L’ERRONEITÀ DELLE INFORMAZIONI FORNITE DAL FRANCHISOR AL FRANCHISEE SONO UNA VIOLAZIONE

Dott.essa Eleonora Maggioni per Avv. Paolo Fortina*

 

Il franchising è una operazione di notevole complessità in considerazione degli effetti economici che comporta, degli obblighi che sorgono in capo alle parti e della durata pluriennale del rapporto che si instaura tra le parti stesse.

La conclusione del vero e proprio contratto di franchising è normalmente preceduta da una fase di trattative, durante la quale le parti valutano l’opportunità di concludere l’affare, scambiandosi informazioni e documenti. Vi è la tendenza a lasciare la fase delle trattative che anticipano l’eventuale sottoscrizione di un contratto di franchising alla libera e informale contrattazione delle parti evitando di regolamentarla mediante accordi scritti, nella erronea e sbagliata convinzione che ciò potrebbe pregiudicare il buon esito dell’operazione.

Si tratta, tuttavia, di un errore che può portare conseguenze devastanti per le parti, ed in particolare per il franchisor poichè  in tale fase generalmente vengono condivise con il franchisee informazioni di grande rilevanza ad esempio i dati relativi alla rete, al marchio, alla formula commerciale, alla redditività dell’affiliazione, etc…

In questo contesto è di prioritaria importanza che tali dati ed informazioni siano corretti e veritieri.

Secondo una recente sentenza del Tribunale di Milano (Tribunale Milano sez. V, 26/11/2018, n. 11862) l’oggettiva erroneità delle informazioni fornite dal franchisor al franchisee durante le trattative integra la violazione da parte del primo dell’obbligo di comportarsi secondo buona fede stabilito dall’art. 1337 c.c..

Nella fattispecie era accaduto che il franchisee avesse stipulato i contratti di affitto di azienda e di franchising in quanto i funzionari ed i referenti del franchisor gli avessero riferito che dalla gestione dei punti vendita si sarebbero guadagnati senza problemi Euro 100.000,00 ma tali ipotizzati guadagni non si sono mai concretizzati.

Il principio di buona fede nei contratti franchising.

Il principio di buona fede è disciplinato all’art. 1337 c.c. che afferma: “Le parti nello svolgimento delle trattative e nella formazione del contratto, devono comportarsi secondo buona fede.”

Inoltre, il principio di buona fede è previsto all’art. 6 della Legge 129/2004 rubricata: “Norme per la disciplina dell’affiliazione commerciale”, con specifico riferimento all’obbligo di informazione precontrattuale che tale Legge pone a carico di entrambe le parti.

In particolare si afferma:

“1. L’affiliante deve tenere, in qualsiasi momento, nei confronti dell’aspirante affiliato, un comportamento ispirato a lealtà, correttezza e buona fede e deve tempestivamente fornire, all’aspirante affiliato, ogni dato e informazione che lo stesso ritenga necessari o utili ai fini della stipulazione del contratto di affiliazione commerciale, a meno che non si tratti di informazioni oggettivamente riservate o la cui divulgazione costituirebbe violazione di diritti di terzi.

  1. L’affiliante deve motivare all’aspirante affiliato l’eventuale mancata comunicazione delle informazioni e dei dati dallo stesso richiesti.
  2. L’aspirante affiliato deve tenere in qualsiasi momento, nei confronti dell’affiliante, un comportamento improntato a lealtà, correttezza e buona fede e deve fornire, tempestivamente ed in modo esatto e completo, all’affiliante ogni informazione e dato la cui conoscenza risulti necessaria o opportuna ai fini della stipulazione del contratto di affiliazione commerciale, anche se non espressamente richiesti dall’affiliante.”

Per concludere, da tali disposizioni citate si desume che il franchisor ed il franchisee devono comportarsi secondo buona fede nell’adempiere alle proprie obbligazioni contrattuali e che il rispetto di tale principio è fondamentale dato che può portare a gravi conseguenze per entrambe le parti.

 

*Avvocato, NL Studio Legale

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