settore GDO dove, grazie strategie di merchandising create ad hoc per favorire l’acquisto e al layout nel punti vendita, si creano dei percorsi guidati che, nell’era post pandemica, risultano efficaci per limitare il contatto interpersonale degli utenti.
  • Creazione di Pick-Up Hubs per ridurre le visite in store: già nel 2015 il retailer americano Walmart annunciava la nuova strategia omnicanale pensata per incrementare le vendite attraverso il potenziamento delle attività dell’e-commerce con la possibilità di ritirare la merce in negozio. E’ questa la formula di “Buy online, Pick up in store”, una tendenza già presente nel settore Retail ma resa ancora più necessaria nella fase post pandemica. Ciò consente per il Retailer di eliminare i costi per le consegne all’ultimo miglio e, per il cliente, di garantire un servizio di qualità e accessibile con un risparmio di tempo e costo.
  • Creazione di format più piccoli: la tendenza di creare punti vendita più piccoli era già in atto da tempo e lo dimostrano i numerosi format Express sviluppati dalle grandi catena GDO.
  • Focus sulla qualità dell’aria e sulla sicurezza in store: i punti vendita oltre che aver un flusso inferiore di cliente, dovranno garantire delle condizioni di aerazione e sanificazione costante in modo di creare delle condizioni sanitarie sicure sia per i dipendenti che per i clienti garantendo un’esperienza di acquisto in store in linea con i nuovi bisogni.

La crisi sanitaria che ha messo in ginocchio l’intera filiera del Retail ha, quindi, accelerato delle tendenze che già esistevano portando, in tempi rapidissimi, alla creazione di nuovi modelli di business e soprattutto ad una nuova consapevolezza: l’importanza della condivisione. È dalla condivisione di dati e risorse che il settore deve partire per ricostruire insieme la nuova normalità.

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Adiura:una grande opportunità | Intervista Alessandro Emiliani

Intervista a Alessandro Emiliani, titolare di Agenzia in Emilia Romagna, a Forlì

Scopri come aprire Adiura in franchising da € 5.500,00

Professore universitario al conservatorio di Bologna è entrato in contatto con Adiura agli inizi del 2019. “Quando sono venuto a conoscenza del progetto di Adiura – afferma Alessandro Emiliani, titolare di Agenzia in Emilia Romagna, a Forlì per la precisione – mi è subito piaciuto ed entusiasmato, ero partito con l’intenzione di aprire una Casa Famiglia ma poi dopo avere parlato con il responsabile del franchising ho deciso di aprire con la Formula Agenzia, che comprende anche il servizio C.A.F., il centro di assistenza fiscale, in questo modo riesco a soddisfare le esigenze della clientela in termini generali”.

Come mai la scelta di avvicinarsi ad un settore molto particolare come quello dell’assistenza agli anziani?
“Da tempo stavo valutando l’idea di intraprendere un’attività in ambito sociale e Adiura mi ha fornito questa grande opportunità”.

Quali sono state le principali motivazioni che l’hanno spinta a scegliere Adiura?
“Il più che decennale bagaglio d’esperienza del gruppo è stato fondamentale nella mia scelta sul brand, le competenze che il gruppo ha maturato nel tempo mi sono state davvero indispensabili nella fase di di start up, dove la Casa Madre mi ha supportato sotto tutti gli aspetti: professionale, economico, strategico e di marketing. Il Franchising Adiura permette a chi ha voglia iniziare un’attività in proprio in questo settore di operare riducendo i costi di avvio e con un’organizzazione alle spalle che davvero garantisce la massima redditività”.

E’ necessario seguire dei corsi di formazione? Se si su quali aspetti…
“La formazione di Adiura è completa al 100%, spazia dalle tematiche e problematiche del settore fino al marketing e alla comunicazione”.

Che consiglio darebbe ad un nuovo affiliato?
“Spesso ricevo telefonate da parte di persone che mi chiedono informazioni sul brand di Adiura, persone, persone interessate a una nuova apertura. A coloro che si approcciano per la prima volta a questo settore dico che la serietà e la reputazione del brand sono assolutamente fondamentali, e senza dubbio la professionalità e la serietà del brand Adiura è al TOP del settore. Mi sento di consigliare il brand Adiura a tutti coloro che hanno voglia di avviare un’attività in ambito sociale, il management è dinamico, attento al mercato e lungimirante”.

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